QUELLA SVASTICA DISEGNATA SULLA PORTA DI CASA. AL FIANCO DI ARIANNA

DI LEONARDO CECCHI

Arianna aveva 11 anni quando gli Alleati liberarono il campo. Finì in ospedale, da sola. Pesava 18 kg. Aveva tifo, TBC, polmoni colpiti da pleurite e piede destro congelato, a causa del quale le amputarono l’alluce. Poi, dopo 5 mesi, la dimisero.

Per strada gli americani distribuivano cibo. Le altre donne liberate da Auschwitz con lei lo mangiavano tutto. Ma lei no. Lo raccoglieva e lo metteva da parte per la madre. Per quella madre che aveva visto l’ultima volta l’anno prima, quando le separarono. La vide da lontano, da dietro una rete. E riuscì a farle avere un ultimo biglietto, assieme ad un pezzettino di pane gelosamente custodito. Un “dono” di una bambina di 11 anni alla madre.

Quel giorno non sapeva che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui vedeva sua madre. Perché lei morì lì, assieme alle sue sorelle. Nel campo di concentramento o forse nella marcia della morte a cui furono costrette. Morirono come tanti altri. Adulti e bambini come Arianna, che fu tra i 25 bambini italiani che si salvarono da Auschwitz. Su 776.
Quando seppe della morte di tutta la famiglia, ebbe una pesante crisi di nevrosi. Poi, poiché era sola, finì in un orfanotrofio. Con un dolore immenso dentro. Che si è portata dietro per decenni. E nonostante il quale non si è però mai arresa. Mai. Ha studiato, è ritornata, faticosamente, alla vita. Ma non ha mai smesso di ricordare. E raccontare, parlare dell’orrore che aveva vissuto. Vivendo, ogni volta, un dolore immenso. Ma facendolo affinché con le sue parole quell’orrore non si ripetesse. Affinché quel dolore che lei, bambina, aveva provato, non dovesse capitare a nessun’altro.

E oggi, proprio oggi, qualcuno fuori casa sua a San Daniele del Friuli ha deciso di fare del male a lei, questa donna. A questa madre, a questa nonna che tanto ha già patito nella vita: le ha disegnato una svastica sulla porta. “Dopo 75 anni l’ebreo è sempre ebreo”, quel qualcuno aveva detto qualche giorno prima in delle lettere anonime. E poi ha colpito con quel simbolo. Quello stesso simbolo che, per lei, ha significato la distruzione della famiglia di una bambina, lei. La perdita di una madre, di un padre, delle sorelle. Di tutto ciò che amava.

Una cattiveria terrificante, che fa male a lei, ma anche a noi. Tanto. Perché l’incapacità di alcuni “esseri umani” di provare empatia per il dolore altrui, ma anzi sfruttarlo per far ancora più male, non è solo terrificante. Ma inumana essa stesso.

Ad Arianna mandiamo un grande abbraccio.
Noi siamo al tuo fianco. E ci saremo sempre.