OCCORREVA IL VIRUS PER ACCORGERSI DEGLI ALTRI

DI ANNA LISA MINUTILLO

 

Il solito rituale, il giorno che inizia, chi consuma una colazione veloce a casa, chi ha più tempo e riesce, fa un salto al bar.
Qualcuno deve accompagnare i figli a scuola prima di iniziare la sua giornata lavorativa.
Cenni veloci con gli occhi, oppure con le mani per qualcosa di arruffato che assomigli ad un saluto rivolto all’indirizzo di altri genitori e si va.
Sguardo che si alterna tra la strada e lo schermo del cellulare, qualche ritocco al trucco e chi siamo lo abbiamo già dimenticato da un po’, ora siamo concentrati su chi dobbiamo diventare.
Si arriva, tra uno smadonnamento e l’altro, dovuto al solito traffico, un po’ cercando di sorpassare, un po’ essendo sorpassati, i clacson, i pedoni, la segnaletica, la zona da evitare…
Si spegne il motore, si scende dall’auto si inforca il sorriso prestampato, da destinare ai più “fortunati” e si è pronti per’ennesimo, sempre uguale giorno lavorativo.
Poco differente per chi si reca in ufficio usando i mezzi pubblici, tante sagome che si sfiorano, mani che toccano lo stesso pilasto di sostegno, espressioni perse nel mare dei propri pensieri, cuffiette nelle orecchie, raramente si incontra qualcuno che invece”anticamente” legge ancora un libro.
Poco tempo per scambiare due parole, fatica immane quella di pensare all’interazione, un po’ perché è prima mattina e non né abbiamo voglia, un po’ ( tanto) perché abbiamo perso la capacità di dialogare.
Rumori, passi scanditi e decisi, impegnati nella grande lotta con l’incedere dei minuti che vediamo segnalati sui tabelloni luminosi che riempiono le stazioni.
Tutti i giorni si compiono gesti analoghi, ci passa accanto la vita, la nostra e quella di chi incontriamo ma: non la vediamo.
Da qualche giorno invece,”grazie”ad un virus, arrivato qui da noi, non si sa bene come, attraverso chi, e da quanto, siamo tutti attenti.
Lo siamo verso chi tossisce prendendone le distanze, lo siamo verso chi ha una nazionalità asiatica e magari sta mettendo le mani nello stesso posto in cui dobbiamo metterle noi.
Siamo attenti a non entrare in contatto con chi, in fondo, evitavamo anche prima e ci sentiamo privati della libertà, cosa che non abbiamo ormai da enne tempo.
Scuole chiuse, città fantasma, supermercati presi d’assalto, neanche ci dovesse essere una guerra…
Cinema chiusi, bar che effettuano servizio ma hanno il coprifuoco da rispettare, palestre e discoteche chiuse, per evitare contagi strani.
Ed ecco che la gente impazzisce, ecco che si accorge di non essere al mondo da sola, o forse no?
Sgomitate per accaparrarsi l’ultima confezione di quel cibo che gli piace tanto, due metri di distanza di sicurezza da tenere prima di ricevere risposta e corredata da mascherina chiaramente. Ma le indicazioni non parlavano forse di evitare i luoghi affollati? Si fa tutto e il contrario di tutto, salvo poi imputare la responsabilità ad altri…
Che non vi venga in mente di starnutire o tossire, altrimenti venite guardati malissimo e considerati ancora peggio..
La pscicosi che dilaga, i bollettini che giungono ogni due per tre da chi non è un virologo, non comprende quanto legge e non contento lo riporta per come gli pare più opportuno.
Insomma, quasi come se ci volesse un virus per rendersi conto dell’esistenza altrui, per smettere di correre in modo caotico e disordinato, per spostare lo sguardo da quei dannati schermi che ci piacciono tanto ed iniziare a guardare in faccia le persone.
Uno strano mondo il nostro, che reclama amore ma non comprende che il primo atto dell’amore è proprio l’attenzione, quella che, se facciamo mancare, non possiamo pensare di ricevere.
Un circolo mediatico che fa rimbalzare news, come se piovesse, uno sciacallaggio politico che a qualcuno fa tanto comodo e che pur di scaricare responsabilità addosso agli altri, non si rende neanche conto delle cavolate che fuoriescono da quelle bocche.
Porti da chiudere, confini da non valicare, zone da evitare ma questi “signori”sanno almeno come viaggiano i virus?
Per altri una grande forma di affari, se pensate a quanto sta accadendo in rete per acquistare disinfettanti che possono tranquillamente essere prodotti in casa, qualora ve ne fosse bisogno, spendendo un’inezia: altro che prezzi centuplicati!
Poi ci sono gli allarmisti che creano panico ed agitazione rendendo ancora più confuso ciò che lo è già di suo.
I simpatici ad ogni costo, quelli che riempiono i social con i meme a tema e riescono a strappare una risata a chi si preoccupa.
Isteria collettiva, agitazione fuori luogo, attenzioni mai avute che diventano ossessioni nell’arco di poche ore, ma siamo ancora distanti da ciò che vuol dire creare empatia, prendersi cura degli altri, regalare loro un sorriso, una gentilezza, un secondo del nostro prezioso tempo, un momento di cura per l’altro.
Occorreva un virus, asintomatico, non visibile, non gestibile, per farci rendere conto di ciò che viviamo continuamente quando ritenendoci liberi, conduciamo vite appiattite al servizio di chi ci considera solo per chiederci voti o riempirci di illusioni.
Diciamo che a diffondersi velocemente è la paura, proprio quella che indebolisce il sistema immunitario e l’aspetto psicologico delle persone, facendo dimenticare che essere felici, o quantomeno sereni, aiuta a vivere meglio ed a guardare alle cose da un’angolazione differente.
Un’umanità che dovrebbe trovare un attimo per ringraziare tutti gli operatori sanitari che hanno una famiglia che li attende a casa ed invece si ritrovano ad effettuare turni sfinenti al servizio di persone che vanno rassicurate, curate, e accudite, ma forse siamo troppo presi da ciò che viviamo per non dare per scontato chi lavora da sempre e per noi…
Un’umanità distratta, che ciondola per le strade del mondo, spesso non conoscendo la storia dei luoghi che visita, ma intanto dimostra di aver “viaggiato”e cresce la considerazione degli amici e l’ego personale, quando ci sono cose da raccontare, si sa..
Un’umanità persa da tempo tra le pieghe del lavoro migliore, quello da ostentare, quello che permette la “bella vita”, quello a cui non si può rinunciare. Non importa a quale prezzo, chi dobbiamo sgambettare, quanto ci impedirà di tenere ritmi di vita tranquilli, importa solo che ci sia.
Non guardiamo mai negli occhi le persone con cui interagiamo, se lo facciamo è per brevi istanti, non vediamo la tristezza che li allaga, il disorientamento, la perdita di entusiasmo e forse, lo evitiamo per non vedere il livello in cui siamo scesi anche noi, forse non vogliamo farci del male, forse non vogliamo accettare quanto abbiamo perso di noi pur di diventare qualcosa che qualcuno ha deciso per noi…
Se serve per guardarci l’un l’altro questo virus, se serve per guardarci dentro, se serve per capire quanto i livelli della politica, del sociale, del business sono caduti in basso: allora ben venga che ci si interroghi, che si usino momenti per sentire chi non sentivamo da un po’, che ci si dedichi a qualche interesse trascurato da molto, che ci si rinventi perché è troppo che non ascoltiamo più il suono del nostro respiro che è poi quello della vita!