ZAKI E’ CASO REGENI 2, L’ITALIA NON PUO’ IGNORARLO

DI GIULIO CAVALLI

Riannodiamo il filo: c’è uno studente egiziano di 27 anni che sta studiando per un dottorato all’Università di Bologna, dove viveva. Patrick George Zaki collabora con l’Egyptian Iniziative for Personal Rights (Eipr) come ricercatore sui diritti umani e di genere. Amy era tornato in Egitto per una breve vacanza nella sua città natale, Mansoura, dieci chilometri a nord del Cairo. Venerdì scorso appena atterrato in aeroporto è stato fermato dai servizi segreti egiziani e, raccontano i suoi avvocati, è stato minacciato, picchiato e sottoposto a scosse elettriche. Solo dopo è stato informato di essere accusato della pubblicazione di notizie false con l’intento di disturbare la pace sociale e di avere incitato proteste contro l’autorità pubblica e addirittura di avere sostenuto il rovesciamento dello stato egiziano oltre che di avere istigato alla violenza e al terrorismo.

In un Paese civile però le eventuali accuse non dovrebbero spaventare nessuno poiché si confida in un giusto processo che possa arrivare alla verità. Ma l’Egitto no, non è mica un Paese normale e nemmeno un Paese in cui ci si può permettere di affidarsi ai diritti. L’Egitto è quel Paese che ha vomitato rispedendolo indietro Giulio Regeni che, guarda caso, era stato sospettato più o meno delle stesse cose e che è morto a forza di botte e che poi è morto ancora, già da morto, per tutto lo schifo che l’Egitto ha messo in campo per depistare, mentire, non fare sapere. Per questo la storia di Zaki ha un sottotesto spaventoso: sembra di rivivere il feroce incubo di Giulio Regeni solo che Zaki non è nemmeno italiano e figurarsi se questo non consente all’Egitto di fare peggio di quanto ha già fatto.

Eppure l’Italia non può permettersi di trattare la vicenda di Zaki con leggerezza, non può cavarsela con un’alzata di spalla e tutti i Paesi che hanno a cuore il diritto e il garantismo dovrebbero trovare la forza, una volta per tutte, di gridare nell’orecchio di Al Sisi che la credibilità internazionale non si può solo ricamare con il filo dei bonifici bancari e delle cooperazioni commerciali: in ballo c’è un dovere ancora più grande e importante, non permettere a uno Stato che usa mezzi disumani ed è incapace di imbastire processi giusti di potersi ritenere davvero di sedersi al tavolo dei grandi.
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