CORONAVIRUS: LA CINA BANNA LO SCRITTORE VARGAS LLOSA

DI GIANLUCA CICINELLI

La prima iniziativa per cui si distingue un regime autoritario estraneo ai principi di libertà è la censura. Inaccettabile per qualsiasi democrazia. Eppure verso la censura della Cina, a causa degli enormi interessi economici che coinvolgono tutte le democrazie erette a pilastro dell’Occidente c’è da sempre la massima tolleranza. La Cina può fare tutto e se qualcuno non si allinea è fatto fuori. I dissidenti anche fisicamente. Gli esponenti del mondo della cultura che osano criticare le iniziative di Pechino vengono esclusi dalla possibilità di diffondere le proprie opere nel Paese guidato da Xi Jinping. L’ultimo in ordine di tempo è lo scrittore Mario Vargas Llosa, i cui libri sono stati banditi da tutto il territorio cinese.

Lo scrittore e premio Nobel per la letteratura aveva osato criticare, in un articolo pubblicato dl quotidiano spagnolo El País e dal giornale peruviano La República, la gestione dell’emergenza da parte del regime cinese. Nella sostanza Vargas Llosa aveva scritto che il motivo per cui le autorità di Pechino avevano fronteggiato con maggiore efficienza l’emergenza del coronavirus, adottando misure estreme per far rispettare le disposizioni governative, era dovuto alla natura dittatoriale di quel governo. Quasi una banalità potremmo dire. E’ ovvio che armi alla mano anche in Italia non si sarebbe verificata la fuga di massa in treno dalle zone infettate nei primi giorni dell’epidemia. Ma in Occidente non si può fare, per fortuna, anche se il prezzo è molto alto naturalmente, e lo stiamo pagando in termini sociali enormi. Il governo di Xi Jinping invece non ha gradito la critica. E per dimostrare che non è vero che in Cina manca la libertà ha pensato bene di vietare la circolazione dei libri di Vargas Llosa, confermando quindi quanto scritto dall’intellettuale peruviano, oggi naturalizzato spagnolo.

Lo hanno accusato di “diffamare” e di emettere “opinioni irresponsabili e piene di pregiudizi”. Vediamo adesso cosa aveva scritto davvero Vargas Llosa nel suo articolo. Dopo aver svolto un parallelo tra il caso coronavirus e il tentativo di nascondere l’incidente nucleare di Chernobyl dall’Unione Sovietica del neo insediato Gorbaciov nel 1986, lo scrittore ha annotato che “Almeno un medico prestigioso, e forse tanti, hanno identificato il virus con molto anticipo, e invece di prendere misure, il governo ha cercato di nascondere la notizia e ha silenziato quella voce o voci sensate e ha cercato di impedire che la notizia si diffondesse, come fanno tutte le dittature”. In sostanza ha detto ciò che sappiamo tutti essere avvenuto.

In realtà a scatenare le ire di Pechino è probabilmente stato un altro passo dell’articolo in cui Vargas Llosa afferma che il virus covid 19 proviene dalla Cina. In un comunicato dell’ambasciata cinese in Perù, paese natale dello scrittore, si fa riferimento al fatto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha detto che non è stata ancora accertata l’origine del covid 19. Da quel momento le opere dell’intellettuale sono scomparse anche dai negozi online di editoria elettronica. La biografia politica di Vargas Llosa non è estranea alle ire del regime cinese. Inizialmente comunista ed estimatore di Fidel Castro si è lentamente spostato su posizioni neoliberiste, al punto di diventare per il centrodestra peruviano lo sfidante per le elezioni presidenziali del 1990 di Alberto Fujimori, che poi attuò un colpo di stato.