CHI MUORE OGGI E HA PIU’ DI OTTANT’ANNI PUO’ RAPPRESENTARE L’AMORE E LA VITA

DI GIOVANNI BOGANI

Cinque anni fa accadeva la cosa più brutta della mia vita. La prova, peraltro, che “aveva più di ottant’anni” non significa niente. Chi muore ora e “ha più di ottant’anni” può ugualmente rappresentare la vita, e l’amore, e la certezza che questa esistenza ha un senso, per coloro che rimangono qui, ugualmente sgomenti. Metto qui le righe che avevo scritto il 24 marzo 2015.

E’ già accaduto tutto. Come se fosse stato un film. I medici che si affannano nella stanza con i monitor, i massaggi cardiaci, la porta chiusa. Io che aspetto fuori.

Tu mamma sei morta. E non c’è niente da fare più.

Un’ora fa piangevi e ti dibattevi, poi il tuo cuore non ha battuto più. Eri stanca, certo che eri stanca. Ma sembravi poter vivere mille anni.

Ancora la settimana scorsa mi chiedevo se saresti arrivata a cento anni. Mi sembrava impossibile che tu morissi presto, tanto era stabile il tuo lamentarti, il tuo camminare a piccoli passi.

Ti piaceva la torta alle more. Solo quella mangiavi. Solo zucchero. E ora c’è una torta alle more rimasta lì, che nessuno mangerà o che mangerò io.

Nessuno più, questo lo so, mi amerà come te. Anche se ho cercato in tutti i modi, per tutta la vita, di trovare chi mi amasse di più.

Non l’ho mai trovato. Pur con tutte le tue ansie, le tue apprensioni, le tue telefonate assurde, il tuo non ascoltare e non sentire mai.

Ci hanno provato per venti minuti in quella stanza, ci hanno provato, ho visto la dottoressa sfiancarsi a dare colpi sul tuo torace sfinito.

Io a aspettare fuori, con uno che mi parlava dal lettino e mi diceva “la sento lamentarsi”, o “la vedo, stanno ancora provando a rianimarla”.

Io che cosa potevo fare di più, mammina?

Stanotte non ho dormito, ho cercato su internet il blocco di non so che, la cosa che il cardiologo aveva detto ieri. Non sembrava grave. Sembrava che tu ce la potessi fare.

Ora sono in una stanzina, mi chiameranno per vederti. Ma ormai a che serve?

Ci hai provato tanto, hai comprato tante pizze e tanti succhi d’arancia perché io li mangiassi e bevessi, e ancora ieri sera senza denti mi hai detto dal letto “non hai mangiato?”.

Come è andata male la nostra vita. Non ti ho fatto vedere un nipotino, non ti ho fatto vedere una moglie.

Ci siamo azzannati, e anche tu sempre a pensare che facessi il tuo male, invece volevo il tuo bene, per quanto potevo.

Saresti morta lo stesso se rimanevi in casa senza fare mille esami?

Ti hanno finita mettendoti tubi e tubicini, senza pensare a calmarti prima?

Non lo so se ti hanno ammazzato qui.

Non lo so se potevamo stare qualche altro anno ad azzannarci, a rinfacciarci cose del passato e del presente, o tu a guardare la televisione con le cuffie come se tu fossi al Rischiatutto.

Tutte le tue parole bofonchiate quando non avevi la dentiera. E che cosa ti piaceva? Dicevi ancora l’altro ieri “mah, guarderò un po’ di televisione”, e dicevi sempre quello. E poi non ti piaceva, e poi dicevi che Sanremo non era bella, dicevi che le canzoni non ti piacevano più.

Ieri sera – ieri sera, poche ore fa – dicevi che ero tutto per te. Che tutto quello che avevi fatto, nella tua vita, l’avevi atto per farmi stare meglio. E adesso chissà che tempeste mi scuoteranno.

Non sono riuscito a farti sentire le canzoni che suonavo, anche se qualcuna te l’ho fatta sentire. E ieri sera ho suonato Ain’t No Sunshine When You’re Gone, e pensavo a te. Non c’è sole se non ci sei.

Mentre cercavano di rianimarti ho pregato, ho pregato che ti riprendessero e potessimo riderci sopra, che ha fatto sempre finta di morire per tanti anni e non morivi mai.

Io non sono stato bravo nei salvataggi. Non sono riuscito a salvare mio padre, non sono riuscito a salvare te. Non sono riuscito ad abbracciarti, a baciarti per farti stare tranquilla mentre ti mettevano aghi, mentre ti sentivi come un animale al macello.

Adesso non c’è più da correre contro il tempo. Adesso tutto è quieto. Adesso non lo so che fare.

Voglio fare un figlio, se no non ha senso aver vissuto.

Ma non so con chi farlo, non so chi amo e mi ama.

Non ci ho mai capito niente.

Stamattina ti trascinavi, andavi a fare la pipì, e ora sei scomparsa, sei nel nulla. Dove sei? Dove sei andata? Senti qualcosa? Riuscirai mai più a sentire me, o qualche cosa nell’universo?

Riuscirai a percepire che il mondo esiste, ancora, qui?

Io finirò come te, come finiremo tutti, tra un po’.

