CORONAVIRUS, TROPPI MUOIONO DA SOLI. “IN LOMBARDIA NON C’È PIETÀ”

DI CLAUDIA SABA

“In Lombardia si muore abbandonati a se’ stessi”.
È questo il grido che arriva
forte, dai luoghi più colpiti dal Covid-19.
Si muore in ospedale ma troppe volte si muore in casa.
Una commessa di 46 anni, messa in quarantena nella sua abitazione di Brescia, è deceduta dopo alcuni giorni di febbre alta.
Ha lasciato marito e due bambine.
Per lei, nessun tampone o ricovero.
Qui, i morti, non si contano più.
Un vicino, un padre, un fratello.
Un amico che non ritrovi più al mattino, in un bar, davanti a un caffè.
Perché al bar non si va più.
Le parole restano silenti.
Qualcuno combatte.
E denuncia.
“Nonostante tutti i morti, racconta Sabrina, non hanno fatto disinfettare le strade, non hanno eseguito i tamponi sulle persone anche con la febbre a 40, poste in quarantena a casa.
Puoi chiamarlo 1000 volte il numero verde. Ti passano un altro numero verde, che dopo un’infinità di tempo ti passa un medico che alla fine ti dice di prenderti una tachipirina. Nel caso la situazione peggiori ti dice di chiamare il 112, che magari non ti manda l’ambulanza perche’ hanno cosi’ tante emergenze che quando arrivera’, tu sarai gia’ bello che morto o, se ti va bene con il corpo ancora caldo.
Non c’è un piano, nessun monitoraggio sui contagi, non vengono eseguiti tamponi, o controlli presso le abitazioni di chi e’ risultato positivo. Niente”.
E continua.
“In Lombardia, se non lo sapete ve lo dico io. Siamo abbandonati a noi stessi, anche se stai male e hai la febbre non si vede nessuno e quando arrivano, è solo per constatare la morte senza averti fatto un tampone .
Eppure la situazione e’ gravissima e se muori in casa tua, scrivono arresto cardiaco”.
“Io stessa ho provato a chiamare e la risposta è stata la stessa”.
Non c’è un sostegno. I tamponi mancano e possono farli solo in casi eccezionali.
Il dottor Fabrizio Lucherini, un radiologo di Roma, pensa sia “assurdo fare i tamponi solo a coloro che hanno forti sintomi”.
Quando i malati arrivano in ospedale sono ormai prossimi alla fine. A quel punto è inutile fare il tampone.
Pazienti che, se curati in fase iniziale, sarebbe forse sopravvissuti.
Eppure ai figli di due medici non più in sevizio, i tamponi li hanno fatti subito.
Così come li hanno fatti a Dybala pur essendo asintomatico.
O ad altri personaggi di rilievo nel mondo dello spettacolo.
Per loro i tamponi non sono mancati.
“ Ci hanno lasciato allo sbando, racconta Laura.
“Hai la febbre? Stai a casa…niente tamponi, niente assistenza. Con conseguente infezioni del resto della famiglia invece di isolare i casi positivi.
Nelle cliniche private hanno taciuto i decessi per paura di venire chiuse.
I tamponi li fanno post-mortem.
Ma è ai vivi che bisogna
fare i tamponi, non ai morti”.
C’è rabbia.
Oltre la paura qui c’è anche lo smarrimento di sentirsi completamente ignorati.
Di non sapere cosa fare.
Di non capire il perché di tante disparità.
Qualcuno dovrà spiegarci perché la vita di alcuni vale più di altre.
Perché i tamponi ci sono per qualcuno e per altri no.
Perché la Sanità lombarda, ritenuta la migliore d’Italia, sia a questo punto.
E perché la bilancia non pende mai dal lato dei più deboli ma sempre dallo stesso.
Quello dei più “forti”.