BUONGIORNO UN CORNO!, MERCOLEDI’ 25, LA GUERRA DI SERGIO …

DI GIANLUCA CICINELLI

L’epidemia Coronavirus ci porta, tra tanti rammarichi, quello di non aver potuto onorare degnamente quest’anno le 335 vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, avvenuto durante la seconda guerra mondiale, un pezzo di storia che in questi giorni è stato spesso evocato accanto allo stato di necessità scaturito per la popolazione italiana dalle misure di emergenza a cui siamo sottoposti per il maledetto virus. Ce lo ha ricordato, e gliene va riconosciuto il merito, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Il 24 marzo del 1943 civili e militari, prigionieri politici, ebrei, detenuti comuni, furono trucidati dalle truppe d’occupazione nazista a Roma, come rappresaglia dell’atto di guerra compiuto il 23 marzo ’43 in via Rasella da un commando dei Gap, i Gruppi di Azione Patriottica, partigiani comunisti, che con l’esplosione di un ordigno seguita dal lancio di bombe a mano uccisero 33 soldati nazisti del battaglione Bozen. Nell’attacco morirono anche due civili italiani, mentre altre quattro persone furono uccise sul momento dal fuoco di reazione tedesco. Dieci civili italiani furono rastrellati subito dopo l’attentato e compaiono Tra le vittime della rappresaglia nazista alle Fosse Ardeatine. Tre sentenze di Cassazione hanno stabilito definitivamente la legittimità dell’atto di guerra e che non vi fu nessun avviso da parte di tedesca dell’esecuzione di massa che stavano preparando, tantomeno l’invito agli autori dell’azione a presentarsi in cambio della vita dei prigionieri.

Molti sciacalli fascisti hanno provato negli anni a delegittimare questa azione, nel tentativo di far dimenticare la volenterosa collaborazione che offrirono i fascisti italiani agli occupanti nazisti nelle violenze contro la popolazione civile, le torture e le uccisioni nella prigione di via Tasso e la deportazione degli ebrei romani verso i campi di concentramento da cui tornarono poco più di dieci persone. Per chi vuole approfondire gli avvenimenti segnalo uno dei pochi gruppi storici su facebook che vale la pena di seguire, basato esclusivamente sui fatti, Roma Città Aperta – Gli anni della guerra. E’ una miniera di documenti, di foto dell’epoca, articoli, segnalazioni editoriali e di eventi, per chi vuole ricordare e per chi vuole imparare.

Torniamo adesso al doloroso parallelo dell’oggi con la guerra di ieri, che proprio il Presidente Mattarella ha voluto rimarcare rivolgendosi agli anziani. “Un giocatore lo vedi dal coraggio dall’altruismo e dalla fantasia”, scriveva De Gregori, e Mattarella sta dimostrando di avere queste doti (per quanto riguarda la fantasia ricordiamo la sua lettera a Propaganda Live di Diego Bianchi dello scorso anno, che lasciò interdetto il conduttore). Mattarella, rivolgendosi a quella categoria di persone in avanti con gli anni che sono oggetto di una speculazione che ha dell’inverosimile in questi giorni, tra chi vorrebbe farli morire per immunizzare gli altri e chi vuole togliergli il diritto all’assistenza perché ci sono pochi posti letto, parlando di come proprio gli anziani siano stati decimati dal virus, ha fatto un parallelo con gli anni della guerra.

“Al termine di quegli anni terribili, segnati dalla dittatura e dalla guerra – ha scritto – l’unità del popolo italiano consentì la rinascita morale, civile, economica, sociale della nostra Nazione. La stessa unità che ci è richiesta, oggi, in un momento difficile per l’intera comunità”. Tra le righe naturalmente c’era un riferimento anche al rapporto tra maggioranza e opposizione, da registrare per le polemiche poco costruttive di quest’ultima in un momento che richiede uno sforzo comune. Ma quello che c’interessa qui approfondire è invece proprio quel riferimento a una situazione che in questi giorni, ed è qui la capacità del Presidente di dare voce ai pensieri dei cittadini, è stato fatto da più parti.

Per noi che siamo nati dopo la seconda guerra mondiale con il bene della libertà e tre pasti al giorno garantiti è difficile immaginare una situazione altrettanto emergenziale di quella che si sta verificando. La libertà è messa in discussione dalla costrizione a stare in casa per non diffondere il virus e i tre pasti al giorno stanno per diventare prima due e poi uno e poi forse niente per tutte quelle persone che non hanno un lavoro dipendente garantito. L’incertezza del domani crea quasi più panico della paura di ammalarsi. Cosa compreremo domani nei supermercati ora che sono bloccate tutte le attività che ci permettono di vivere, a cominciare purtroppo dal lavoro nero senza regole, ignorato per il momento nei provvedimenti del governo di supporto alla crisi.

