IL MONDO TEME LA CATASTROFE SANITARIA NEGLI STATI UNITI

DI EMILIANO RUBBI

 

Gli americani, appreso della pandemia, hanno preso d’assalto i negozi per andare a comprare le armi da fuoco.
Avete visto tutti le immagini.
Sono pazzi?
Vogliono sparare al coronavirus?

No, semplicemente vivono in una società dove ci sono moltissimi poveri.
Molti più che da noi.
Gente che vive di espedienti, parecchio al di sotto della soglia minima di sussistenza.
E il timore che possano venire a mancare, da un momento all’altro, i beni di prima necessità (ma anche i rifornimenti di droga nelle crack house), fa scattare nella testa dell’americano medio il timore di dover difendere sé stesso e la propria famiglia a colpi di 44 Magnum e mitragliatrice da un possibile “attacco” di quei diseredati lì.

Una situazione tipo Walking Dead, in pratica, solo che al posto degli zombie ci sono i poveri.
E sapete una cosa?
Non è un’idea così assurda, purtroppo.
Cioè: quelli che vanno a comprare le armi non sono completamente fuori di testa, perché il rischio che negli USA avvenga qualcosa di eclatante, effettivamente, c’è.

E se il sistema sociale degli Stati Uniti corre dei rischi enormi, quello sanitario se la passa addirittura peggio.
In tutti gli USA, ci sono 2.9 letti di ospedale ogni mille persone.
Siamo molto lontani dai 13.4 del Giappone o dagli 11.5 della Corea, come pure dagli 8.2 della Russia e dai 6.5 della Francia, ma non così distanti dai 3.4 del nostro paese.

E allora perché tutto il mondo, in questo momento, teme per una possibile catastrofe umanitaria negli USA?
In primo luogo perché sono stati fatti, in proporzione al numero di abitanti, pochissimi tamponi.
Questo perché, fino a quando non è stata dichiarata l’emergenza nazionale, i tamponi erano a pagamento, essendo la sanità degli Stati Uniti in larghissima maggioranza privata.
E costavano molto cari.
Così, il contagio ha avuto modo di spargersi un po’ ovunque e adesso è completamente fuori controllo.

In secondo luogo perché, in tutti gli USA, ci sono 46.500 posti di terapia intensiva (ovviamente in larga maggioranza privati).
In caso di focolaio “moderato”, si prevede che ne servirebbero circa 200.000, se il Covid 19 dovesse prendere molto piede, invece, ne potrebbero servire quasi 3 milioni.

Due giorni fa Donald Trump ha dichiarato, testuale, che lui è stato “il primo” a reagire con forza a questa pandemia.
E il bello è che si tratta dello stesso Donald Trump che, esattamente 8 giorni prima, diceva che il coronavirus è “meno grave dell’influenza” e che gli USA non avrebbero preso nessuna misura emergenziale, per limitarne la diffusione.

Nel frattempo, però, il Presidente degli Stati Uniti si è dato un gran da fare per non far ricevere al Venezuela i 5 miliardi che aveva chiesto al FMI per fronteggiare l’emergenza Covid-19.
E anche l’Iran, che è il terzo paese al mondo più colpito dal virus, attualmente viene aiutato solo dalla Cina, perché l’embargo degli USA gli impedisce di ricevere fondi o assistenza da qualunque organismo internazionale.

Al tempo stesso, Trump ha tentato di comprare il brevetto di un possibile vaccino per il Covid 19 in Germania, chiedendone però l’esclusiva e ricevendo in risposta l’equivalente di un secco “Ma levati di torno, coglione” (però in tedesco).

Questo è quello che hanno fatto e stanno facendo, oggi, gli USA.
Quelli che vorrebbero qualificarsi come “paese leader” sullo scenario internazionale.
Quelli visti come “riferimento” anche da molti di noi.

Adesso, il re finalmente è nudo.
Eccovelo, il vostro riferimento.
Vecchio, sfatto, bolso e con un gatto rosso in testa.

Finita questa epidemia, niente sarà più lo stesso.