AMERICA, IRAN, MONDO: ORIGINI E CONSEGUENZE DELL’ASSASSINIO DI SOLEIMANI

DI ALBERTO BENZONI


Con il trascorrere dei giorni, molte cose che apparivano oscure e imprevedibili stanno riacquistando la loro giusta dimensione. Per quanto riguarda la natura dell’evento. Ma soprattutto le sue possibili conseguenze. Sul primo punto poco o nulla che non fosse intuibile sin dall’inizio. Dal fatto che l’assassinio (o, magari l’esecuzione) del generale non fosse il frutto di una scelta strategica e collettivamente discussa assieme agli organi preposti alla sicurezza ma di un impulso momentaneo condiviso dal presidente assieme ai superfalchi suoi stretti collaboratori. Sino al fatto che elemento scatenante dell’escalation chiusa il 4 gennaio sia stata l’uccisione di un “contractor” (traduzione edulcorata e ingannevole del nostro “mercenario”) americano, seguita dalla uccisione di 24 miliziani sciiti e poi dall’attacco all’ambasciata americana, peraltro senza perdite umane (i diplomatici americani presenti a Baghdad sono, per la cronaca, appena 14). E chiusa con il drone vendicatore; in un ambiente che fa venire in mente il rapporto tra il Settimo cavalleggeri e i pellirossa; ma non certo quello tra una superpotenza e il resto del mondo.
Ciò doverosamente ricordato, veniamo alle conseguenze: nel confronto politico americano e soprattutto in Medio oriente e in altre aree del mondo.
In America, l’uccisione del generale iraniano e soprattutto le modalità con cui è stata decisa hanno riportato, cosa che non avveniva da decenni, la politica internazionale al centro del dibattito interno. E non solo in campo democratico ma anche nell’opinione pubblica di ogni colore.
Per i democratici, questo significa alzare il tiro. Dando sostanza e qualità politica alla stessa procedura di impeachment. Non si tratta più, infatti, di denunciare comportamenti tanto impropri quanto politicamente irrilevanti. Ma di condannare una gestione della politica internazionale non solo solitaria ed erratica; ma anche sbagliata e gravida di ogni possibile rischio.
A livello dei comuni cittadini, basta e avanza riprendere l’intervista a un elettore repubblicano dell’Iowa:”ci aveva promesso di riportare a casa i nostri ragazzi; e invece ce ne rimanderà altri a morire. E questo non possiamo più accettarlo”.
Ma, proprio su questo punto, ci sentiamo, almeno in parte di rassicurarlo. Perché la nuova fase del conflitto tra Washington e Teheran sarà, insieme, più intensa e territorialmente più diffusa ma anche più controllata. Lo dice la reazione iraniana all’assassinio di Soleimani: una precisa salve di missili su di una base americana, con tutti, in qualche modo, preavvertiti con una modalità in cui non si facesse male nessuno; e, se vogliamo, anche il pronto riconoscimento dell’errore compiuto nell’abbattimento dell’aereo canadese, con le relative scuse e offerte di risarcimento. E lo dicono anche i messaggi ufficiali che i due capi di stato si sono scambiati: niente guerra, anzi disponibilità a intese (con il piccolo particolare che gli americani vogliono la resa preventiva prima di cominciare a discutere mentre gli iraniani si contenterebbero dell’eliminazione delle sanzioni).
Sia come sia, è quanto meno improbabile registrare, nel futuro, attacchi diretti dell’Iran contro gli americani o azioni punitive degli Stati Uniti in territorio iraniano. Almeno nello spazio temporale che ci separa dalle prossime presidenziali.
A pagare lo scotto di questa semiguerra saranno però gli altri: i popoli e non i loro dirigenti; le vittime e non i loro persecutori; gli innocenti e non i colpevoli.
Così in Iraq. Un popolo che ha subito, nell’ordine: l’intervento, semplice o democratico degli americani; anni di guerriglia con infinite distruzioni e perdita di vite umane; l’arrivo dell’Isis; il conflitto di tutti contro tutti; e infine la semiguerra per procura tra Washington e Teheran. E che sarà, da oggi in poi, il luogo deputato per il proseguimento di questo conflitto senza avere alcuna possibilità di porvi fine; e di recuperare l’unità e l’indipendenza del loro paese.
Così in Siria. Un popolo entrato, e non per sua responsabilità, nel nono anno di una guerra senza fine. Senza avere la minima possibilità di decidere del suo destino. E a cui viene negata ogni possibilità di riprendersi: neanche un cent arrivato delle diecine di miliardi necessari per la sua ricostruzione; e, ciliegina sulla torta, c’è la forte possibilità di un ritorno in forze dell’Isis e di un inasprimento delle sanzioni Usa formalmente rivolte a colpire il Colpevole (il regime di Assad) in realtà destinate alle sue vittime.
Così in Libano. Un paese ridotto alla fame dal liberismo selvaggio e da un’austerità insensata. Con il relativo e drammatico impoverimento della popolazione. Ma anche non in grado di avere un governo decente a causa dei veti reciproci di americani e iraniani; e con il rischio serio di una ripresa dello scontro confessionale.
Così nel Sahel dove la stessa Isis sta ritornando in forze.
Così in Europa, che si vede già ulteriormente coinvolta in conflitti in cui non ha alcuna voce in capitolo; e con il timore crescente per la minaccia islamista.
Così in tutte le zone del mondo, dove chiunque può diventare vittima di una guerra per procura.
Una situazione ideale per il revival del pacifismo. Quello attivo; non quello partigiano e piagnone. Ma dei suoi possibili protagonisti, l’uno (il socialismo) si è ritirato dalla scena senza che nessuno se ne accorgesse. Mentre l’altro, leggi l’Europa, è totalmente passivo. Anche perché, dopo tutto, a morire, almeno per ora, sono gli altri.

