LA CASSAFORTE AUSTRIACA (II PUNTATA)

DI LUCA BILLI

L’appuntamento è per dopodomani. Alle otto di sera, precise.

I due uomini sono usciti insieme a tutti gli altri dalla piccola sala del Cabaret Voltaire, seguendo Emmy e il suo grottesco corteo. Anche loro, come gli altri, battono le mani, ma, una volta fuori, cercano un angolo appartato della strada, vicino al negozio di un ciabattino, che a quell’ora naturalmente è chiuso. Dopo che quello più giovane dei due ha sussurrato quell’informazione, si salutano con un cenno e si allontanano dalla Spiegelgasse, in direzioni diverse, come se non si conoscessero.

Quando Adelaide arriva alla finestra, i due uomini se ne sono già andati, ma probabilmente non li avrebbe neppure visti: è rapita da quello spettacolo che si sta svolgendo laggiù in strada, da quella donna che sta imitando il suo modo di camminare quando porta fuori i bambini. La ragazza non riesce a smettere di ridere: è da tanto tempo che non ride così. Eppure Adelaide conosce uno dei due, quello più vecchio, lo ha incontrato, a Milano, in stazione: l’ha aiutata a salire sul vagone, portandole la valigia. Ma anche trovandoselo di fronte, di giorno, sulla Spiegelgasse, probabilmente non lo avrebbe riconosciuto.

Adelaide quel giorno è così nervosa. Conosce naturalmente la piccola stazione di San Giovanni in Persiceto, ormai conosce anche quella di Bologna, ma non è mai andata più in là. La stazione di Milano le sembra immensa, una specie di cattedrale, e poi ha il terrore di non riuscire a trovare il binario da cui parte il treno per Zurigo. Fare un viaggio del genere, da sola, è la più grande avventura della sua vita: non riesce proprio a ricordare il viso di quel signore gentile. Chissà perché ha notato solo il suo accento; Adelaide ricorda che quella calata le ha strappato un sorriso.

O giù bimba, t’aiuto io ‘on ‘ste valige. In du’ salti s’arriva a’i binario.

Quando il campanile della chiesa di san Pietro ha battuto l’ottavo rintocco, quattro uomini si ritrovano davanti a un’anonima palazzina al 69 della Bahnhofstrasse, a meno di dieci minuti dal Cabaret Voltaire. Si scambiano un cenno di saluto. In quella sera di martedì grasso sono le persone più silenziose di tutta Zurigo. Il più dei giovane dei quattro, che, nonostante l’età, è chiaramente il capo, fa il segnale che gli altri aspettano. Uno tiene in mano un mazzo con sedici chiavi, osserva la serratura e, a colpo sicuro, prende quella che apre proprio quella porta. Sono dentro. L’uomo che introduce quel silenzioso corteo indica una porta e l’uomo delle chiavi sceglie, ancora una volta, la chiave giusta. Il capo osserva le porte che si aprono al loro passaggio e fa cenno al toscano di seguirli, tra poco toccherà a lui. Una chiave per ogni porta. Tredici, quattordici, il capo conta mentalmente le porte, quindici, sedici. E diciassette. L’uomo delle chiavi non sa cosa fare: non ha una chiave per quella porta. Il capo guarda l’uomo che li ha portati fin lì e lui allarga le braccia: L’ho sempre vista aperta. Sono le uniche parole pronunciate dai quattro quella sera. Tornano indietro, chiudendo una porta dopo l’altra, finché non sono in strada. Non si salutano neppure mentre si allontanano per le strade chiassose della città che festeggia l’ultimo giorno di carnevale.

E’ un bel pomeriggio di sole quel mercoledì a Zurigo. Non danno nell’occhio quei due uomini che siedono su una panchina del parco del Lindenhof leggendo il giornale. Senza parlarsi.

Davvero, io non ho mai visto chiusa quella porta. Per questo non ho fatto il calco. Oggi comunque sono in servizio, lo farò e domani te lo consegnerò. Spero che il tuo uomo riesca a fare la chiave per sabato.

Quello è affar nostro. Il giovane è preoccupato. Quell’imprevisto rischia di far saltare l’intera operazione e mette in pericolo anche le loro vite. Ed è costretto a fidarsi di quella spia austriaca e di quell’avvocato doppiogiochista. Non può contattare Berna, a questo punto deve decidere lui e lui decide di proseguire con l’operazione.

Il giovane chiude il giornale. Si alza e se ne va chiuso nei suoi pensieri.

Stenos.

Balza a sentire il suo nome. Nessuno degli altri sa che si chiama così. Nessuno sa che è a Zurigo, i suoi familiari lo credono imbarcato. In maniera automatica avvicina la mano alla fondina sotto la giacca.

