IL DISSOLUTO IMPUNITO

DI LUCA BILLI

Les hommes naissent et demeurent égaux, diranno i rivoluzionari francesi pochi mesi dopo che i due “irregolari” del teatro europeo, un vanaglorioso, libidinoso, sconcio, infantile ragazzo e un prete che a Venezia gestiva un bordello, scrivono e mettono in scena il Don Giovanni.

Non sono rivoluzionari Wolfgang Amadeus Mozart e Lorenzo Da Ponte, lavorano per l’imperatore, la cui sorella avrebbe “perso la testa” a Parigi qualche anno dopo – Da Ponte anzi è il poeta di corte per il teatro italiano degli Asburgo – eppure è difficile immaginare un’opera più eversiva del Dissoluto punito ossia il Don Giovanni, come recita il titolo del dramma giocoso andato in scena il 29 ottobre 1787 al Teatro degli Stati generali di Praga. Certo alla fine del dramma l’impudente seduttore viene punito, viene trascinato all’inferno dai demoni evocati dalla statua del Commendatore, e gli altri personaggi possono cantare, tirando un sospiro di sollievo, la morale:

Questo è il fin di chi fa mal:

e de’ perfidi la morte

alla vita è sempre ugual!

Don Giovanni è un gran seduttore, il catalogo delle sue conquiste meticolosamente tenuto dal fido Leporello, è lì a testimoniarlo, ma le donne si lasciano facilmente sedurre. Il “catalogo” è un testo illuminante non tanto per il numero delle donne avute dall’impenitente spagnolo, ma perché ci mostra Don Giovanni all’opera. Più che un seduttore, è uno che conosce le persone e che sa sfruttare le loro debolezze. Delle 2.065 donne che ha avuto – saranno poi 2.066, visto che nel corso dell’opera riesce a far scattare la sua trappola anche con la cameriera di Donna Elvira – non sappiamo quante siano le vecchie, ma suppongo che la percentuale sia piuttosto alta. Sono prede facili: vogliono sentirsi dire che sono giovani. E così le brutte: quando Don Giovanni dice loro che sono belle, vogliono assolutamente crederci. Oggi Don Giovanni lavorerebbe nel marketing e nella pubblicità. E poi ci sono le cameriere, le contadine, ossia le donne del popolo: per loro è parecchio più difficile dire no se un signore chiede qualcosa, anche “quella” cosa. E molte di loro avranno anche pensato cosa guadagnare da quella situazione. Don Giovanni conosce le meschinerie delle persone e le mette a frutto. E sa anche che gli uomini che lo criticano per quella sua condotta licenziosa in verità lo invidiano, si chiedono come possono fare per essere al suo posto. Don Giovanni sa che il mondo fa schifo e cerca di guadagnarci.

E infatti nell’opera non si salva nessuno, né donne né uomini, né signori né plebei. Gli uomini – e le donne, colpevole dimenticanza dei redattori della Dichiarazione, ma non di quel prete spretato che le conosce assai bene – nascono e rimangono uguali. La condanna è assolutamente egualitaria: è il trionfo dell’illuminismo. Donna Elvira sa chi è Don Giovanni, anche prima che Leporello le spieghi le sue non proprio originali tecniche di seduzione, lo ama, sfidando l’evidenza, perché non riesce a star sola. Zerlina sa bene cosa quel ricco signore vuole da lei, ma immagina anche, oltre all’avventura, a un riscatto sociale, sa che i cavalieri sono di rado onesti e sinceri con le donne, ma magari lei è l’eccezione. E Donna Anna siamo proprio sicuri che non abbia riconosciuto l’uomo che ha fatto entrare nella sua stanza, e nel suo letto? Davvero ha creduto che fosse Don Ottavio?

Non fanno miglior figura i “cornuti” della storia: sinceramente se lo sono meritato. Masetto, al di là delle spacconate, quando Don Giovanni lo allontana per rimaner solo con Zerlina, deve essere ben stupido per non sapere cosa quel signore voglia fare. Oppure è connivente. Perché le corna pesano un po’ meno se in tasca uno ha dei denari. Don Ottavio per difendere la sua amata al massimo propone di ricorrere alla carte bollate. E approfitta della situazione per concludere il matrimonio, tanto ormai chi la prende una come Anna.

E ridiscendendo sulla scala sociale, Leporello, nonostante i richiami all’ordine e gli inviti alla prudenza che rivolge, inascoltato, al suo padrone, approfitta delle briciole che cadono dalla sua tavola. Non si limita a mangiare gli avanzi delle leccornie che Don Giovanni assaggia soltanto: si prende anche altro. Lo vediamo nella scena con Donna Elvira: immagino non gli dispiaccia che quella bella signora lo creda il padrone. Non è stata certamente quella la prima volta in cui i due hanno fatto quel giochetto. E anche i suoi inviti alla moderazione non sono dettati dal rispetto verso le donne, ma solo dalla paura delle conseguenze. Leporello non vuole che Don Giovanni cambi vita, solo lo preferirebbe un po’ più prudente. Per continuare a goderne anche lui.

E poi c’è il Commendatore. Non crediate che faccia tutta quella scena perché si preoccupa per la figlia. Non gliene importa nulla di lei. Ce l’ha con Don Giovanni perché l’ha colpito nell’onore e soprattutto nel portafoglio: una figlia non più vergine vale meno nel mercato matrimoniale. Ormai o se la piglia quel pesce lesso di Don Ottavio o gli rimane in casa. E non credo sia un caso se Da Ponte e Mozart ci dicono che quel nobile signore è all’inferno. Il Commendatore viene a prendere Don Giovanni per portarlo con sé.

Alla fine, di fronte alle ipocrisie di tutti questi personaggi, che passano la vita a mentire, a se stessi e agli altri, a fingere di essere virtuosi, Da Ponte e Mozart chiaramente prendono le parti di Don Giovanni, che sarà pure un farabutto, ma non fa mai finta di non esserlo. Quanti vecchi si scoprono all’improvviso credenti al momento in cui si trovano di fronte alla morte, che magari non arriva. Don Giovanni che ha il privilegio di vedere addirittura i diavoli che lo vengono a prendere – una cosa che a noi non succederà, perché quel giorno i demoni avranno altre incombenze – quando chiunque altro avrebbe detto mi pento, pur di sfuggire a quella compagnia, ripete per tre volte il suo no. Don Giovanni non vuole cambiare: e c’è dell’eroismo in questa follia.

Tra il Don Giovanni e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino – e non della donna – lassù in Lamagna, in una bella città affacciata sulla laguna della Vistola, un professore di filosofia, le cui abitudini sono così metodiche che i suoi concittadini sono soliti regolare gli orologi quando lo vedono passare, l’antitesi perfetta di un dongiovanni – ma anche di tipi come Mozart e Da Ponte – pubblica un libro in cui è scritto, tra le molte altre cose,

Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.

Anche se non fosse sceso con il Commendatore all’inferno, Don Giovanni non avrebbe certo letto La Critica della ragion pratica: avrebbe avuto altro – e di meglio – da fare. Però il cielo stellato lo ha ammirato spesso, è stato un compagno fedele delle sue molte avventure. E, a suo modo, ammira perfino la legge morale in sé, anche se non è proprio quella a cui pensa Kant. Don Giovanni, e lo vediamo nell’ostinazione coraggiosa con cui affronta la morte, pensa che la sua vita si destinata a quel fine. E che diritto abbiamo noi di dire che sbaglia?