DELLE LOCUSTE NON CI FREGA NIENTE. PER ADESSO

DI ALESSANDRO GILIOLI

e abbiamo un momento per distrarci da Bugo, dagli ultimatum di Renzi e dall’ultima dichiarazione delle Sardine, forse potremmo accorgerci di qualcosa che impatterà (anche) sulle nostre vite un filo di più: la spaventosa invasione delle locuste in Africa orientale – e non solo lì.

Quando si parla di cavallette solitamente in Europa vengono in mente due cose: le piaghe della Bibbia e il celebre sketch di John Belushi nei Blues Brothers. Se invece vi fosse capitato di viaggiare in Africa orientale negli ultimi mesi – già da ottobre – delle locuste avreste sentito parlare da tutti – oh tutti – i contadini incontrati nei villaggi e nei campi.

Naturalmente i contadini non li ascolta nessuno, specie nelle zone del pianeta poco coperte dai media (fossimo stati nel midwest americano già la cosa sarebbe stata diversa) sicché si è dovuto aspettare che la tragedia fosse totale perché qualcuno si accorgesse di quello che stava succedendo: probabilmente la peggiore catastrofe agricola della storia moderna.

Attualmente la calamità ha il suo epicentro nel Corno d’africa – Kenya, Etiopia, Eritrea e Somalia – ma coinvolge da sud a nord una fascia d’Africa orientale che va dal Mozambico all’Egitto, passando per Tanzania, Uganda, Sud Sudan e Sudan, e si trascina verso oriente colpendo la penisola arabica e l’Iran, fino a risalire nella vasta area di confine tra Pakistan e India, compresa tutta la fertile pianura del Punjab.

Stiamo parlando di una cosa tra i 100 e i 200 miliardi di esemplari di Schistocerca gregaria, i cui sciami sono in grado di divorare quasi due milioni di tonnellate di vegetazione al giorno in un’area di 350 chilometri quadrati.

Non è ancora calcolabile quanti milioni di persone potrebbero essere alla fame nei prossimi mesi a causa della distruzione dei raccolti, anche perché molto dipende dall’evoluzione della situazione climatica.

Il clima, appunto.

Non ci sono al momento certezze scientifiche sulle cause di questa spaventosa invasione. In passato ce ne sono state altre – la Bibbia appunto lo testimonia – ma non venivano raccolti dati sufficienti per farci sapere se la catastrofe attuale abbia dimensioni assai maggiori, come pare.

Di certo ci sono studi che già anni fa mettevano in guardia sui possibili effetti del cambiamento climatico sulla popolazione delle cavallette e sulla loro iperfetazione in Africa orientale, così come diversi scienziati vedono un collegamento tra questa catastrofe e l’alterazione dei monsoni in India.

Altrettanto certo è che l’Africa orientale ha subito l’anno scorso due cicloni consecutivi che hanno lasciato sgomenti i meteorologi, così come indiscutibile è che l’usuale alternanza di stagione secca e umida da quelle parti si sia gradualmente modificata negli ultimi vent’anni, con un drammatico prolungamento della prima seguita da una stagione delle piogge molto più breve ma anche molto più violenta.

Se si parla con i contadini – che certo scienziati non sono, ma hanno un’esperienza diretta – queste alterazioni del clima emergono subito, così come la convinzione che ci sia un rapporto causale diretto tra il clima impazzito e l’invasione delle cavallette.

In ogni caso la tragedia umanitaria è già in corso, anche se per ora è lontana da noi, che ci occupiamo quindi di Bugo.

Tuttavia il mondo è diventato piuttosto piccolo, ultimamente, sicché con ogni probabilità presto qualche altro milione di africani e forse di indiani busserà per fame alle nostre porte, in Europa, anche per i possibili conflitti armati che spesso scoppiano quando i raccolti non ci sono più.

Salvini ne sarà contento (suppongo che tifi per gli ortotteri, visto il vantaggio politico che potrà trarne quando arriveranno i barconi), noi staremo qui a discutere se saranno profughi di guerra o economici o climatici spaccando ridicolmente il capello in quattro – e pochi si chiederanno se l’esplosione delle locuste non sia anche effetto del nostro mondo ricco che per consumismo e incuria ha cambiato e continua a cambiare il clima del pianeta, cavallette comprese.