BUONGIORNO UN CORNO!, LUNEDI’ 23, L’INFEZIONE DELLE IMPRESE …

DI GIANLUCA CICINELLI

Oggi cari fratelli e sorelle leggiamo insieme un passo dalla Sacra Scrittura di Confindustria. ” … La «stretta» decisa dal governo va contemperata con alcune esigenze prioritarie del mondo produttivo. Confindustria sta affrontando con senso di responsabilità la decisione del governo di sospendere le attività produttive non essenziali …”. Così scrive il presidente dell’Associazione degli industriali Vincenzo Boccia al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Segue, subito dopo, la richiesta di soldi: “l’esigenza delle imprese di avere liquidità, di preservare l’operatività delle aziende che fanno parte di filiere internazionali, di valutare i provvedimenti relativi all’operatività della Borsa e del mercato finanziario, per evitare impatti negativi sulle società quotate”. L’Italia è in ginocchio, gli italiani, disciplinatamente reclusi in casa per evitare il diffondersi dell’infezione da coronavirus, non possono pagare le bollette e gli affitti e hanno difficoltà a fare la spesa, ma Confindustria deve garantire i dividendi alle società quotate in borsa con i soldi degli italiani, perché degli italiani sono i soldi pubblici che reclamano gli industriali.

Alla fine, dopo l’annuncio in diretta Facebook della notte di sabato, il governo è stato costretto a cedere alle pressioni e non soltanto ad allungare all’infinito, per la libidine da guadagno degli industriali la lista delle attività che continueranno a funzionare aumentando il pericolo del contagio. Il governo, sotto ricatto, deve prorogare di tre giorni l’entrata in vigore del decreto, giorni che possono rivelarsi fatali per la diffusione del contagio tra chi è costretto non soltanto a convivere con altri lavoratori potenzialmente infetti ma anche ad attraversare, per spostarsi al lavoro, le città in cui vive o muoversi verso comuni differenti da quello di residenza. Capiremmo se gli industriali chiedessero soltanto la prosecuzione di quelle attività che per ragioni tecniche non possono fermarsi, per mantenere in efficienza macchinari e impianti. No, la richiesta riguarda l’edilizia, il tessile, la meccanica, le consegne a domicilio, che poco o niente hanno a che vedere con l’emergenza legata al coronavirus. Ci sono degli operai dei cantieri legati alle grandi opere che sono rimasti bloccati nel fine settimana nella regione in cui lavorano, senza poter far ritorno a casa in sicurezza, costretti inoltre a continuare il lavoro senza nessuna garanzia di protezione.

Dopo una lunga pausa di conflittualità sociale che ha permesso negli ultimi anni alle imprese di fare carne di porco dei diritti dei lavoratori per garantire i profitti e lasciare ai lavoratori il peso della recessione, persino i sindacati hanno minacciato lo sciopero generale, per la paura manifesta tra i lavoratori di contrarre il virus. Cgil, Cisl e Uil, di fronte all’ipotesi di un allargamento delle imprese che potranno continuare a far infettare i lavoratori, hanno minacciato lo sciopero generale in difesa della salute. Nelle 48 ore trascorse tra l’annuncio di Conte e le manovre delle associazioni padronali per evitare lo stop si è consumata una pagina vergognosa, una delle più brutte nella storia del nostro Paese, che segna una frattura irreversibile tra le forze produttive sane e quelle parassitarie. Vi propongo, per evidenziare la differenza tra chi è costretto in casa senza lavoro e senza soldi e il fantastico mondo degli imprenditori, alcuni titoli dal Corriere Economia di oggi.

“Pechino riparte, le aziende riconvertono. E Venchi apre nuovi negoxi in Cina”. “L’intervista a Castagna: Noi banche siamo pronte a sostenere le industrie con la liquidità” (all’interno precisa: “da noi tre miliardi alle imprese”. “Le Borse frenano. C’è chi punta alle prede Made in Italy sottocosto”. pagina 4: “Spendere per ricominciare. La Cina si vendica del virus”. pagina 5: “Il ruolo degli intermediari. Un presidio strategico. Ora meno vincoli”. pagina 12: “Quel nuovo ruolo dello Stato (parla dei soldi alle imprese) ora esaltato dal virus”. Pagina 25: “La liquidità è la sfida da vincere”. E così via nelle 40 pagine del periodico. Un mondo a parte, un mondo egoista che non si limita a essere incurante delle difficoltà dei lavoratori, ma che pretende soldi e sostegni pubblici da quello stesso Stato che secondo la dottrina liberista dominante dovrebbe essere un ostacolo al capitalismo. E chiedono soldi sia direttamente allo Stato che tramite le banche. Perché poi quelle banche che immettono liquidità, spesso non restituite, nei capitali delle imprese sono le stesse che siamo costretti a sostenere noi cittadini con i soldi pubblici quando falliscono. Sono quelle stesse banche che ancora non attuano la sospensione dei mutui sulla prima casa chiesti dal governo, perché tre miliardi per le imprese li trovano, ma non possono rinunciare ai mille euro della tua rata.

La crisi da coronavirus dell’economia ha portato allo scoperto il nervo di un’imprenditoria italiana incapace di guardare al futuro senza gli aiuti pubblici, la negazione stessa del capitalismo. Un capitalismo ormai straccione in tutto il mondo, come lo ha definito non Karl Marx ma Martin Wolf, il più illustre commentatore del Financial Times, la voce della City di Londra. “Abbiamo bisogno di un’economia capitalista dinamica – ha scritto il 18 settembre scorso – ma sempre più spesso ci troviamo di fronte a un capitalismo instabile che vive di rendita, alla mancanza di concorrenza, alla stagnazione della produttività, all’aumento delle diseguaglianze e, non a caso, a un crescente degrado nella qualità della democrazia. Il problema di fondo è che l’attuale sistema economico da tempo ha cessato di produrre risultati desiderabili per milioni di persone”. Le pretese espresse da Confindustria in queste ore, di tutelare la produzione senza tutelare i produttori, neanche dal punto di vista sanitario, confermano tristemente le parole di Martin Wolf scritte prima della crisi.

C’è un prima e ci sarà un dopo il coronavirus, questo è evidente. Il coronavirus è un colpo letale al capitalismo e un’opportunità per reinventare la società, dichiara ovunque in questi giorni il filosofo sloveno Slavoj Zizek. “L’attuale espansione della pandemia di coronavirus ha scatenato le epidemie virali ideologiche latenti nelle nostre società: false notizie, teorie cospirative paranoiche ed esplosioni del razzismo”. Per poi concludere: “La mia modesta opinione della realtà è molto più radicale: la pandemia di coronavirus è una forma speciale di “tecnica cardiaca esplosiva” nel sistema globale capitalista, segno che non possiamo continuare sulla strada che abbiamo seguito finora, che è necessario un cambiamento”.

Non saprei, onestamente, se essere così ottimista come Zizek sul fatto che questo sentimento sulla necessitò di un’alternativa all’attuale sviluppo economico basato sull’egoismo sia così diffuso nel mondo. Quel che so per certo è che il capitalismo italiano raccolto intorno a Confindustria con l’azione politica irresponsabile che sta compiendo in questi giorni ha scavato un solco non più colmabile tra il lecito diritto al guadagno e la civiltà della convivenza sociale con pari diritti tra i cittadini. E non dobbiamo dimenticarlo nelle settimane che verranno.