IL VIRUS CHE NON AMA STARE DA SOLO E CI VORREBBE SOLI

DI ANNA LISA MINUTILLO

 

Così, dopo giorni trascorsi in casa, arriva anche il momento della spesa, perché ciò che avevi in casa si è lentamente esaurito. È sabato, prendi le dovute precauzioni, e ti avii verso il supermercato che serve la tua zona. Un pomeriggio di sole, giungi a destinazione a piedi e lì, davanti a te, a distanza superiore anche ai due metri, ti imbatti in una fila silenziosa, dove si attende che escano due clienti per lasciare il posto a due che sono in coda. È tutto spettrale, non parla nessuno, molti indossano la mascherina, altri i guanti, altri ancora una sciarpa che ne ricopre quasi l’intero volto.

La cosa che mi colpisce maggiormente sono le espressioni degli occhi, che appaiono spenti, persi nel vuoto oppure in mille pensieri interiori che assalgono la mente di chi come un’automa, avanza temendo l’altro, temendo di venirne malauguratamente in contatto. Così a quel silenzio rumoroso di pensieri, si aggiungono anche i miei, che osservano cosa stiamo diventando a causa di un nemico invisibile ai nostri occhi che però vede bene dove insinuarsi, dove attaccare, dove entrare con tutta la sua violenza. È così che un virus sta «giocando» con le nostre vite, isolandoci perché solo, perché nessuno lo vuole, perché conosce solo questo modo per farsi ascoltare, ma anche per farci ascoltare il nostro io più profondo, per metterci di fronte a tutte le scelte sbagliate, ed a tutte quelle scelte che dobbiamo ancora fare.

E così, non lo ricordi quasi più quel sottile piacere di disporre del tuo tempo per la spesa, oppure quale è stato l’ultimo abbraccio o l’ultimo bacio che hai dato. Non lo ricordi non perché sei distratto, ma proprio perché nella vita la fisicità è importante e la nostra vita né è fortunatamente colma. È una sensazione asettica, fredda, impersonale, quella di questi volti coperti. Si perde la mimica facciale, i sorrisi, la tenerezza. Si vedono solo occhi che guardano senza vedere, che non esprimono distensione ma solo preoccupazione.

I saluti avvengono a distanza, le mani non esprimono più calore, servono per spingere un carrello che molti riempiono esageratamente, che afferrano avidamente l’ultima confezione di quei biscotti di cui non possono fare a meno. Non c’è la chiacchierata, non c’è un sorriso, non ci sono abbracci, non ci sono commenti, ognuno è chiuso nei suoi momenti di ritrovata ma tesa libertà. In molti non comprendono che stare a casa farà anche il loro bene, perché è un atto di estrema generosità.

In molti reclamano la chiusura di alcune attività, senza fermarsi a riflettere su quanto si possa continuare ad esistere tranquillamente anche senza. In molti è stato confuso l’apparente benessere con il capitalismo che ci ha messi in una trappola esistenziale, facendoci dimenticare le cose realmente importanti. Un virus, invisibile che per assurdo isolandoci ci insegna a guardarci ancora ed a comprendere quanto ciò che davamo per scontato è invece fondamentale per vivere in modo armonico.

Poche cose da acquistare, un tempo dilatato, nessuno brontola, tutti in fila e correttamente distanziati. Riempi il sacchetto, saluti la cassiera, e torni a casa accompagnata dal rumore dei tuoi passi. Le immagini viste nei notiziari, in rete, arrivano diversamente quando le vivi, sono pugni allo stomaco per chi empatico lo è da sempre e spesso si è anche sentito deriso per lo stare male a causa di problemi che non lo riguardavano direttamente. Ma chi è empatico lo sa, sa che quei problemi in apparenza distanti, un giorno lo riguarderanno e né soffre perché seppur cerca di sensibilizzare, non vede seguito importante.

