LA RIVINCITA DI IGLESIAS E LA SFIDA DEL POTERE

DI GIACOMO SPENA

Il volto di Pablo Iglesias, in lacrime, subito dopo il voto che consacra il governo ne è l’emblema. Un pianto liberatorio. Podemos ce l’ha fatta. E’ arrivata dove voleva arrivare, al governo. In appena un lustro. Eppure in questi anni si erano susseguiti necrologi di ogni tipo, in Spagna (ma soprattutto in Italia), che sancivano la morte del progetto e del suo leader. Editoriali falsi e poco lungimiranti. Un percorso, quello di Podemos, non privo di avversità ma che i dirigenti hanno affrontato mantenendo innovazione politica e radicalità dei programmi, tanto da rimanere un modello da guardare con interesse. La storia comincia un giovedì del novembre 2013. Alla prima riunione si ritrovano una trentina di persone. Un piccolo gruppo, quasi un incontro carbonaro. Per i più giovani la palestra era stata l’università Complutense di Madrid. Qualcuno (i critici) lo dice con una punta di disprezzo, cioè Podemos è stato un disegno a tavolino di un gruppo di professori che hanno messo insieme populismo (di sinistra e di stampo latinamericano) e tecnopolitica, come fosse un prodotto di laboratorio. La realtà è più semplice: lo sviluppo di Podemos è legato al 15M, ossia agli Indignados. A quel movimento che Iglesias, nel discorso in Parlamento, ha ricordato come architrave del cambiamento. Dopo l’occupazione delle piazze del 2011, a fine 2013 gli Indignados erano, in realtà, in fase decadente e senza più la capacità di riempire le piazze, ma nessuna forza politica aveva trasformato quel grido di protesta in proposta politica sul terreno della rappresentanza. Podemos colma il vuoto derivante dal crollo del sistema bipartitico Psoe/Pp.

Il nucleo originario capisce che è scoccato il momento. Sono al posto giusto, al momento giusto. Già alla prima riunione, in quel novembre 2013, si parla di governo. Il progetto è ambizioso. L’obiettivo non è il 5 per cento o un partitino a sinistra del Psoe. Si superano i vecchi tic novecenteschi propri della sinistra radicale. Si respira aria nuova. E fresca. Il linguaggio è diretto, non si parla politichese. Il colore prescelto è il viola, non c’è spazio per il tradizionale rosso. Da subito si punta ad essere competitivi sul terreno della comunicazione. La Tuerka, una trasmissione in streaming fondata da Iglesias e altri attivisti universitari a fine 2010, diventa fondamentale per la battaglie delle idee e per fare, gramscianamente parlando, egemonia culturale. Nel giugno 2014, nei seggi elettorali iberici per le Europee, qualcuno domandava: “Scusi, come si chiama il partito del coleta?”. Il coleta, letteralmente il “codino”, è il soprannome di Pablo Iglesias, il leader indiscusso di Podemos. I cittadini si recavano all’urna senza ricordarsi il nome del movimento, ma bastava l’effige di Pablo, stilizzata e resa simbolo elettorale per l’occasione, a orientarne la matita, catturati com’erano dalla parlantina di quel politologo e giornalista col codino ai capelli che per mesi aveva invaso le televisioni pubbliche, come opinionista, a parlare di redistribuzione delle ricchezze, giustizia sociale e di rottura del sistema. Senza gli Indignados non ci sarebbe stata Podemos, ma anche senza Iglesias non ci sarebbe stata Podemos.

Rispetto alla fase iniziale n’è passata di acqua sotto i ponti. Podemos nasce come partito trasversale – tanto che qualcuno in Italia erroneamente lo paragonava ai Cinque Stelle – e soprattutto “leggero”. Il sistema spagnolo, inabissato in una profonda crisi che non era solo economica e sociale, ma anche politica, istituzionale e territoriale, regge alla prima “spallata” di Podemos: le confluenze municipaliste conquistano Madrid, Barcellona, Saragozza e altre città spagnole nella primavera del 2015, ma a dicembre il partito di Iglesias rimane per un soffio dietro ai socialisti. Alla ripetizione elettorale del 2016 si attesta attorno al 20 per cento. La nascita di Ciudadanos, una nuova formazione liberal che alcuni avevano presentato come il Podemos di destra, apre una fase gradualmente decadente in termini di consenso. E poi ancora le polemiche sulla villa comprata da Iglesias – trattato come un Bertinotti qualsiasi – o sui finanziamenti provenienti dal Venezuela e dall’Iran, questione utilizzata (anche ora) dalla destra per colpire con fake news il partito figlio degli Indignados. Tutti colpi che hanno destabilizzato Podemos, ma non lo hanno fatto crollare.

