TOBAGI POTEVA ESSERE SALVATO. LA CORTE EUROPEA DA’ RAGIONE AI GIORNALISTI. INTERVISTA AL GIUDICE SALVINI

DI GIANLUCA CICINELLI

La Corte Europea di Strasburgo per i diritti umani ha stabilito che l’Italia con la sentenza contro i giornalisti Renzo Magosso e Umberto Brindani ha violato il diritto alla libertà d’espressione dei due ricorrenti, disponendo il pagamento dei danni morali in loro favore. Una decisione importante per la libertà d’informazione nel nostro Paese. La Corte Europea si riferisce alla condanna per un articolo pubblicato su “Gente” nel giugno del 2004 in cui si parlava dell’omicidio di Walter Tobagi, avvenuto il 28 maggio 1980, e dove si sosteneva che i Carabinieri dovevano sapere da tempo che il giornalista era nel mirino dei terroristi.

L’Italia dovrà versare ai due giornalisti 15 mila euro ciascuno come danno morale. Ma la sentenza censura soprattutto la valutazione della giustizia italiana che riteneva sussistere la diffamazione verso il generale dei Carabinieri Umberto Bonaventura, deceduto, e il generale dell’Arma ora in pensione Alessandro Ruffino. “Un’ingerenza sproporzionata nel loro diritto alla libertà d’espressione e quindi non necessaria in una società democratica”, ha sancito il tribunale europeo. Soprattutto perché i due giornalisti, oltre ad aver fatto le necessarie verifiche, riportavano dichiarazioni fatte da un sottufficiale dell’Antiterrorismo durante un’intervista. Se questo lavoro di informazione fosse sempre censurato, scrive la Corte, “s’intralcerebbe gravemente il contributo della stampa alle discussioni su problemi d’interesse generale”. Dal punto di vista giuridico quindi contano le verifiche e la correttezza del giornalista quando riporta dichiarazioni di altri. Magosso e Brindani avevano anche prodotto un numero consistente di documenti che provavano le verifiche svolte e nonostante questo erano stati condannati a pagare ben 150 mila euro di danni ai querelanti, con un “effetto dissuasivo” lo ha chiamato così la Corte Europea, che rappresentava in sostanza una sorta d’intimidazione nei confronti della stampa.

Perché aveva dato tanto fastidio l’articolo di Magosso e Brindani? Perché un informatore aveva avvisato con largo anticipo che era in corso la preparazione di un attentato contro il giornalista del Corriere della Sera ucciso il 28 maggio 1980 dalla ‘Brigata 28 marzo” guidata da Marco Barbone. Secondo un sottufficiale dell’Antiterrorismo i Carabinieri, il brigadiere Dario Covolo, che firmava i rapporti ai superiori con il nome in codice “Ciondolo”, già sei mesi prima dell’omicidio i vertici dell’Arma dei Carabinieri di allora erano stati informati del pericolo che correva Tobagi, ma non furono prese misure adeguate per salvargli la vita. Covolo presentò numerose relazioni informative sull’argomento, documenti che poi in gran parte non sono stati ritrovati, probabilmente spariti per nascondere l’errore avvenuto. Walter Tobagi quando viene ucciso non è un personaggio inviso soltanto ai terroristi, lavora in quel Corriere della Sera che risulterà infiltrato nei vertici dagli uomini della P2 e contro i quali il giornalista stava combattendo una battaglia dall’interno del quotidiano.

Non c’è prova di un dolo o di un complotto nella tragica vicenda ma piuttosto di una sottovalutazione da parte dei Carabinieri dei rischi che correva Walter Tobagi. Abbiamo intervistato il giudice Guido Salvini, che fu Giudice Istruttore nell’indagine sul tentativo di sequestro del giornalista nel 1978, l’episodio da cui divenne chiara la portata del pericolo che correva, e raccolse poi nel 1985 la confessione di uno degli autori del delitto, Mario Marano. Con lui abbiamo parlato sia dell’aspetto della vicenda relativo alla sentenza della Corte Europea sia dell’omicidio Tobagi nel contesto storico in cui avvenne. In calce a questa sintesi scritta trovate l’intervista integrale in audio.

Giudice Salvini, la Corte Europea per i Diritti Umani ha emesso una sentenza importante per la libertà di stampa in Italia?

Sì è’ molto importante che a dieci anni di distanza dalla sentenza italiana del 2010 sia stato ristabilito il diritto di cronaca e della libertà d’espressione nell’ambito dei principi fissati dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. I giornalisti avevano pieno diritto di diffondere con il loro articolo la versione raccolta dal sottufficiale dei carabinieri, avevano diritto di porre dei dubbi in quanto vi erano state probabilmente gravi carenze investigative. Hanno fornito una versione verificata e di interesse pubblico, il sottufficiale diceva cose che tutti noi avevamo il diritto di sapere.

Che ruolo avevano i carabinieri che si sentirono diffamati dall’articolo di Magosso e Brindani nel caso Tobagi?

