IN RICORDO DI GIAMPAOLO PANSA (1935-2020)

DI MICHELE ANSELMI


Abbiamo provato a copiarlo in tanti, negli anni, ma Giampaolo Pansa era unico nel suo stile. Inimitabile. Amato e temuto, a volte anche detestato, ha lavorato per i giornali più importanti, “La Stampa”, il “Corriere della Sera”, “la Repubblica”, senza dimenticare “il Giorno”, “Il Messaggero”, “l’Espresso” e “Panorama”; e ci fu un periodo nel quale le sue invenzioni, le sue metafore, le sue crasi, le sue definizioni sul “Bestiario” della politica entrarono nel discorso comune (“Balena bianca” o “Elefante rosso” per dire della Dc o del Pci, “il coniglio mannaro” per indicare Forlani). Un piemontese di sinistra che, nonostante le baruffe scatenate dal suo libro “Il sangue dei vinti” e successivi, non rinunciò ad essere di sinistra ma presto fu corteggiato dai quotidiani di destra, finendo con lo scrivere, un po’ per scelta e un po’ per necessità, su “Libero” e “La Verità”.
Si divertiva a far imbestialire quelle che chiamava “le anime belle”, soprattutto dalle parti dell’Anpi, l’associazione dei partigiani che l’aveva preso di mira considerandolo un bieco “revisionista” storico; e certo lui sapeva essere bisbetico, tagliente, a volte inutilmente polemico, come fanno gli anziani di talento quando sentono di poter dire tutto (e di tutto) perché se ne infischiano delle convenienze e le sparano un po’ grosse. Ma i suoi incipit erano sempre azzeccati, a partire forse dal più celebre, dopo il disastro del Vajont. “Scrivo da un paese che non c’è più”.
Negli ultimi mesi, dopo “il divorzio” da Maurizio Belpietro per incompatibilità politica sulla Lega di Salvini, era tornato felicemente alla sua casa madre, il “Corriere”, dove teneva due sabati al mese una rubrica in prima pagina, “Ritorno a Solferino” (via Solferino è la via che ospite la redazione del quotidiano milanese): in realtà era un pretesto per raccontare in prima persona, con penna sapida e senso del dettaglio, pezzi e memorie del suo lungo percorso giornalistico nel cosiddetto mondo del Palazzo. Ci eravamo visti e parlati qualche volta quando si lavorava a “il Riformista” di Antonio Polito: ricordo i suoi consigli quasi paterni, oltre che il gusto per la battuta salace e l’affondo anarcoide, come di chi si fosse un po’ rotto le scatole di tutto, pure del giornalismo. In fondo era un discolo di 84 anni.
Qui sotto il bel ritratto di Simonetta Fiori su “la Repubblica” di oggi.
https://www.repubblica.it/…/e_morto_giampaolo_pansa_giorn…/…

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