EUROPARLAMENTO CONTRO POLONIA E UNGHERIA. STATO DI DIRITTO ADDIO? LA DEMOCRAZIA RESTA IN ATTESA

DI ALBERTO TAROZZI

Polonia e Ungheria non democratiche? Pare che il Parlamento europeo se ne sia accorto. Non solo. Pare anche che si sia accorto che la Commissione preposta, che si è fatta carico di raccomandare ai suddetti paesi di compiere una svolta, veda molto limitato l’ambito di applicazione di quanto da lei indicato.

In poche parole, non solo i due paesi di Visegrad non si comportano come si deve, ma anche il Consiglio degli stati membri sta portando avanti un lavoro che lascia il tempo che trova.

Tutto questo mentre i due paesi vedono il consolidarsi a suon di voti, soprattutto in Polonia, di governi che, quanto a democraticità stanno scivolando su di un piano inclinato.

E’ in particolare l’indipendenza della magistratura che, in entrambi i casi, pare gravemente minata dal mancato rispetto di un principio universale che esige la separazione dei poteri.

Dietro tali accuse e dietro le orecchie da mercante che paiono regnare incontrastate nel Consiglio della Ue, sta il rafforzamento delle due forze a destra dei Popolari cui in Italia fanno riferimento Fratelli d’Italia e la Lega. Il primo (Conservatori e riformisti) è infatti guidato dal partito della destra polacca con a capo il premier Jaroslaw Kaczynski. Ad esso aderirà probabilmente Orban nel caso che i Popolari, tra una quindicina di giorni decidano di cacciarlo. Resta il solo dubbio che Orban scelga invece  Identità e democrazia, in cui sono egemoni la nostra Lega e il Rassemblement National della Le Pen.

Quali le ragioni di questo sussulto di rigore etico dell’Europarlamento, solitamente più dedito alle questioni del rispetto del rigore economico?

Per capirci qualcosa bisogna fare un passo indietro. Occorre cioè constatare che si tratta di una filastrocca di antica data e constatare  che si ha a che fare con “Raccomandazioni” che negli anni passati sono state utilizzate da Varsavia e Budapest come se fossero state scritte su fogli di carta igienica.

Erano poco più di due anni fa quando a nome della Commissione europea Timmermans aveva pronunciato le medesime accuse contro la Polonia avendo, parole sue, il cuore pesante

Una cosa è certa. A Bruxelles molti definirono la sua una vera e propria invocazione del, fino ad allora sconosciuto ai più (e fino ad oggi ai pochi), articolo 7. Al mancato rispetto delle regole democratiche doveva cioè seguire l’applicazione della così detta “opzione nucleare”.

In altre parole l’avvio di una procedura di attivazione di detto articolo 7 (paragrafo 1) con relativa possibilità di deferimento alla Corte Suprema. In base a tale articolo si sarebbero dovuti dare  tre mesi di tempo al governo colpevole di una violazione per modificare alcune leggi antidemocratiche. Dopo di che Bruxelles avrebbe potuto prendere provvedimenti pesantissimi. .

L’oggetto del contendere erano allora e sono ancora oggi, alcune leggi giudicate liberticide. In primo luogo, quelle leggi emanate dal Parlamento polacco e fortemente volute dall’estrema destra che, alla faccia del principio della separazione dei poteri, consegnano la nomina del Consiglio Superiore della Magistratura nelle mani dell’esecutivo (leggi il .Governo) nella persona del Guardasigilli (leggi il Ministro della Giustizia).  I polacchi dicono che così si snelliscono i tempi dei processi e accusano Bruxelles di ipocrisia. A dubitare della buona fede di Varsavia stanno però numerose e ulteriori recenti leggi che in materia di libertà lasciano parecchio perplessi, come quelle sull’aborto che hanno provocato una risposta di massa da parte dei movimenti delle donne.

Per l’Ungheria e la sua magistratura vige anche lì il dubbio che l’indipendenza sia effettiva. Ad esso si accompagna una serie di dubbi ulteriori, pertinenti il funzionamento del sistema costituzionale e il rispetto della libertà di espressione.

Contro questo stato di cose c’è già stato un poliennale carteggio tra le parti che non ha modificato nulla. Con tanto di cuore pesante, avrebbe dovuto prendere da tempo corpo l’avvio di una qualche “attivazione” che obbligasse  il governo polacco e poi quello ungherese a redimersi. Particolare inquietante: questa era stata la decisione di Timmermans, risalente alla fine del 2017.

La risposta del governo polacco fu di totale disinteresse. Passarono i mesi e a Varsavia si tirò avanti, come prima e più di prima.

Quali le conseguenze?

Sospensione o riduzione degli aiuti alla Polonia, che ai medesimi aiuti deve l’aumento di un terzo del Pil? Sospensione del diritto al voto in sede Ue? Purtroppo, per i più pesanti di questi provvedimenti, si renderebbe necessario un voto unanime. Figuriamoci se si potrebbe contare su quello dell’Ungheria, che è sottoposta alle medesime accuse e ai medesimi rischi. Ma anche quanto a provvedimenti leggeri, che vadano però oltre le raccomandazioni, non si è visto nulla.

In poche parole, mentre l’Europa dell’economia e della finanza basta che muova un dito per sconvolgere la realtà delle singole nazioni, l’Europa della politica percorre strade più contorte e non è detto che possa raggiungere la meta a dispetto di dichiarazioni roboanti.

Per due anni si è limitata a ringhiare contro i reprobi. Di mordere o meno chi viola le regole pareva che nessuno ne parlasse. Oggi è lo stesso Parlamento Ue che pare sostenere che quando è troppo è troppo. 446 voti favorevoli, 178 contrari e 41 astensioni. C’è da stare tranquilli? Per verificare come stiano andando le cose forse è meglio aspettare un altro paio d’anni.

La democrazia può attendere.