NON C’E’ RIVOLUZIONE CHE NON COMPORTI SACRIFICI

DI LORENZO FORLANI

C’è bisogno di risolvere una contraddizione che è allo stesso tempo concettuale e pratica, e che permette a molti di galleggiare nell’ambiguità.

È del tutto sano dichiararsi contro la violenza, contro la guerra, che dovrebbe essere il più possibile esclusa dai mezzi con cui dirimere le controversie. È però abbastanza naive pensare che in Medioriente possano esserci delle rivoluzioni – come si auspicano in molti, anche tra coloro che appunto rifiutano la violenza – senza sacrifici. Questo ci dice la Storia, almeno. E non serve scomodare l’adagio sul pranzo di gala.

Una rivoluzione per essere tale comporta il cambiamento delle strutture istituzionali, formali e sostanziali, esistenti in un Paese. Altrimenti non si chiama rivoluzione. Nel corso del secolo scorso c’è stata una sola rivolta di natura popolare, che poi ha aperto la strada ad una rivoluzione: quella del 1979 in Iran, ad un prezzo di circa 300 morti accertati.

Dopo i quali, però, l’Iran ha potuto rivendicare di essere uno dei pochissimi paesi che hanno avviato un percorso endogeno, non forzato o indirizzato dall’esterno, per il cui sviluppo o mancato sviluppo o cambio di traiettoria può biasimare o esaltare solo se stesso, senza ambiguità legate ad ingerenze in grado di intossicare le istanze della società civile. E, guarda caso, costruendo uno Stato centrale forte (al di là del segno o della qualità), con un framework locale per il (certamente limitato) pluralismo e il dibattito interno, senza eccessivi rigurgiti terroristici (mko a parte) di segmenti radicalizzatisi nella convinzione che il segmento/i antagonista abbia trionfato perché è stato promosso e sostenuto da paesi X o Y.

Le altre rivolte o sono state condotte da elites (militari, politiche, ecc) di diverso tipo (quella cubana, per esempio), oppure (o in aggiunta) non hanno prodotto un cambiamento delle strutture istituzionali (Egitto 2011), pur avendo natura popolare. Una rivoluzione è una cosa seria, che lascia cicatrici, che produce divisioni nette, che costringe a tagliare ponti, a costruirne altri, a trasformare amici in nemici e viceversa, a chiudere pagine e a confrontarsi con una porzione di ignoto, che moltiplica le paure, i conflitti, gli entusiasmi e le disperazioni. Non c’è nulla di festoso, se c’è una festa non c’è una rivoluzione, non stanno nella stessa stanza, smettetela di giocare con le parole nella pretesa di conferire più autorevolezza a delle iniziative.

E se non c’è una rivoluzione è probabile che in aggregato il gioco non valga la candela: è probabile che la somma delle cose da perdere in caso di rivoluzione sia superiore alla somma dei vantaggi potenziali da ottenere con la stessa. Numeri, i numeri e la loro consistenza, il loro peso specifico fa la differenza: sono i rapporti di forza, i numeri – migliaia di soldati poveri, religiosissimi e fan dell’esiliato Khomeini -, oltre che alcune altre circostanze, ad aver “premiato” i rivoluzionari in Iran 40 anni fa. La gente che aveva poco da perdere aveva superato quella per cui non valeva la pena andare incontro all’abisso per abbattere un regime.

Ho l’impressione che a volte si tenda ad aspirare alla botte piena e alla moglie ubriaca, oltre a giocare col fuoco. In particolare qui in Libano, vicino ma completamente diverso dal contesto siriano. Possiamo essere contro la guerra e contro la violenza, ma non possiamo esserlo a prescindere, se contemporaneamente ci auguriamo un cambiamento reale in contesti in cui il sistema da abbattere si regge sulla radicata e gelosa auto tutela di rendite di posizione. Si paga un prezzo se si vuole scardinare, abbattere, rovesciare: sono tutti verbi – anche la loro versione in arabo – che hanno a che fare con azioni coercitive, fisiche.

Una rivoluzione è un’apnea, da riva a riva. Col mare mosso. Bisogna immergersi, nuotare, sperare che tutto vada per il meglio, per poter guardare con sfinita soddisfazione la riva che ci si è lasciati alle spalle per sempre. Senza contatto con l’acqua si può passeggiare su quella stessa riva, la si può setacciare, esplorare, ripulire, ma si rimarrà in ogni caso da quella parte del mare. In quel caso si potrà ben sostenere di essere saggiamente scampati ad un grosso pericolo in mare aperto, salvando magari anche altre vite umane; ma, allo stesso tempo, non si potrà più invocare il desiderio della riva opposta, né lasciar intendere che quella riva si potrebbe raggiungere senza dover nuotare.

In tutti gli altri casi, anziché una rivoluzione, ci sono i tentativi di dialogo nazionale, di riconciliazione, di riforme. E anch’essi richiedono sacrifici, diciamo gli stessi che faremmo nuotando in piscina anziché in mare.