CASO VANNINI, LA MADRE: “NON MI RIDARANNO MARCO, MA QUALCUNO PAGHERÀ”

DI CLAUDIA SABA

“Nessuno mi ridarà mio figlio, ma è giusto che qualcuno paghi per la sua morte “.
Mamma Marina parla subito dopo il verdetto della Cassazione.
Non era in aula ad ascoltare la sentenza, arrivata ieri nel tardo pomeriggio.
Processo tutto da rifare per la la Cassazione, che fa sue le parole del Pg Elisabetta Ceniccola: “Marco Vannini non è morto per un colpo di arma da fuoco, ma per un ritardo di 110 minuti nei soccorsi”.
Non è stato omicidio colposo e, quindi, il nuovo processo d’appello per la morte di Marco ci sarà.
La notte del 17 maggio 2015, Marco si trovava in casa della sua fidanzata Martina Ciontoli, quando un colpo di pistola sparato da Antonio Ciontoli lo aveva raggiunto nella vasca da bagno.
Marco si lamenta, urla e ripete: “Scusa Martina”.
In casa con lui e Martina, ci sono: Antonio Ciontoli, la moglie Maria, Federico e la fidanzata di quest’ultimo, Viola.
Tutti assistono alla sua agonia ma nessuno muove un dito per aiutarlo.
I Ciontoli racconteranno che Marco stava facendo un bagno nella vasca quando nella stanza entra Antonio, con una pistola da mostrargli.
Ciontoli dice di essere convinto che la pistola fosse scarica e di aver premuto “per scherzo” il grilletto e inavvertitamente parte un colpo che ferisce Marco ad una spalla.
Federico Ciontoli chiama il 118, ma con enorme ritardo rispetto allo sparo.
Nella telefonata al 118 si sente: “C’è un ragazzo che si è sentito male probabilmente per uno scherzo, di botto è diventato troppo bianco e non respira più…”, ma subito dopo, riferisce che l’ambulanza non serve più.
Qualcuno della famiglia Ciontoli lo invita a troncare la comunicazione.
Federico chiude la telefonata.
Marco è ancora vivo.
Sarà Antonio Ciontoli, successivamente, a chiamare nuovamente l’ambulanza senza rivelare, però, la vera causa del malore.
Racconta di un buchino sulla spalla causato dalla punta di un pettine.
Quando gli operatori del 118 arrivano nella villetta dei Ciontoli, Marco è agonizzante.
Lo portano d’urgenza all’ospedale e solo a questo punto Ciontoli rivelerà che Marco è stato colpito da un proiettile.
La corsa in eliambulanza al Gemelli non servirà a nulla. Marco muore durante il viaggio e al suo arrivo viene dichiarato morto.
Sono le 3 del mattino.
Da qui, parte tutta la vicenda giudiziaria.
Una vicenda fatta di omissioni, bugie, versioni mutate che portano, in primo grado, alla
condanna di Antonio Ciontoli a 14 anni per omicidio volontario con dolo eventuale. 3 anni per omicidio colposo al resto della famiglia.
Assolta, invece, Viola Giorgini, la fidanzata del figlio di Antonio Ciontoli.
In secondo grado il reato viene derubricato da omicidio volontario con dolo eventuale a omicidio colposo con colpa cosciente e la pena per Antonio Ciontoli passa da 14 a 5 anni di reclusione.
La sentenza è fortemente contestata dalla famiglia Vannini che, sostenuta da una catena di solidarietà senza precedenti vuole a tutti i costi “Verità per Marco”.
E così la Procura Generale chiede alla Cassazione di annullare la sentenza che ha ridotto la pena a soli 5 anni per Antonio Ciontoli.
“Fu omicidio volontario, serve un nuovo processo” e il ritardo nel chiamare i soccorsi “costituisce l’assunzione di una posizione di garanzia verso Vannini, presa da parte di Antonio Ciontoli e dai suoi familiari”, sottolinea Ceniccola nella requisitoria in aula.
Marco poteva essere salvato.
E con la sentenza della Cassazione, forse la verità è più vicina.
Lo testimonia un sorriso sul volto di Marina Conte dopo tanti mesi trascorsi nell’ansia.
“Marco se la merita giustizia. L’hanno lasciato morire a 20 anni. Lui si poteva salvare”.