MOSTRA DI VENEZIA: CATE BLANCHETT PRESIDENTE DELLA GIURIA

DI GIOVANNI BOGANI

Sarà Cate Blanchett, attrice e produttrice australiana, interprete carismatica, elegante e glamour, la presidente della giuria alla prossima Mostra del cinema di Venezia. Lo hanno annunciato ieri il presidente della Biennale, Paolo Baratta, e il direttore artistico della Mostra, Alberto Barbera. “Venezia è uno dei festival di cinema più suggestivi al mondo”, ha detto Cate Blanchett nell’accettare l’incarico. “E’ una celebrazione di quel mezzo provocatorio e stimolante che è il cinema in tutte le sue forme. È un privilegio e un piacere essere quest’anno presidente di giuria”.

Cinquant’anni compiuti lo scorso maggio, due premi Oscar vinti, tre Golden Globes, una coppa Volpi come migliore interprete conquistata a Venezia per “I’m Not Here” di Todd Haynes, Cate Blanchett si è imposta all’attenzione internazionale proprio grazie alla Mostra del cinema. Era il 1998, e lei interpretava Elisabetta I nel film “Elizabeth”, che ebbe la sua prima mondiale a Venezia. Pochi mesi dopo, grazie a quel film avrebbe ottenuto la sua prima nomination agli Oscar.

In seguito, Cate Blanchett sarà Galadriel nella trilogia del “Signore degli anelli”, e nel 2005 vincerà il suo primo Oscar, per la sua interpretazione di Katharine Hepburn in “The Aviator” di Martin Scorsese. Il secondo Oscar arriverà nel 2014, per “Blue Jasmine” di Woody Allen.

Sette saranno, in tutto, le sue nomination. Ha una stella nella Hollywood Walk of Fame, ed è stata nominata Cavaliere dell’Ordre des arts et des lettres dal governo francese; la regina Elisabetta – quella vivente, non quella del film – l’ha nominata “compagno dell’Ordine dell’Austalia” per i suoi meriti artistici. E ha anche una sua statua di cera al Madame Tussauds di Hollywood. Secondo Forbes, è all’ottavo posto fra le attrici più pagate al mondo. Secondo noi, è al primo fra quelle più brave, più consapevoli delle potenzialità e delle responsabilità del suo mestiere. Due anni fa, aveva presieduto la giuria del festival di Cannes. Ha tre figli, nati fra il 2001 e il 2008, e ha adottato nel 2015 una bambina. È sposata da ventidue anni con il drammaturgo australiano Andrew Upton.

Si completa, così, il quadro dei ruoli d’onore nei due festival più importanti del mondo. E sono due scelte in un’ottica di progresso, di attenzione alle “alterità”. Il festival di Cannes ha annunciato un regista “contro”, punto di riferimento degli afro-americani e della Hollywood più democratica come Spike Lee, tenace oppositore di Donald Trump. E la Mostra del cinema sceglie, per guidare la giuria, di nuovo una donna, dopo l’argentina Lucrecia Martel e dopo Annette Bening. Una donna di immenso prestigio.

A Cannes, nel 2018, in cui era presidente di giuria, la Blanchett premiò con la Palma d’oro il film “Un affare di famiglia” del giapponese Kore’eda, e con il gran premio speciale della giuria proprio Spike Lee, e il suo “BlacKkKlansman”. Assegnò anche il premio come miglior attore a Marcello Fonte per “Dogman” di Matteo Garrone, e il premio per la sceneggiatura all’italiana Alice Rohrwacher per “Lazzaro felice”.

Scelte intelligenti, segni di sensibilità, di inclusione. Chi sembra rimanere indietro, in questa corsa verso l’apertura, sono proprio gli Oscar di quest’anno, troppo bianchi e troppo maschili, che sembrano riportare indietro gli orologi, rispetto al cambio di rotta innescato la scorsa stagione dal #metoo.

Nell’annunciare la scelta dell’attrice come presidente di giuria, il direttore della Mostra Alberto Barbera ha dichiarato: “Cate Blanchett non è soltanto un’icona del cinema contemporaneo. Il suo impegno in ambito umanitario e a sostegno dell’ambiente, oltre che in difesa dell’emancipazione femminile in un’industria del cinema che si confronta ancora con pregiudizi maschilisti, ne fanno una figura di riferimento per l’intera società. La sua intelligenza unica e la sua sincera passione per il cinema, oltre al suo immenso talento d’attrice, sono le doti ideali per un presidente di giuria”.

Da un presidente a un altro. Ci si scontra sul nome del presidente della Biennale, Paolo Baratta. Che, dopo i risultati lusinghieri degli ultimi anni, in molti vogliono ancora alla presidenza della Biennale, con una proroga al suo mandato. Ma il Movimento 5 stelle è contrario, con i suoi senatori della commissione cultura.

Paolo Baratta, ottant’anni compiuti lo scorso novembre, tre volte ministro negli anni ’90, è stato presidente della Biennale dal 1998 al 2001e di nuovo dal 2008 ad oggi. In questi ultimi dodici anni, la Mostra del cinema si è imposta come la più credibile piattaforma di lancio dei film per gli Oscar.

In difesa di Baratta, sotto la cui presidenza la Mostra è cresciuta di importanza e appeal internazionale, interviene il presidente della regione Veneto Luca Zaia: “Se una cosa funziona, e questa istituzione culturale certamente ci riesce, dobbiamo fare in modo che continui. Abbiamo una Biennale con i conti a posto, una Mostra del cinema in grande spolvero, le esposizioni di arte con una visibilità mediatica internazionale unica, e non si capisce per quale motivo non si debba continuare su questa strada”.