BUONGIORNO UN CORNO!, MARTEDI’ 24, CRIMINI DI PACE …

DI GIANLUCA CICINELLI

Molti anni fa, durante una campagna elettorale nell’estrema periferia sud di Roma del 1987, la consueta sfilata di politici di un partito di sinistra, allora esisteva questa dizione con qualche ragione d’essere, si alternava dinanzi a un microfono collocato con altoparlante in una palestra di Tor Bella Monaca. Le promesse erano tante: una periferia a misura d’uomo, via la criminalità da quel luogo, lotta alla droga, giardini fioriti, cultura per tutti, sarà natale due volte l’anno e così via. Riuscì a prendere la parola un signore costretto sulla sedia a rotelle da una tetraparesi spastica. Non ho mai capito perché nella mente della gente se stai su una sedia a rotella oltre a gambe e braccia devi avere per forza problemi anche al cervello, ma questo sarebbe quasi il minore tra i pregiudizi verso i disabili. Quindi, pensando che il “povero handicappato” avrebbe detto qualche buona parola di circostanza, lo lasciarono parlare. Così, tra l’imbarazzo generale, chiese ai presenti, ignorando i politici: “Lo sapete perché i politici tutto sommato si occupano un po’ delle pensioni e degli anziani? Perché sanno che un giorno invecchieranno. Sapete invece perché non si occupano mai degli handicappati? Perché non ci pensano proprio che potrebbero diventarlo loro per un incidente o che gli potrebbe nascere un figlio con problemi. Per questo non tengono conto di noi nemmeno per le promesse elettorali. Non è che siamo cittadini di serie b, non siamo proprio cittadini”. Qualcuno dei politici presenti fece gesti apotropaici ma oltre questo nessuno poté replicare nulla a quell’assoluta verità. L’assemblea si sciolse in pochi minuti.

In questi giorni di quarantena da coronavirus mi è rivenuta in mente quella scena leggendo la superficialità con cui anche alcune persone intelligenti riescono a trasformarsi in parte di un popolino bue superficiale, senza capire che non tutti quelli che soffrono nello stare a casa soffrono perché devono rinunciare alla corsetta nel parco. Il nostro rapporto con la disabilità è il banco di prova più spietato della reale civiltà o meno di un consorzio di persone. E’ la chiave di lettura di come noi immaginiamo una società che tuteli dal primo all’ultimo dei suoi cittadini, dove l’ultimo in questo caso non è tale perché svantaggiato economicamente ma in quanto privo di una rete di servizi vitali che gli assicuri pari diritti degli altri. Quando nei comuni italiani ebbe inizio il servizio di assistenza domiciliare, proprio in quegli anni in cui il mio amico su due ruote si divertiva a denunciare l’ipocrisia durante una campagna elettorale, una schiera di operatori sociali cominciava a entrare in case dove non era mai entrato nessuno prima. Case devastate talvolta dalla furia violenta di persone abbandonate ai propri fantasmi mentali, case ormai prive di soprammobili per impedire che diventassero corpi contundenti, case in cui si trovavano veri e propri Elephant Men, Freaks, storpi che non riuscivano a ritenere la saliva, familiari dei disabili che erano diventati in qualche modo disabili essi stessi per l’emarginazione in cui erano costretti dalla società e dalla vergogna di non poter condividere con nessun altro il loro dramma. Perdonate il linguaggio e le immagini crude e poco corrette politicamente, ma la vita vera è questa roba qua, non è una soap dove alla fine va sempre tutto bene.

Portare fuori casa quelle persone fu l’inizio di uno dei pochi processi sociali sani che si verificarono in questo Paese nella stessa epoca in cui si affermavano modelli culturali basati sull’estetica, sulla vuota bellezza dei corpi, sulla ricchezza come valore, quei pessimi anni ’80 dove la superficialità, giustificata dall’eccesso d’impegno politico degli anni ’70, iniziò a radicarsi nella società infischiandosene degli ultimi. Fu un processo importante perché portare fuori di casa i “mostri”, costrinse il corpo sociale a prendere atto del problema, a inserire nel quotidiano di tutti la diversità, consentì la creazione di strutture alternative alla famiglia, permise alle famiglie di vivere vite che potevano assomigliare alle vite “normali” degli altri. Se dovessi riassumere la lezione di vita che ho appreso da quell’esperienza, di cui come è forse facile capire ero parte in causa, direi che è soltanto accettando il fatto che siamo tutti completamente diversi l’uno dall’altro che possiamo parlare del diritto a essere trattati tutti in maniera uguale.

So che non basta descrivere con le parole un fenomeno per fare in modo che sia accettato. Ma provate per un momento a comprendere alla luce di quanto scritto sopra cosa significa per una parte della popolazione la quarantena imposta a causa del coronavirus. Come dicevo, quelli che si lamentano per l’isolamento non sono tutti orfani della passeggiatina da shopping, proprio no. E aggiungo che se mi sono soffermato sui disagi psichici gravi ce ne sono altri in apparenza meno invalidanti ma altrettanto pericolosi da gestire in una situazione claustrofobica. Perché stare per anni sul bordo che separa il disagio dal benessere psichico ti porta a capire quanto sia labile e facile da varcare quel confine. Io non ho soluzioni da offrire per una gestione dell’emergenza che contempli l’assistenza e il sostegno a chi convive con il disagio psichico, che è una fetta consistente della popolazione italiana. Il mio lavoro di oggi è di evidenziare dei fatti che devono portare altri, competenti, a delle soluzioni. E questo dei disabili in casa è un dramma enorme per molte famiglie. Fin qua nei provvedimenti d’emergenza varati dal governo non ho trovato nessuna voce che riguardi questo particolare settore. In questi giorni i servizi alla persona sono nella maggior parte sospesi.

Così come non ho trovato comprensione alcuna ma solo indici puntati contro chi si è sottoposto con obbedienza alla quarantena, ma esprimendo comunque un disagio che ha un fondamento reale. Esiste purtroppo un popolino bue su cui si basa proprio il populismo, lo dico rivendicando aristocratico disprezzo. Quel popolino che da prima dell’emergenza, e probabilmente anche dopo, ritiene troppo faticoso interrogarsi sul senso delle regole rendendole allora davvero vane e insopportabili, come quelli che “eseguono gli ordini” di cui abbiamo parlato in un BUONGIORNO UN CORNO! di qualche giorno fa, quelli che multano i senzatetto perché non stanno a casa. Se vogliamo trarre un insegnamento da questa situazione è proprio che tutti abbiamo bisogno di tutti perché la fragilità appartiene a tutti, quella mentale, quella fisica, quella sociale. La società che dovrebbe rinascere quando sarà finita la quarantena, se vuole progredire e non ricascare nell’egoismo che ci ha portato a ignorare le conseguenze letali dell’inquinamento, della razzia di risorse primarie, dell’esclusione dei deboli dalla sanità pubblica, o sarà una società aperta o non sarà più niente. Così la conclusione oggi l’affido a Rino Gaetano:
“Mentre vedo tanta gente
Che non c’ha l’acqua corrente
E non c’ha niente
Ma chi me sente
Ma chi me sente
E allora amore mio ti amo
Che bella sei
Vali per sei
Ci giurerei
Ma è meglio lei”

NB “Crimini di Pace. Ricerche sugli intellettuali e sui tecnici come addetti all’oppressione”, è un libro curato da Franco Basaglia, stampato da Einaudi, con interventi, tra gli altri, di Foucault, Chomsky e Laing. Magari in questi giorni di ozio forzato può essere una buona lettura.