Da sempre il capitalismo vede nelle crisi un’occasione per fare nuovi guadagni, ma in questo momento storico si stanno verificando una serie di condizioni particolari che potrebbero far ripartire un’economia diversa da quella che fin qui ha caratterizzato la politica italiana e mondiale. In questo non so, probabilmente no, se Mattarella sarebbe d’accordo, ma è il bello della dialettica democratica, che è bloccata in Italia da trent’anni su binomi di cui alla persone poco interessa, Berlusconi/Prodi, 5cosi/intelligenza, Salvini/Zingaretti.

In questi giorni tornano a circolare soldi. Attenzione a questo particolare non da poco. Anche se non arrivano direttamente nelle nostre tasche si è sbloccato un meccanismo che stava rendendo infernali le nostre vite da molto prima del virus. Quel diabolico rapporto tra prodotto interno lordo e deficit che ha reso i vincoli europei insopportabili per i cittadini. Questi lo hanno accettato finché quel vincolo poteva far presupporre mutuo soccorso, ma quando allo scattare dell’emergenza da covid 19 la risposta di molti paesi europei all’Italia è stata un bel “fottetevi”, l’indignazione è stata così grande da costringere in poche ore gli stessi rappresentati dell’Unione Europe a a fare marcia indietro e liberare l’Italia dai vincoli per il momento.

Sarà però difficile dopo l’emergenza tornare al meccanismo del 3% di rapporto tra deficit e Pil imposto dalla Ue ai suoi aderenti. Proprio come in guerra ogni Paese ha scelto una soluzione nazionale, chiudendo le frontiere e addio Shengen, razziando merci da altre nazioni come è avvenuto per le mascherine, investendo soldi per produrre impresa e occupazione autarchiche post crisi, infischiandosene di tutte le granitiche certezze affermate in precedenza. Tra il prima e il dopo della crisi da coronavirus, l’Unione Europea, se reggerà all’impatto senza disintegrarsi, non sarà mai più come prima. Nuove prospettive di aprono per i paesi con economie deboli come il nostro, che erano finiti in un giro senza speranza, simile a quello in cui cadono le vittime degli strozzini nel tentativo di restituire il debito. Si lo so che forse è un po’ esagerato, ma un giorno dovremo ringraziare la Grecia, che con la gestione della sua crisi economica da parte di Bruxelles ha mostrato a tutti noi il volto vero dell’Unione Europea, spietato con i deboli e generoso con gli avvoltoi della grande speculazione. Fin qua soltanto la presidenza Bce di Mario Draghi aveva mascherato, mitigato, le intenzioni della Ue verso l’Italia e i paesi economicamente più deboli del vecchio continente. La situazione si è adesso sbloccata e dobbiamo approfittarne.

Andremo probabilmente verso un rimescolamento delle alleanze internazionali e dovremo capire, per restare nel paragone con la situazione post bellica del 1945, quale sarà il ruolo degli Usa in tutto questo. Difficilmente l’egoismo trumpiano, che stravincerà di nuovo contro la scamorza dem lessata da Biden, ci proporrà un nuovo piano Marshall di aiuti per la ricostruzione. Cina e Russia stanno lì a offrire il loro intervento tutt’altro che disinteressato, per aprire mercati in cui l’Italia fornisca una chiave d’accesso all’area mediterranea, che ha un suo valore molto alto nell’economia mondiale. Qualche commentatore ha rispolverato antiche reminiscenze liceali ricordando la frase dell’Eneide “Timeo Danaos et dona ferentes”, che Virgilio mette in bocca a Laocoonte per convincere i troiani a non introdurre il famoso cavallo dentro le loro mura, l’invito a temere i nemici anche quando portano doni, come sta avvenendo in questi giorni per gli aiuti che arrivano all’Italia da Cina, Russia e Cuba.

Semmai il timore che dobbiamo avere è che oltre agli interessi commerciali, da cui nessuna potenza è esente, qualcuno in Italia possa guardare ai modelli cinese e russo per una modifica del gioco democratico, per l’affermazione di un modello politico autoritario, che trova estimatori insospettabili a destra e sinistra nel nostro Paese. Se avremo la forza di sopravvivere al coronavirus assisteremo quindi allo schiudersi di un nuovo periodo, che potrebbe portare a maggiori possibilità anche per chi adesso è escluso dall’economia dominante. Ma questa occasione sarà concreta soltanto se tutti insieme, rimescolando l’attuale assetto di divisione politica che ha bloccato l’Italia in tutti questi anni dall’avvento della seconda Repubblica, non avremo più pietà per l’attuale classe politica. Ma questo a Sergio magari glielo diciamo dopo, il suo ruolo adesso gli impone di garantire l’unità basata sull’attuale sistema e noi lo stimiamo e sosteniamo in questo compito arduo.