Adelaide non riesce a credere che quel giovane serio che passeggia per il parco in quel pomeriggio d’inverno, a Zurigo, sia proprio Stenos. Si affollano i ricordi: o meglio è un solo ricordo, quel pomeriggio d’inverno ai Giardini Margherita, quel bacio.

Anche Stenos non riesce a credere che sia proprio Adelaide.

I due giovani rimangono fermi per un secondo che sembra a loro eterno. Per fortuna ci sono i cinque bambini a spezzare quell’irreale silenzio.

Adelaide, gridano praticamente tutti insieme, possiamo andare a giocare?

È Adelaide che comincia a raccontare: della morte della madre, del viaggio, di quei bambini che sono diventati in qualche modo il suo lavoro. Non parla di suo fratello. Sa che Stenos immagina che lui è lì, esule o renitente. Stenos è un soldato, è uno che ha manifestato perché l’Italia entrasse in guerra, è un volontario, è uno che ha scelto di combattere. Ma – Adelaide pensa in fretta – se è lì a Zurigo, forse anche lui….

Stenos, mentre ascolta il racconto della ragazza, pensa a quello che le può dire. Non può raccontarle che si chiama Giovanni Sollima – come è scritto sul suo passaporto – non può dirle che è un medico venuto a Zurigo per studiare alcune nuove tecniche chirurgiche, come ha raccontato alla signora da cui ha affittato la stanza in cui abita in città. Non può raccontarle tutte quelle bugie, ma non può neppure dirle la verità.

Ti prego, Adelaide, non chiamarmi Stenos. E non raccontare a nessuno che mi hai visto qui. Neppure a tuo fratello.

Sa quanto Adelaide e Giulio siano legati, ma Stenos conosce anche bene quello che il giovane bolognese fa lì in città: certo non sostiene gli austriaci, ma neppure gli italiani. Giulio combatte un’altra guerra, in cui Stenos è comunque un nemico.

Domani io sarò qui, a questa stessa ora. Spero che tu non ci sarai. Vorrei dirti tante cose, ma domenica sarò già lontano da Zurigo. Le afferra le mani. Il silenzio di quel saluto cala sui due giovani.

Adelaide, andiamo al parco anche oggi?

No, bambini, oggi facciamo una passeggiata lungo la Limmat.

Finalmente è sabato. Stenos Tanzini è il primo ad arrivare davanti al consolato austriaco. Dopo pochi minuti, mentre si sentono i rintocchi delle campane, arrivano Remigio Bronzin, il fabbro, profugo triestino, che in poche ore ha realizzato la diciassettesima chiave, l’avvocato Livio Brin, che conosce il consolato perché un tempo è stato assoldato dal capo dello spionaggio austriaco e adesso fa il doppiogioco e infine Natale Papini, il signore livornese che ha aiutato Adelaide alla stazione a Milano. Lui è il mago delle casseforti. Peccato che quella volta a Viareggio… è stata solo sfortuna. Natale non ci voleva credere: quell’ufficiale è andato a cercarlo in carcere per chiedergli di rubare per l’Italia. Natale poteva scegliere: o andare al fronte o tornare a rubare. Non ci ha pensato due volte.

Si ricomincia: una chiave per ogni porta. Tredici, quattordici, Stenos conta, quindici, sedici, diciassette. Ed ecco la cassaforte, adesso tocca a Natale. Stenos guarda nervosamente l’orologio. Remigio sta alla finestra. Livio è in piedi accanto alle valigie vuote. La fama di Natale Papini è meritata. E finalmente la cassaforte del consolato austriaco svela i suoi segreti. Ci sono i documenti in cui è descritta la rete delle spie e dei sabotatori che hanno fatto tanti danni alla flotta italiana. Rudolf Meyer, il capo dello spionaggio austriaco per l’Italia, tiene con precisione l’elenco dei suoi uomini: ci sono i nomi di militari, uomini politici, un paio di cardinali, che lavorano per Vienna. Nei giorni successivi saranno tutti arrestati. E poi c’è molto denaro, gioielli, una preziosa collezione di francobolli. Il capo dell’operazione, il tenente di vascello Pompeo Aloisi farà in modo che i gioielli e i francobolli siano restituiti: sono una proprietà personale del console e loro sono spie, non ladri.

Domenica i quattro sono già in viaggio alla volta dell’Italia: non conviene che rimangano troppo tempo in Svizzera. A Bologna le loro strade si dividono. Il secondo capo Stenos Stanzini, che ha una licenza concessa dalla Regia Marina, si ferma in quella città, dove vive ancora la sorella e dove ha vissuto anche lui qualche mese cinque anni prima. Alla sorella racconta che la sua nave è alla fonda a Taranto, per alcune riparazioni urgenti: ormai la sua vita è una continua bugia.

Passeggiando per i Giardini Margherita ripensa ad Adelaide. Alle cose che le avrebbe voluto dire. E che non le dirà mai.

continua… 

 

per chi se l’è persa, ecco la “prima puntata“…