DIFFIDATE DA CHI DICE: «DOBBIAMO FARE COME IN CINA». PERCHÉ NON VI STA DICENDO TUTTA LA VERITÀ

DI SALVATORE PRINZI

“Fare come in Cina” è una delle frasi che ho sentito di più in questo periodo. Spesso detta dagli stessi che i cinesi li prendevano per il culo fino a poco prima perché erano una dittatura, erano sporchi, mangiavano i topi vivi etc.

Dobbiamo “fare come in Cina”: mettere l’esercito dovunque. Tracciare ogni minimo spostamento degli individui grazie all’accesso ai loro cellulari. Favorire la delazione dei vicini per far stare tutti a casa.

C’è chi come il presidente della Campania De Luca vuole “fare come in Cina”: fucilare i 23enni che violano la quarantena (non è dato sapere se il fatto sia mai avvenuto: la cosa grave è che lui l’abbia rivendicato).

C’è chi come il presidente della Lombardia Fontana vuole “fare come in Cina”, e costruire un ospedale in dieci giorni, con commissari del calibro di Guido Bertolaso e i privati a gestire tutto…

Insomma per questi qui “fare come in Cina” vuol dire: controllo, repressione, shock economy, interessi del privato che si affermano grazie alla mano pesante dello Stato.

Peccato che le cose non stiano esattamente così.

A differenza di tutti questi folgorati sulla via di Wuhan, noi con la comunità e la cultura cinese ci confrontiamo da tempo.

Il 14 febbraio scorso, a San Valentino, scendemmo insieme in piazza a Napoli, proprio per mostrare la solidarietà a questo popolo che aveva subito aggressioni e razzismo.

Da un mese – mentre per la politica italiana esistevano solo le elezioni in Emilia Romagna e nulla veniva fatto per prevenire il contagio – studiavamo quello che stava accadendo a Wuhan. Ed eravamo rimasti colpiti dalla loro capacità di gestire la situazione. Certo, l’aspetto del controllo capillare esisteva, ed è francamente più che inquietante. Ma:

– le fabbriche e ogni tipo di attività tranne il minimo indispensabile a Wuhan erano state chiuse. Nessuno andava a lavoro uno sull’altro, rischiando di ammalarsi e portare il virus in giro, magari su mezzi pubblici strapieni, come accade in Italia e persino a Bergamo!

– i lavoratori lasciati a casa si trovavano accreditati i soldi sul conto corrente, non venivano ricattati, licenziati, costretti a ferie forzate;

– l’esercito riforniva di viveri le famiglie che non si potevano permettere la spesa (non come da noi che si fa la fila alla mensa dei poveri), e metteva a disposizione il suo personale e le sue strutture per il ricovero (in Italia invece è notizia di oggi che il personale militare ha priorità su quello civile e persino su quello medico nel farsi i tamponi);

– i tamponi venivano fatti a tutti, non come in Italia che devi stare già sputando un polmone, e la salute collettiva era monitorata da personale e volontari che venivano a casa a misurarti la temperatura, offrirti medicine e assistenza;

– a proposito, il personale sanitario lavorava con delle mascherine vere, non come i panni swiffer che hanno dato ai nostri in Italia!

– le linee di comando erano chiare, non come in Italia che c’è un conflitto permanente fra Stato e presidenti di Regione ridicoli, sindaci ridicoli, commissari tirati fuori dal cilindro etc.

– in Cina “chi sbaglia paga”: ma questo non vale solo per i poveri cittadini, ma soprattutto per chi ha ruoli di responsabilità, come i politici che hanno sottovalutato l’emergenza e che sono stati destituiti, mentre in Italia il sindaco Sala ci invitava agli aperitivi e il presidente Zaia a non fermarci, e nessuno di loro pagherà;

– e soprattutto: in Cina i privati, che pure hanno un bel po’ di mano libera quando si tratta di sfruttare i lavoratori, quando arrivano queste situazioni di emergenza si devono subordinare agli interessi generali. Lo Stato pianifica. In Italia invece abbiamo Confindustria che si vanta di aver modificato un decreto del Governo riuscendo ad ottenere le fabbriche aperte, che continua a far morire gente senza volerci rimettere manco due spicci…

Io non sono uno di quegli esterofili che si innamora di paesi lontani e che sogna di applicare pari pari dei modelli stranieri. Tanto meno quello cinese, che non va demonizzato ma manco mitizzato.

Dico solo: diffidate da chi vi dice che vuole “fare come in Cina”. Perché non vi sta dicendo tutta la verità. E si sta prendendo di quel modello solo quello che interessa a lui.

Invece di fare i pappagalli del potere, proviamo quindi a pretendere quello che interessa a noi!