LA CINA È ANCORA PIÙ VICINA

DI ALBERTO NEGRI

 

 

Forse grazie a Pechino riesco pure a comprare un’introvabile mascherina. Eppure siamo stati i primi a sospendere i voli e il capo de Veneto ha affermato che i cinesi mangiano pipistrelli vivi. L’inadeguatezza dell’Europa, della Merkel, la profonda crisi greca. Si spera anche nella fine del delirio pedatorio: un medico e un infermiere sono più importanti di un calciatore

La Cina, pare, ci è vicina e forse grazie a Pechino riesco pure a comprare un’introvabile mascherina: oggi senza, in città, sei come un Pulcinella mancato, un burattino senza fili, da guardare con sospetto.

Pechino _ pagando ben s’intende _ invierà in Italia 1000 ventilatori per la respirazione, 50mila tamponi, 20mila tute protettive, 100mila mascherine ad alta tecnologia, due milioni di mascherine ordinarie e una equipe di medici per affrontare il coronavirus. Gli europei niente se non la carità pelosa di Bruxelles sul deficit, mentre gli americani, tanto per non smentirsi, mandano in Europa 30mila soldati per le manovre Nato. Proprio di questo avevamo bisogno: gente armata fino ai denti con cui dare mazzate a Pulcinella.

Eppure siamo stati in Europa i primi a sospendere i voli dalla Cina e il presidente della regione Veneto, tale Zaja, ha affermato che i cinesi mangiano pipistrelli vivi. I cinesi non si offendono, sono gente pratica, più che alle parole badano ai fatti. E alla cassa. Come il presidente dell’Inter Zhang, il primo a esplodere contro i dementi della Lega calcio perché traccheggiavano sul da farsi: ovvero sospendere il delirio pedatorio.

Zhang è un giovane miliardario ma quando torna in Cina se il governo gli dice che non deve muoversi di casa deve obbedire. Per noi suona strano, perché qui i poveri, di solito, devono obbedire e i ricchi possono fare quello che vogliono. Certo, ma che discorsi, noi siamo democratici.

I cinesi fanno i loro interessi e magari compreranno ancora più imprese italiane, svalutate dal crollo della Borsa. Però ci conoscono meglio di quanto noi non conosciamo loro.

Al Millennium Centre di Pechino, sede delle riunioni ai massimi livelli del Partito Comunista cinese, sono raffigurati i più importanti personaggi della storia millenaria di questo Paese. Nel fregio di marmi policromi che racconta la storia cinese sono soltanto due gli stranieri rappresentati e sono italiani: Marco Polo e padre Matteo Ricci, gesuita da Macerata che nel 16° secolo durante la dinastia Ming ricevette dai mandarini il titolo onorifico di “Studioso confuciano del grande Occidente”. Ora il grande Occidente deve superare l’epidemia del coronavirus mentre a quanto pare i cinesi ne stanno uscendo.

Due giorni fa il presidente cinese Xi Jinping si è recato – per la prima volta dall’inizio della diffusione del coronavirus _ a Wuhan, dove tutto è iniziato prima di dilagare in ogni parte del mondo. Partita dalla Cina ( ma non è così sicuro) la diffusione del coronavirus sembra rallentare proprio nell’ex Celeste impero.

Sul Manifesto l’esperto sinologo Simone Pieranni scrive che la visita di Xi Jinping _ colma di significati come sempre accade quando a muoversi in Cina è il numero uno _ tra le altre cose sembra voler ufficializzare proprio il passaggio a una nuova fase della risposta cinese al coronavirus. La visita di Xi nel principale focolaio mondiale, significa che la situazione non è più pericolosa come era solo qualche giorno fa.

Cosa accade qui in Europa? Dopo averci isolato, i nostri partner europei si cominciano a preoccupare seriamente. La cancelliera Angela Merkel compare finalmente in conferenza stampa e affronta la peggiore crisi sanitaria da decennio. Se la situazione resta quella attuale, precisa, e finché non sarà trovato un antidoto, la cancelliera suppone che nei prossimi mesi e forse anni “tra il 60 e il 70% della popolazione si infetterà”.

Merkel parla anche dell’Italia, fa gli auguri al nostro Paese e lascia capire che non si metterà di traverso sul pacchetto di emergenza varato dal governo. Ci mancherebbe altro: qui dobbiamo salvarci la pelle e questa viene pure a dirci che non ci ostacola.

La signora Merkel, bontà sua, afferma che “ il Patto di stabilità concede sufficiente flessibilità per spendere soldi per una crisi così grave come quella del coronavirus”. E in ogni caso, puntualizza, “non diremo ovviamente all’Italia di non investire nel suo sistema sanitario”. La cancelliera ha ribadito che parlerà con Giuseppe Conte e ha sottolineato che “non ci lascia indifferenti la situazione dell’Italia”, ma che “bisogna anche tenere conto che anche il nostro sistema sanitario è sotto stress. Ma agiremo come si agisce tra amici”.

Meno male perché se non eravamo amici magari ci bombardava pure.

Sono messi male gli spagnoli, i francesi, ma ovviamente auguriamo a tutti di cavarsela. Un pensiero va anche ai greci.

In Grecia di problemi ne hanno almeno un paio, e grossi. Per i membri della chiesa ortodossa “frequentare la santa messa e ricevere la comunione con il calice comune della vita non può essere causa di malattie trasmissibili”. Lo ha affermato in una nota del Sacro sinodo, corpo che governa la chiesa ortodossa ellenica, dopo che anche in Grecia è arrivato il coronavirus. La preoccupazione principale riguarda le modalità della comunione ortodossa, in cui il prete distribuisce pane e vino tra i fedeli usando per tutti lo stesso cucchiaio. La rassicurazione ecclesiastica segue quella di Eleni Giamarellou, infettivologa dell’università di Atene, e di vari deputati del partito di governo di Nea Dimokratìa. Per tutti la sacralità del sacramento esclude le possibilità di contagio.

Meno male, viene da pensare, che da noi c’è Papa Bergoglio che non ha avuto esitazioni a diramare istruzioni per contenere il contagio.

In Grecia lo scenario è preoccupante soprattutto per un secondo problema: il sistema è stato messo in ginocchio dalla crisi economica e dalle politiche neoliberiste. Già prima dell’epidemia mancavano 850 medici e 20 mila infermieri.

La sanità greca _ informate anche la cancelliera Merkel _ ha sofferto i violenti tagli alla spesa pubblica imposti dai memorandum europei: ne sono scaturiti mancanza cronica di personale sanitario e strumentazioni adeguate e incapacità di far fronte ai bisogni della popolazione, anche nei casi di patologie gravissime.

Questa epidemia ci insegna alcune cose: 1) a distinguere chi può dare una mano e chi no, 2) che la sanità e lo Stato sono essenziali 3) che un medico e un infermiere sono più importanti di un calciatore o di un cantante. Insomma se ne usciamo vivi diamoci una regolata.

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