FILOSOFIA. CLAIRE MARIN E LA ROTTURA AMOROSA COME FUGA DA SE STESSI

DI ANDREA VELLUTO

È uscito pochi mesi fa in Francia, edito da L’Observatoire, “Rupture(s)”, un nuovo libro di Claire Marin, insegnante filosofa e scrittrice francese.

La notizia è che, molto probabilmente, come avviene nel 99% dei casi, non verrà tradotto in italiano. Sogno di essere smentito, ma a quanto ne so il governo italiano non finanzia in nessun modo quel lavoro culturale umile fondamentale e faticoso che è la traduzione.

Tutto è lasciato all’iniziativa delle case editrici che, sempre in affanno per far quadrare i conti, difficilmente decidono di investire sulla traduzione di libri che non hanno un’alta probabilità di successo commerciale.

È un fatto grave: la traduzione dovrebbe essere uno dei pilastri di una civiltà. Tradurre i libri scritti Altrove come presupposto necessario per una reale relazione con tutto ciò che è Altro. Noi invece distruggiamo l’ecosistema per l’ultra-inquinante import-export di merci pesanti e ingombranti che potrebbero essere prodotte localmente e non ci occupiamo di tradurre opere che potrebbero essere importate al costo di un clic per inviare un pdf.

L’obbiettivo sensato di un serio piano di sviluppo culturale sarebbe mettere a disposizione, in italiano, tutti i libri pubblicati in tutto il mondo, lasciando ai lettori il compito di decidere cosa è importante e cosa no. Noi invece siamo all’estremo opposto: abbiamo messo il nostro Spirito nella mani del Mercato, che sulla base delle sue contabilità decide cosa potremo leggere in italiano e cosa no.

“Rupture(s)” l’ho trovato un libro importante, un bell’esemplare di un genere letterario che in Italia non è prospero: la divulgazione filosofica. Prevalgono i libri scritti con stile accademico dai professori di filosofia. Si tratta di solito di libri pieni di citazioni non tradotte e scritti così male da non arrivare a suscitare interesse nemmeno negli studenti universitari.

È invece molto bella l’idea che qualcuno che ha alle spalle una solida cultura filosofica provi ad usarla per formulare con un linguaggio semplice risposte molteplici alle domande che il presente, senza tanti convenevoli, ci sbatte in faccia. Sarebbe davvero necessario che qualcuno lo facesse, perché in assenza di risposte molteplici, ancorate a molteplici punti di vista, siamo condannati a restare prigionieri della banalità del luogo comune.

La domanda su cui è imperniato “Ruputure(s)”, espressa con uno stile forse eccessivamente divulgativo, è: ma che cazzo è successo al mondo? Perché tutto è diventato così precario? Perché il mantenere un lavoro o lo stare in una relazione sono oramai percepiti come scelte sfigate fatte da persone timide che hanno paura della vita?

Il libro è davvero filosofico, i riferimenti a filosofi sono tanti e le risposte sono davvero molteplici. E diverse sono memorabili.

Fra le tante frasi che ho sentito il bisogno di trascrivere, ce ne sono alcune particolarmente esplosive che mi sembra bello trascrivere anche qui.
La traduzione è mia.

“Non è forse per sfuggire a un’identità deludente seppur profondamente mia che fuggo il vecchio amore come se fosse responsabile di questo impoverimento del mio essere? / N’est-ce pas pour échapper à une identité décevante et pourtant profondément mienne que je fuis l’ancien amour comme s’il était responsable de cet appauvrissement de mon être?”.

“Possiamo creare attraverso la rottura amorosa un’esistenza radicalmente nuova? Di cosa e di chi possiamo realmente disfarci? / Peut-on créer par la rupture amoureuse une existence radicalement neuve? De quoi, de qui, pouvons-nous réellement nous défaire?”.

“Puntiamo sul nuovo amore per fortificarci, per colmare il vuoto. Ma la crepa è in noi e niente consolida questa fragilità intima / On compte sur le nouvel amour pour faire rempart, pour combler le vide. Mais la lézarde est en nous, rien ne consolide cette fragilité intime”.

“Forse l’ebrezza di fronte alla prospettiva di una nuova vita, più che al disvelamento della propria identità è connessa al suo abbandono / Mais peut-être l’ivresse d’une nouvelle vie n’est-elle pas liée au dévoilement de notre identité, mais à son délaissement”.

“Rupture(s)” di Claire Marin è un prezioso libro-farmaco da assumere all’occorrenza. E non soltanto in caso di rottura amorosa: è indicato per qualsiasi genere di catastrofe esistenziale, dalla perdita di una persona cara alla perdita di tutto il proprio passato in conseguenza di una drastica e sofferta decisione. C’è persino un capitolo su quella surreale e dolorosissima rottura implicita in una malattia come l’Alzheimer, che ti porta a perdere per sempre una persona mentre è ancora in vita, davanti a te.

Una parte di me vorrebbe il conforto di vedere questo articolo approdare a una sorta di lieto fine, del tipo “E vissero rotti e contenti”. Potrebbe infatti venire naturale, se non altro per placare l’ansia, pensare che in fondo anche la più tragica delle rotture non è altro se non una strepitosa opportunità di crescita grazie alla quale possiamo finalmente avviare un grandioso cambiamento di noi stessi che prima neanche saremmo riusciti a concepire. Ma sono quasi certo che Claire Marin non sarebbe d’accordo. Proprio all’inizio del libro, in forte polemica con le facilonerie americaneggianti del self-help e del “cambia te stesso, puoi!”, formula due domande, retoriche ma piuttosto importanti.

La prima: dopo una rottura diventiamo migliori o la rottura ci rende semplicemente più fragili creando in noi crepe profonde che saranno poi all’origine di nuove dolorose rotture future?

La seconda: cambiare noi stessi è una buona idea?

In ogni caso teniamoci il dubbio, fa più filosofi.