Adesso Podemos vive una fase due del suo populismo, una fase nella quale ha abbondato la trasversalità politica iniziale a vantaggio di un’alleanza strutturata con i (post)comunisti della sinistra radicale di Izquierda Unida, iniziata nella primavera del 2016. Da qui il nome modificato in Unidas Podemos. Qualcuno parla erroneamente di un partito completamente nuovo quando ha avuto semplicemente la forza di riadattarsi al contesto e di imparare dagli errori commessi. La tesi populista di Laclau, “pura” per intendersi, di superamento dell’asse ideologico destra-sinistra, era quella difesa principalmente da Íñigo Errejón, fondatore e numero due di Podemos fino all’inizio del 2019 quando ha abbandonato la formazione per lanciare una sua piattaforma politica, Más Madrid, poi trasformatasi, con deludenti risultati nelle elezioni dello scorso 10 novembre, in nazionale, Más País. Sulla svolta di Podemos ha pesato la vittoria di Iglesias nei confronti di Errejón nel secondo congresso del partito, Vistalegre II, nel 2017. La centralità data ad alcuni significanti vuoti – come la “gente” o, in opposizione, la “casta” – è andata scemando rispetto ai primi tempi per concentrarsi su formule più consone alla sinistra radicale (difesa del welfare State, imposta progressiva, femminismo, ecologia, ecc.). Al di là della propria formazione politica segnata dalla militanza nei giovani comunisti, esperienza non vissuta ad esempio da Errejón, sulla svolta, comunque graduale, di Iglesias ha pesato soprattutto il cambiamento del contesto politico spagnolo – segnato dalla crisi territoriale catalana –, la correlazione di forze esistente – l’asalto a los cielos, che era l’ipotesi iniziale, prevedeva il sorpasso ai socialisti con annessa pasokizzazione del PSOE, che non si è verificata – e la difficoltà di costruire un’organizzazione radicata sul territorio che vada al di là dei centri urbani. Questo spiega il Podemos del 2019 con Iglesias che in campagna elettorale ha difeso la Costituzione spagnola del 1978 quando solo tre anni prima la considerava un testo superato e da riformare completamente. È ovvio che in tutto ciò ha pesato soprattutto la percezione che un ciclo politico – quello cominciato con gli Indignados nel 2011 – si è concluso: la riprova la si ha avuta nel lungo ciclo elettorale del 2019 quando Podemos, pur evitando uno sfaldamento, ha perso la metà dei deputati ottenuti nel 2015-16 e le confluenze neomunicipaliste, appoggiate dal partito di Iglesias, sono state in gran parte sconfitte alle elezioni comunali del mese di maggio, eccetto a Barcellona e Cadice.

Inoltre, il cambio di governo del giugno 2018, con la vittoriosa mozione di sfiducia contro Mariano Rajoy che portò al Palacio de la Moncloa il socialista Pedro Sánchez, ha convinto Iglesias che l’unica soluzione praticabile fosse un esecutivo di coalizione progressista con il PSOE. Inizialmente tramite la formula dell’appoggio esterno – esperienza finita per una manovra economica bocciata per il niet decisivo degli indipendenti – poi con l’idea di un’alleanza più organica. Fino alla trattativa saltata con Pedro Sánchez, nell’estate 2019, per la formazione del nuovo governo che ha portato la Spagna al voto per la quarta volta, in pochi anni. Unidas Podemos ha saputo resistere alla logica del voto utile, invocata dal Psoe, e dalla scissione di Errejón. Questo grazie ad una campagna elettorale, tutta d’attacco, in cui si è parlato dei problemi quotidiani delle persone e di difesa dei ceti meno abbienti. Pur perdendo sette deputati, Unidas Podemos ha mantenuto 35 seggi in Parlamento, confermandosi con oltre 3 milioni di voti una forza chiave della politica spagnola. È il capolavoro di Iglesias che, di fatto, riesce a piegare la strategia di Sánchez e a convincerlo/obbligarlo ad una vera e propria coalizione di governo che il leader socialista rifiutava sdegnosamente nell’impasse estiva.