Faccio una premessa, necessaria perché il caso Tobagi è un caso complicato. Io non credo che vi siano stati oscuri mandanti in quell’omicidio. Si è parlato di delitto commissionato dalla P2 come, all’opposto, di un suggerimento venuto da ambiti sindacali estremisti ostili al giornalista che aveva scritto sul Corriere articoli molto duri di condanna del terrorismo. Io non credo a queste ipotesi “complottiste”. Mancò invece negli investigatori quell’intuizione necessaria a proteggerlo. Il brigadiere Covolo aveva convinto un terrorista di Varese (Rocco Ricciardi, ndr) che aveva quindi deciso di collaborare rimanendo comunque all’interno di quel mondo sotto copertura. Era un informatore molto credibile che negli anni fornì notizie importantissime che contribuirono ai grandi arresti che all’inizio degli anni ’80 consentirono lo smantellamento delle organizzazioni eversive. A un certo punto questo informatore nel dicembre ‘79, sei mesi prima dell’omicidio Tobagi, raccontò al sottufficiale che si era costituito un nuovo gruppo che aveva ripreso il progetto già coltivato nel 1978, di colpire il giornalista. Qui avviene la sottovalutazione perché non ci sono i necessari approfondimenti e Tobagi viene ucciso. Il sottufficiale ha reso pubblica ai giornalisti la vicenda e l’esistenza delle informative passata ai superiori. Nonostante questo, quando fu pubblicato l’articolo furono incriminati i giornalisti, che si erano limitati a riportare questa storia. E’ grave piuttosto che nei processi intentati contro di loro nessuno abbia cercato le informative. Ce n’era più d’una. La magistratura milanese invece non è andata cercare quel materiale non si è interessata ad approfondire cosa era successo.

Le informative di Covolo erano almeno 25, ma questi documenti sono spariti. Del resto l’informativa di dicembre, l’unica recuperata, era solo, lo si capisce benissimo dal testo, una di una lunga serie. E tutte le altre?

Durante i lavori dell’ultima Commissione Moro, di cui sono stato consulente, ho avuto l’incarico di cercare quel materiale e posso confermare che è sparito. Tuttavia ho potuto raccogliere nel 2016 la testimonianza del generale dei Carabinieri Bozzo, un ufficiale di grande valore da poco deceduto, che mi ha confermato di aver visto quelle informative e che erano numerose.

Si voleva coprire un errore?

Secondo me sì, perché creava un enorme imbarazzo. In parte la magistratura coprì quell’errore perché si occupò solo di far processare i giornalisti invece di cercare subito tutte le altre informative che forse allora sarebbe stato possibile trovare. Così fu protettiva nei confronti di una mancanza investigativa che poteva aver contribuito alla morte di Tobagi. Devo anche dirle che a riprova che il racconto dei giornalisti fosse credibile e di interesse pubblico c’è un riscontro. Già a distanza di una settimana dall’omicidio Marco Barbone fu messo a colpo sicuro sotto intercettazione e così le persone vicine a lui. Questo indica che i Carabinieri avevano già, grazie alle sottovalutate informative di Covolo, la pista investigativa giusta.

Lei ha citato il gen. Bozzo che partecipò anche al ritrovamento delle carte di Aldo Moro in via Montenevoso a Milano, il primo ritrovamento del 1978 . Che rapporto c’è tra quel Nucleo investigativo dell’Antiterrorismo di allora, l’omicidio Tobagi e il caso Moro?

Sia il generale Bozzo che il capitano Arlati hanno testimoniato davanti a me confermando l’esistenza di molte relazioni provenienti dall’informatore. Entrambi erano stati protagonisti anche della vicenda di via Montenevoso e delle carte di Moro e hanno più volte raccontato che in quell’occasione non tutto andò come doveva andare. Una volta trovati i dattiloscritti di Moro, questi documenti erano stati da altri ufficiali portati fuori dal covo, fotocopiati e riportati in via Montenevoso in numero inferiore a quelli che erano stati effettivamente rinvenuti. Questo non è solo un errore, ma desta il sospetto che una parte di quello che aveva detto Moro, ad esempio su Gladio che all’epoca non era ancora nota, su Andreotti e su alcuni scandali del passato, sia stato in modo non legittimo secretato. Altre carte di Moro poi vennero stranamente ritrovate molti anni dopo, nel 1990, nello stesso covo, nascoste dietro un semplice tramezzo. Questo lascia alcuni dubbi sulle scelte del Comando dei Carabinieri dell’epoca in ossequio ad una malintesa ragion di Stato o a una ragione politica

Tobagi inoltre si sarebbe anche proposto come mediatore per portare ai rapitori il denaro del riscatto raccolto dal Vaticano per salvare la vita di Moro?

Fu un tentativo realmente accaduto. Durante i lavori della Commissione Moro abbiamo raccolto la testimonianza di un alto prelato vicino a Paolo VI che ha confermato di aver visto personalmente a Castelgandolfo la somma destinata al riscatto, poche ore prima del tragico epilogo della vicenda. Poi, per ragioni non individuate, la trattativa saltò. Ma la vicenda della somma pronta per salvare Moro è assolutamente vera.

Tengo a dire che nel caso Tobagi la confessione di Marco Barbone è del tutto attendibile, lo ha ucciso quel gruppo di giovani in preda all’ubriacatura ideologica di quegli anni. Ciò non toglie che vi siano state mancanze nelle investigazioni su quel caso, che le carenze siano state coperte, anche con troppa indulgenza, da parte della magistratura e che quello stesso gruppo di ufficiali si sia comportato in maniera non corretta durante il ritrovamento delle carte di Moro. Ci sono verità ancora non dette sulle storie di quegli anni.

L’audio con l’intervista integrale al giudice Guido Salvini: