CORONAVIRUS SEI MESI DOPO. IO, L’UNTORE DEL VALDARNO

DI MARIO RIGLI

SETTEMBRE 2020.

Non ho raccontato a nessuno questa storia e forse non la racconterò a nessuno. Ancora corro qualche rischio, ma sento il bisogno almeno di scriverla. Nessuno, ora, parla più del coronavirus, ma qualche mese fa, alla fine di febbraio, era un rullo compressore, nelle tv, in rete, nei giornali. La paura, la psicosi collettiva, aveva invaso tutti, cittadini e istituzioni, fascisti e antifascisti, bianchi e neri, guelfi e ghibellini. Chiusi mercati e musei, supermercati e negozi di quartiere, concerti rock e di musica classica, bar e ristoranti, alberghi e bad & breakfast. Nessuno sa però che il primo untore nella mia terra sono stato io.
Ero stato in Puglia e in Basilicata, per un battesimo della figlia e della nipote di grandi amici pugliesi, con mia moglie ed una amica. Con loro è come stare a casa nostra, la loro casa è da sempre la nostra casa. Al ritorno abbiamo deciso di vedere Matera, forse era l’ultima occasione di farlo prima che la pandemia si fosse propagata al mondo intero. L’autostrada era deserta, quasi deserte le strade normali. La nostra amica di viaggio cominciava ad essere veramente preoccupata. Ma che bellezza i sassi! Quelle case scavate nella roccia e costruite con la stessa roccia prelevata dal grembo della terra. Giulio, la guida, nonostante, la facoltà di economia e commercio, come me del resto, forse per l’amore smisurato delle sue radici, ci ha fatto comprendere anzi respirare letteralmente la città.


Il problema: il nostro gruppo, una quindicina di persone era formato da noi tre dalla Toscana e dagli altri tutti provenienti dalla Lombardia. Ah, io ero l’unico maschio, oltre la guida, del gruppo.
Quando ci siamo salutati grandi strette di mano ed abbracci, non sapevamo ancora, che era stato addirittura interdetto lo scambio del segno della pace nelle funzioni religiose. Un bionda ha improvvisamente starnutito, non ha fatto in tempo a portarsi la mano sulla bocca, figuriamoci il gomito. In compenso però ho starnutito anch’io come risposta.
Siamo ripartiti verso la Toscana con la bellezza delle chiese e delle case impressa negli occhi, con la storia aspra di quel popolo che ci scorreva dentro, avevamo sei sette ore di viaggio davanti.
L’autostrada era deserta, ci siamo fermati per cena ad un grill. Eravamo gli unici avventori e solo un commesso per il bar, il mini market e la cassa. C’era solo qualche panino pronto, me ne feci riscaldare uno al prosciutto e presi una birra Corona per scaramanzia. Lisa e Manuela un cappuccino ed un cornetto. Non vedevo l’ora di arrivare a casa.
Erano quasi le due di notte quando abbiamo lasciato la nostra amica sull’uscio di casa sua.
– Hai tossito tutta la notte – mi ha detto mia moglie la mattina dopo. Io non me ne ero proprio accorto.
Sono uscito per acquistare dei colori. Il mio paese sembrava stravolto. La piazza semivuota, il bar centrale chiuso, l’edicola sbarrata. La gente camminava quasi correndo, a capo chino e rasente i muri. Sono entrato nel negozio cinese, ho preso qualche acrilico ed un paio di pennelli. Mentre pagavo ho starnutito, la ragazza cinese alla cassa ha risposto con uno starnuto. I cinesi starnutiscono più o meno come noi.
Qualche giorno dopo ho appreso che la ragazza cinese era ricoverata per coronavirus all’Ospedale della Gruccia. Ero sicuro di essere io la causa, ma non mi sono fatto il tampone.
Stavo bene, quasi bene, ed avevo paura delle conseguenze. Intanto stavano alzando delle tendopoli davanti agli ospedali, alla Gruccia, al San Donato, a Careggi, a Ponte Niccheri.
Il primo caso del Valdarno era una cinese, che non aveva mai visto la Cina, ed i genitori erano anni che non vi tornavano. Tutti conoscevano la storia, ma questo non impedì che dei dementi gettassero una molotov nel negozio. Per fortuna l’incendio fu domato quasi subito e con pochi danni, ma fu costretto chiudere.
Le tendopoli stavano diventando lazzaretti e delle monache strane passeggiavano nelle strade. Io pensavo ai monatti invece che delle suore.


….
Siamo settembre ora e nessuno parla più del corona virus. L’estate l’ha fatto volatilizzare come una comune influenza. Nessuno in Valdarno è deceduto. Il negozio cinese ha riaperto, gli scaffali sono di nuovo pieni, i bar affollati e la gente si abbraccia e si da la mano come un tempo.
Ma io non posso raccontare la mia storia.