Lo scorso 7 gennaio Sánchez è stato eletto presidente con una maggioranza eterogenea e risicata. È nato il primo governo di coalizione della storia spagnola dai tempi della Guerra Civile, un esecutivo in cui per la prima volta dalla fine del franchismo siedono anche ministri alla sinistra del Psoe. Unidas Podemos avrà una delle quattro vicepresidenze, quella agli affari sociali ricoperta dallo stesso Iglesias, e ben quattro ministeri. Irene Montero, compagna di Iglesias, proveniente dall’attivismo della Plataforma de Afectados por la Hipoteca e numero due del partito dall’inizio del 2017, occuperà il dicastero all’Uguaglianza il cui progetto principale sarà una legge integrale contro la violenza machista e il miglioramento della parità di genere sul lavoro. L’economista Alberto Garzón, coordinatore generale di Izquierda Unida, sarà ministro al Consumo: tra le prime misure previste vi è il controllo del gioco d’azzardo online e la proliferazione delle case da gioco nei quartieri popolari delle città spagnole. Yolanda Díaz, proveniente da Izquierda Unida, dirigente di Galicia En Común, la confluenza galiziana della nuova sinistra iberica, e deputata dal 2015, occuperà il dicastero del Lavoro. Sarà questo uno dei ministeri più importanti per Unidas Podemos che ha fatto della derogazione della controriforma del lavoro del Pp, così come di un nuovo statuto dei lavoratori, le sue principali bandiere. Infine, il sociologo Manuel Castells, una delle autorità mondiali nell’analisi della società dell’informazione e delle trasformazioni della società digitale, sarà ministro all’Università.

Per evitare l’erosione della coalizione di governo e tenendo conto delle tensioni che vi sono state fino a due mesi fa tra Sánchez e Iglesias, Psoe e Unidas Podemos hanno firmato un protocollo che prevede la creazione di un tavolo permanente, formato da dieci membri, che dirimerà le eventuali divergenze e tutelerà l’adempimento degli obiettivi contenuti nell’accordo di governo. Si prevede anche la salvaguardia della pervivenza della coalizione, nei termini e nelle proporzioni accordate, anche in caso di futuri rimpasti ministeriali. Si creerà altresì una commissione paritaria formata da deputati dei due partiti per coordinare l’attività parlamentaria. Insomma, è chiara la volontà di voler durare.

Chiusa una fase, quella che aveva il governo come obiettivo, se ne apre un’altra. Forse più ardua. Il compito di mantenere la promessa di cambiamento. I numeri della maggioranza in Parlamento sono risicati e rimane irrisolta la questione catalana: i voti degli indipendentisti di Esquerra Republicana de Catalunya, con cui il Psoe ha firmato un accordo per una risoluzione politica della crisi, sono infatti fondamentali in Parlamento. Il governo Sánchez/Iglesias dovrà avere la forza e l’intelligenza di attuare subito le misure sociali (e progressiste) previste nell’ambizioso programma per spostare così il tema del dibattito pubblico, e l’attenzione, dal nodo catalano ai temi sociali. Come ha ripetuto più volte Iglesias: “La giustizia sociale è il miglior antidoto per sconfiggere le destre”. Ma allo stesso tempo non potrà fare finta che il problema territoriale non esista: l’esecutivo dovrà avere anche il coraggio di proporre un progetto nuovo per il paese. Dimostrare, in sintesi, che, nonostate tutte le difficoltà, quello di questi giorni non è solo un cambio di governo, ma un vero e proprio cambio di paradigma che permetta alla Spagna, con slancio e generosità, di uscire da una crisi di sistema ormai decennale. La speranza è che Unidas Podemos sia al livello della nuova sfida. Un partito che resta, ancora oggi a sinistra, l’esperienza più interessante in Europa.

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