PERCHE’ VOTARE (NO) AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

DI ALBERTO EVANGELISTI

Al prossimo referendum costituzionale del 29 marzo ci sono ragioni per votare SI e ragioni per votare NO.

Se pensate che avrete un senso di soddisfazione personale e di minor frustrazione all’idea in se che il numero dei parlamentari sia ridotto, se diffondete spasmodicamente messaggi nelle chat ricordando a tutti di andare a votare (cosa sacrosanta, per carità), al grido di “loro non ce lo dicono!”, se non avete idea di come funzioni il Parlamento ma siete comunque cittadini informati, allora immagino che sapete già che voterete SI (e potete tranquillamente smettere di leggere a questo punto-comunque bravi, sono già più di 130 parole).

Veniamo ora ai motivi per cui sarebbe invece opportuno votare NO.

La riforma è stata presentata come una vittoria del popolo contro la casta dei politici, voluta per ridurre la spesa pubblica (oltre che con evidente intento punitivo verso la classe politica).

Nei termini descritti, la riforma è un po’ come richiedere a chi costruisce auto di venderle senza pasticche dei freni per risparmiare 50 € sul prezzo di listino: risparmio praticamente nullo e, in cambio, danno potenzialmente enorme.

L’equivoco nasce da una confusione basilare che quotidianamente viene fatta nel dibattito pubblico fra i compiti del Parlamento ed il modo in cui, spesso e volentieri, tali compiti sono esercitati dai parlamentari, seguendo l’adagio sempre valido del “buttiamo tutto in caciara”.

Certo va detto che in questo i primi responsabili sono proprio i parlamentari che, fra incompetenze, scandali e invocazioni populiste, il tutto amplificato da leggi elettorali con liste bloccate che hanno annullato i legami fra eletto ed elettori, spesso (non sempre e non tutti) faticano a legittimare la propria esistenza.

Infatti queste righe non sono certo una difesa dei politici che, peraltro, non hanno nemmeno la decenza di difendersi da soli. La difesa, semmai, è delle istituzioni, bene molto più prezioso dell’antipatia viscerale che la politica suscita al momento.

Tuttavia, questo non toglie che stiamo svilendo l’organo costituzionale principale (siamo in una repubblica parlamentare, appunto), per un po’ di applausi ed una manciata di noccioline.

Veniamo ai dati. Il Blog delle stelle – che è l’organo ufficiale del M5s, dunque in sostanza il principale sponsor di questa riforma– stima che il risparmio derivante si aggiri intorno a 500 milioni di euro a legislatura; secondo Pagella Politica, portale di fact-checking, la cifra andrebbe rivista al ribasso attorno ai 400 milioni.

Ulteriormente ridimensionata invece la stima effettuata dall’Osservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli: si parte dalla base lorda di 82 milioni di euro lordi all’anno che, tuttavia, per determinare il risparmio, andrebbe ridotta al netto della tassazione (va da se che la parte tassata, rientrando nelle casse dello Stato, non potrà essere considerata spesa). Si arriverebbe così ad un risparmio di circa 57 milioni, pari allo 0,007% della spesa pubblica italiana, ossia nulla.

“Va bene, anche se il risparmio è poco…” “non poco, nullo”. “Ok, anche se il risparmio è nullo, diamo un segnale e non ha controindicazioni”

Lasciamo stare il segnale che con il si verrebbe inviato alla classe politica, va chiarito che la riforma non è assolutamente priva di controindicazioni.

La riforma riduce il numero dei deputati dagli attuali 630 a 400 e i senatori da 315 a 200 per un totale di 600 parlamentari a fronte degli attuali 945 eletti.

945, preso da solo è semplicemente un numero e va contestualizzato: sono tanti? Sono pochi? Al momento ogni parlamentare italiano rappresenta all’incirca poco meno di 100.000 abitanti (l’equivalente di un capoluogo di provincia medio-piccolo), all’incirca allineata al rapporto presente nel Regno Unito (100.000) e sensibilmente inferiore a Paesi Bassi (114.000), Francia e Germania (116.000). A riforma vigente, il rapporto italiano passerebbe a 151.000 abitanti per parlamentare, di gran lunga la più elevata in Europa.

Si tratta di una notevole diminuzione di rappresentatività che, nei fatti, allontana ancora di più la base elettorale, ossia il cittadino, dalla decisione politica. Secondo Cassese, noto costituzionalista e giudice emerito della Corte costituzionale, ciò avverrà sarà un sostanziale accentramento del livello decisionale verso le classi dirigenti nazionali dei partiti, estromettendo in concreto le basi territoriali. Traduco: quando il nuovo orario dei treni taglia proprio quello che serviva per pendolare, quando l’opera pubblica utile al territorio si blocca (o quella inutile viene proposta), quando la produzione di questo o di quel bene tipico della zona viene messa a rischio dall’emendamento x alla finanziaria o al mille proroghe, scordarsi del deputato/senatore locale, o del dirigente politico locale affinché portino la problematica all’attenzione del Governo o del Parlamento.

In alcune aree più piccole, la diminuzione di rappresentatività sarebbe realmente sostanziale. In Basilicata, ad esempio, i rappresentanti della Camera subirebbero un taglio del 33,33 %, passando da 6 a 4 deputati, mentre quelli del Senato subirebbero un taglio del 57,14%, passando da 7 a 3 senatori.

Nel complesso risulterà anche modificato il ruolo del Parlamento nell’ambito dei pesi e contrappesi costituzionali, ad esempio perché le maggioranze qualificate richieste per determinate nomine particolarmente delicate (prima fra tutte quella del presidente della Repubblica), potrebbero essere raggiunte anche dalla mera maggioranza parlamentare.

In pratica, ci stanno prospettando una soluzione che renderà la politica italiana maggiormente oligarchica, con la capacità decisionale ricondotta in maniera esponenzialmente maggiore nelle mani di pochi, e lo fanno “per noi”, per aiutarci a risparmiare due spicci, peraltro convincendoci che è un dispetto che stiamo facendo alla classe politica. “Finalmente!”.

Come quando fa male un arto, di massima non lo si amputa ma lo si cura, anche con riguardo al Parlamento, dovremmo rifiutare questa pagliacciata del taglio e pretendere, invece, che i parlamentari siano competenti e svolgano, non dico in maniera eccelsa, ma almeno adeguatamente, il loro compito istituzionale.

P.S. Il referendum costituzionale non ha quorum, quindi almeno su questo gli spammatori di chat hanno ragione, andiamo a votare.