È stato un pomeriggio particolare indubbiamente quello di ieri, tanto da non far chiudere occhio chi già di per sé riposa pochissimo da sempre. La notte diventava il modo per creare, per non far cessare il giorno, quasi come ad avere talmente fame di vita da voler vivere due giorni in uno, un modo per non perdere neanche un secondo. Ora, anche le ore insonni hanno un sapore differente. Non basta un caffè o un bicchiere di buon vino, non basta l’aroma del cigarillos che riempie la stanza, ora i pensieri sono pesanti ed approdano verso quelle donne maltrattate, vessate, umiliate da quegli uomini che ora sono obbligati ad essere presenti nelle loro interminabili giornate.

Chissà se il coronavirus insegnerà loro cosa vuol dire essere privati della libertà individuale, proprio come loro pretendono venga fatto dalle loro donne. Chissà se capiranno cosa vuol dire privare qualcuno delle relazioni amicali, interpersonali, che tanto danno e che quando vengono a mancare, di tanto privano. Poi pensi a quei datori di lavoro che nonostante i decreti e che i loro servizi non siano indispensabili, pretendono che i lavoratori prendano i mezzi e si rechino al lavoro. Magari con poche precauzioni da parte dell’azienda, magari con il timore di perderlo quel lavoro, sicuramente con la paura negli occhi.

E nonostante tutto, loro, restano concentrati su business e immagine, così decidono per te, e non chiedono la cassa integrazione, neanche nel momento del picco atteso e calcolato. Pensi a quanti hanno genitori anziani ricoverati nelle rsa a cui viene impedito di visitarli. Pensi alle ore di attesa, ai silenzi, a quanto è dura non sapere nulla per ore. Molto peggio poi per chi vede i suoi cari ammalarsi e morire da soli. Pensi alla forza inesauribile del personale sanitario, degli autisti che riforniscono i punti vendita, alle cassiere degli stessi, a chi si occupa delle consegne a domicilio, ai farmacisti.

Pensi a chi garantisce la vigilanza, a chi viene esposto maggiormente, a chi non conosce tregua da giorni.
Casa tua diventa ancor più bella, più sicura, più ospitale, e l’unica cosa che viene richiesta è quella di restare lì, ma ancora a troppi non va bene.
Il virus è arrivato per farci riflettere, per farci comprendere l’importanza dei rapporti, l’importanza del pianeta in cui viviamo, l’importanza di riorganizzare tutto, di tornare a dare il giusto valore alle cose. Qualcuno capirà di dover dare più tempo alla vita reale, qualcuno smetterà di mettere gli incassi come valore primario, qualcuno tornerà ad avere buoni rapporti di vicinato.

Ci sarà chi capirà l’importanza delle energie alternative, chi investirà nel riciclo delle svariate confezioni che inquinano ovunque. Altri resteranno lì, soli come il virus a cui non piace stare da solo, con le tasche piene ed il cuore vuoto, con lo sguardo spento e l’impossibilità di godersi qualunque luogo, perché tutto resterà vivibile a metà, tra un respiro che annega in una mascherina e mani che non potranno più abbracciare.

Non cadiamo nella trappola, facciamo capire al coronavirus che per noi è ancora importante interagire, che amiamo guardare il mare ed ascoltarne il canto, che a restare solo sarà lui, con la sua aggressività e con l’inutilità del terrorizzante messaggio.
Ci sta facendo fare i conti con ciò che siamo diventati e con quanto abbiamo perso nel corso degli anni, lasciamolo lì, ad aggirarsi alla ricerca vana di qualcuno da far stare male che non riuscirà a trovare perché le strade sono deserte.

Noi saremo impegnati a progettare un futuro differente, tra le mura di casa, che non appena lui andrà via, ci prodigheremo per realizzare. Lui passerà, come tutte le cose senza cuore consentendoci di ritrovare il nostro e dirigerlo nella giusta direzione.