USA, FRANCIA, GRAN BRETAGNA, ITALIA:
DALLO SFRUTTAMENTO ALL’ABBANDONO

In America, contrariamente a quanto accade in quasi tutto il mondo, la speranza di vita sta calando da qualche anno. Mentre aumentano sensibilmente i suicidi.
Perché e dove? Su questo punto, il parere degli esperti è unanime. Ad essere colpiti sono i maschi, bianchi e con un basso livello d’istruzione. Quelli che vivono nel Midwest deindustrializzato dove non c’è nessuna speranza di ascensione sociale. E dove il loro voto, tradizionalmente acquisito ai democratici si è spostato, nel 2016, su Trump, garantendone la vittoria.
Qui, come altrove, lo sfruttamento – e con esso la lotta di classe – non sono più all’ordine del giorno. Sostituiti dall’abbandono. L’abbandono di chi ha perso il posto di lavoro e l’ambiente solidale ed affettivo che lo accompagnava, per il semplice fatto che questi sono scomparsi dall’orizzonte. L’abbandono di chi vede il suo orizzonte segnato sin dalla nascita per il fatto di dover frequentare la scuola X e non quella Y. Di chi ha perso i referenti collettivi – il partito il sindacato, il club – cui era abituato. Di chi vive lontano dai grandi centri in un’America tanto profonda da farlo scomparire. Di chi vede i servizi collettivi cui avrebbe dovuto fruire o scomparire o, come la sanità, divenire tanto costosi da essere fuori dalla sua portata. E, infine, di chi si sente disprezzato da quelle èlites urbane di sinistra come colpevole dei suoi mali o comunque intellettualmente inferiore.
Un problema americano? Non proprio. Perché è proprio in Europa, dai paesi dell’Est alla Francia, dalla Gran Bretagna all’Italia, che il problema appare più drammatico; anche nei suoi riflessi politici.
L’Europa non è l’America. L’Europa è il luogo dove le magnifiche sorti e progressive dell’umanità trovano il loro principale interprete non negli individui artefici del proprio destino ma nella democrazia, leggi nell’intervento dello stato e delle forze politiche. Ma è anche il luogo dove, venuto meno il loro impegno, le distanze tra i protagonisti della globalizzazione e i lasciati indietro dalla medesima, crescono in modo psicologicamente insopportabile e dove il fenomeno dell’abbandono viene vissuto più intensamente.
Ecco allora la Francia delle campagne sempre più desertificate. Via il lavoro, via il negozietto all’angolo, la scuola, il comune, il circolo, via le persone, molti vecchi e pochi bambini, via l’avversario: non più vicino e visibile ma lontano e inafferrabile: le èlites, i ricchi, “loro”. Un paese in cui, come ha scritto uno studioso, a ogni edificio pubblico abbandonato corrisponde un aumento di centinaia di voti per Marine Le Pen.
Ecco, ancora, la Gran Bretagna, dove oggetto di abbandono sono le vecchie aree minerarie e manifatturiere del Centro e del Nord dell’Inghilterra e del Galles, fedeli, da decenni al partito laburista. Ma che proprio in virtù di questo abbandono e di questa insofferenza sono state conquistate dalla destra sociale di Johnson; che aveva basato su di loro la propria campagna elettorale e che si è affrettato a proporre un piano massiccio di investimenti territorialmente e politicamente mirati per un importo pari, nell’arco di pochi anni, al 4/5% del reddito nazionale.
Così, infine, in Italia, dove la contrapposizione di destini tra centro e periferie, pianura e montagna, nord e sud, aree di espansione e aree desertificate è particolarmente intensa. E che, non a caso, vede la progressiva liquidazione dello stato e del pubblico. Avviandosi, in definitiva, a diventare, tra una lite e uno sbadiglio, il primo paese d’Europa occidentale governato da destre populiste.
A questo punto gioverebbe a tutti un piccolo ripasso sul significato della democrazia e sugli obblighi che ne derivano.

FRANCIA: MATRIMONIO E MATRIMONI

La Francia laica e dei lumi ha prodotto, in questo campo, due importanti riforme. La prima, varata dal governo Jospin nel 1999 (presidente Chirac) istituiva, a fianco del matrimonio civile e religioso tradizionale, il cosiddetto patto civile di solidarietà; beninteso sottoscrivibile da ogni tipo di coppia. La seconda, fiore all’occhiello della presidenza Hollande, rendeva il matrimonio tradizionale aperto espressamente a gay e lesbiche.
E’, a questo punto, interessante conoscere l’uso che i francesi hanno fatto di queste nuove leggi.
Nel primo anno di applicazione delle legge Jospin 305 mila coppie avevano optato per il matrimonio tradizionale mentre 22000 mila avevano sottoscritto il patto di solidarietà. Oggi il rapporto è di 227 mila a 209 mila; in un processo che vedrà, già dagli inizi degli anni venti, il secondo prevalere sul primo. A dimostrare, indiscutibilmente, il fatto che il patto di solidarietà non è affatto percepito come un matrimonio di serie B ma come un rilancio, su base più ampia e suscettibile di attrarre nuove persone, della promessa di amore e di sostegno reciproco simboleggiata dal matrimonio.
In quanto al matrimonio gay, 10 mila celebrazioni nel primo anno; per scendere progressivamente a 6 mila nel 2019. Segno, forse, che la legge è stata utilizzata per sanare situazioni urgenti; e magari – almeno questa è la mia opinione – che i suoi destinatari – gay e lesbiche – sono più interessati al diritto all’uguaglianza (offerto dal patto di solidarietà) che a quello alla differenza (offerto da Hollande).
Il dibattito è naturalmente aperto.