CORONAVIRUS, LA TRAGEDIA DELLA GENERAZIONE ANZIANA, NUOVE, ULTERIORI E INQUIETANTI IPOTESI

DI ALBERTO TAROZZI

Dati sul coronavirus, cenni ulteriori di una frenata, per il secondo giorno consecutivo. In fondo al tunnel “la luce di un cerino ti sembra il sole che non hai” cantava con altri intenti Caterina Caselli tanti anni fa. In effetti, il miglioramento generale coesiste con alcuni specifici e durevoli focolai a pelle di leopardo. Non solo distribuiti in differenti luoghi, ma tali da colpire alcuni particolari target sociali. Gli anziani in primo luogo.

Quali le cause che rendono più vulnerabili e più contagiabili queste fasce di età?

Sulla vulnerabilità non ci sono dubbi. Soffrono di malattie che coniugate con la contrazione del virus determinano combinazioni mortali. In generale perché l’anziano è già di per sé debole. Vivere più a lungo non significa vivere bene e in piene forze gli anni over 70 della propria vita. Una condizione tanto più drammatica considerando i tagli che hanno subito progetti di tutela mirata per queste fasce che non hanno ricevuto stanziamenti significativi.

Inoltre, anche quando la qualità della vita permane decente, le terapie antivirus non si possono sempre conciliare con le terapie in atto che contrastano il non risolvibile, ma assolutamente sostenibile, male pregresso. Tipico il caso delle patologie cardiologiche. Sbandierare, senza chiarirne i limiti, nuove terapie sperimentali come panacea rappresenta da questo punto di vista un gesto irresponsabile. Creano sicuramente speranze, ma una speranza delusa è peggiore di speranze scarse

Fin qui cause già note che dimostrano la vulnerabilità dell’anziano. Per la contagiosità va fatto un discorso più ampio.

Probabilmente devono ancora essere scovati e studiati fattori che risalgono ad altri fenomeni non ancora pienamente individuati. Vediamoli, come possibile oggetto di riflessione e di indagine e non perché possediamo verità precostituite. L’approccio scientifico è questo e nient’altro.

Le considerazioni che seguono sono  anche frutto di una lunga telefonata con Farian Sabahi. Avevamo iniziato a parlare dell’Iran, senza censure così come senza luoghi comuni. Un discorso complesso che riprenderemo. E siamo invece finiti a parlare della diversità italiana, concentrata su quella tragedai di una popolazione anziana decimata dal virus oltre le pur funeree previsioni.

In sintesi vogliamo sì ribadire che in tempi di epidemia gli anziani pagano il prezzo della loro solitudine. Ma questo è scoprire l’acqua fredda. Purtroppo però, per quanto possa apparire paradossale, ci pare che rischino di pagare il prezzo anche di legami familiari che sono,  per altro verso, una fonte di attenuazione della loro sofferenza psichica.

Partiamo dalla solitudine, dove, anche qui, potrebbe nascondersi un paradosso. L’anziano solo vede come ancora di salvezza, in caso di malattia, l’ambulatorio medico o in extremis, soprattutto in centri non troppo grandi, il servizio di pronto soccorso. Questo è tanto più vero nelle regioni in cui la sanità funziona, come Lombardia, Emilia Romagna, Veneto. Che la sanità funzioni è motivo di orgoglio Ma di questi tempi ha prodotto probabilmente, oltre ai benefici dovuti al coraggio e all’abnegazione del nostro personale sanitario, qualche effetto collaterale di segno opposto. Non è casuale il grido di dolore che il personale medico e infiermieristico ha alzato fin dal primo momento, soprattutto nelle regioni citate. “Non correte da noi”.

Difficle da recepire, soprattutto per anziani malati condannati alla solitudine. Come dire che la ben riposta fiducia ha potuto probabilmente creare un affollamento nei pronti soccorsi e negli ambulatori che hanno fornito al virus una possibilità di diffusione al di là del prevedibile.

Questo per quanto riguarda la solitudine. Ma, come abbiamo anticipato, anche la solidità dei legami familiari potrebbe avere suscitato effetti perversi.

Gli anziani in ospizio hanno ricevuto un elevato numero di visite da familiari che intendevano lenire la loro solitudine. Ma quanti di quei familiari potevano sapere di essere portatori asintomatici di virus? Non a caso quando bombe virali, nelle strutture di accoglienza per anziani hanno cominciato a moltiplicarsi, è scoppiato l’allarme. Si è detto che le visite andavano centellinate e andavano compiute da un solo familiare. Troppo tardi? In qualche caso temiamo di sì.

Andiamo oltre. La chusura delle scuole, nei primi  giorni, ha determinato conseguenze sotto gli occhi di tutti. Anziani nei giardinetti, quando non in casa, coi nipoti riuniti in gruppetti di coetanei sotto l’occhio vigile dei nonni. Si sa, i bambini si ammalano in rari casi manifesti e riconosciuti. Ma in loro non sapremo mai quanrti asintomatici si nascondano. E un bambino asintomatico può trasformarsi in una minaccia di grande rilevanza per i nonni.

Infine un dato statistico più generale. L’Italia rappresenta uno dei paesi europei col più alto tasso di coabitazioni intergenerazionali. Problemi, della casa, welfare familiare, alleanza tra generazioni come neceesità prima ancora che per amore (altro che la guerra tra generazioni disegnata dai nostri paludati professionisti dell’austerity, teorici del nulla). Bene, ma anche male, coi tempi che  corrono. Quante di queste coabitazioni hanno esposto l’anziano ai rischi di un virus importato da membri più giovani che erano in grado di sopportarlo senza eccessivi danni. O addirittura senza esserne consapevoli?

Interrogativi inquietanti, su cui sarebbe il caso di riflettere fin da ora, ma che andranno ripresi con rigore e dolore a guerra finita. Quando si potrà fare il conto semidefinitivo dei morti e dei loro connotati sociali e generazionali.