Ma è che adesso sono davvero solo, e non so come fare.

Tu che mi indicavi tutti i segreti delle tue cassaforti, e io che non volevo sentire, non volevo ascoltare, non volevo prendere in considerazione l’idea che tu morissi.

Quando hai cominciato a morire? E quando è che ho saltato di venirti a trovare? Potevo venire di più?

Una delle ultime volte, mi sono messo lì col computerino e ho scritto i miei articoli mentre tu guardavi la tv. E poi dopo qualche ora sono andato via, e tu hai detto “bah! Tanto te…”. E io mi sono incazzato. Mi facevi sempre incazzare. Come “tanto te”? Io venivo sempre, ti telefonavo ogni giorno.

Ho guardato la cronologia del telefono, ti ho fatto almeno una chiamata al giorno tutti i giorni, non saltavo mai. E se ti chiamavo tardi, avevo paura di svegliarti, e magari non ti chiamavo.

Poi alle sei di mattina di venerdì ti ho chiamato, e tu non hai risposto, non sentivi. Non era normale che tu non sentissi.

Mamma, qualche persona verrà al funerale. Ma che fanno queste persone? Che cosa possono fare? Io e te. Eravamo solo io e te. Tu non ci sei, non ci sarai più a rimproverarmi.

Una delle ultime volte ti ho vista arrivare a casa mia, con le tue chiavi entrare, affannatissima. Non ti rispondevo. Stavo dormendo. Mi hai spaventato. Ed eri tu ad aver paura per me.

Ogni giorno avevi paura per me. Ieri sera mi hai detto “in motorino, poi, io avevo sempre paura”. Ma che cosa poteva succedermi?

Sei morta alle 13.47 di questo martedì 24 marzo 2015. Di marzo è morto anche papà. Alla fine dell’inverno, quando noi siamo sfiniti, perché non riusciamo a prendere fiato.

Adesso è morta la nonna, il nonno, papà, lo zio Graziano, tutta la mia piccola famiglia di poveracci. Lo zio peggio di tutti, se n’è andato da solo, in un ospedale, boccheggiando. Tu somigliavi tanto a lui, ieri e oggi.

Io sono un debole, non sono riuscito a chiamare i dottori in tempo, non sono riuscito a brigare per fare arrivare il primario in tempo. Siamo stati sconfitti, mamma, anche stavolta.

Non hai gridato mentre morivi, avevi solo gli occhi aperti, come papà.

Io non ho portato la videocamera, perché non ho il coraggio di fotografarti. Lo so che dopo magari ti vorrò ritrovare, ma adesso non ce la faccio.

Ricorderò questo giorno per tutta la mia vita, e adesso è solo un niente di primo pomeriggio, è solo una stanzina dove mi hanno lasciato ad aspettare.

Ti stanno lavando, che cosa ti fanno? Ma poi, che cosa importa ormai?

Volevo portarti in macchina questa primavera, volevo portarti con la mia Micra ai giardini. Non potevi aspettare? Accidenti, ma perché non hai aspettato che venisse caldo, che già oggi è una giornata di primavera?

Volevo portarti allo Stibbert, anche se tu eri stanca e ti fermavi alla prima panchina.

E ora che cosa devo fare? Che cosa devo fare di te, del tuo ricordo, della tua casa? Non lo so. Non sono pronto. Siamo ancora bambini, anche a cinquant’anni. Eri ancora bambina, anche tu, a novanta.

Le mie amiche che portavo da te, per farti parlare, che venivano e poi sparivano, come è normale.

Pensavo di starci tanto tempo qui in ospedale. Ore, giorni, settimane. Mi ero portato due libri, ero pronto a fare le notti, e mi ero portato questo computer, potevo lavorare e guardare come stavi.

Hai deciso di urlare, di gridare come se ti volessero uccidere, e poi ti sei arresa. Ma perché ti sei arresa? Non potevi far battere il tuo cuore, piano piano, come ormai batteva?

Adesso è il vuoto. Poi ci sarà altro vuoto. Tempo vuoto. E altro tempo vuoto. Mi obbligavi a rimanere in questa città, è vero: partire per un festival era sempre un azzardo, dovevo minimizzare, non dirti che andavo lontano, che prendevo un aereo.

Quando ti dissi che forse sarei andato in India hai fatto urla e ti sei buttata per terra, in casa mia, una tragedia in piena regola. L’ultima volta che ho fatto qualche giorno di vacanza non te l’ho detto, ero a Lanzarote ma ti chiamavo come se fossi a dieci metri da te, a Firenze, e tu stavi tranquilla. Ed è stato bellissimo. Ti volevo più bene al telefono, perché mi sentivi, e di persona non riuscivi a sentirmi. Dicevi che parlavo tra i denti, che non ero chiaro. Ma anche io non avevo tanto fiato.

E’ stato tutto veloce, sei morta in fretta, come papà, qui a Careggi, in questo ospedale dove altri soffrono.

E’ stato veloce, mentre pensavo a stanotte, a organizzarmi per lavorare, alle cose che ti avrebbero fatto per farti guarire, l’infermiera ti ha guardato, non rispondevi, e si è allarmata, si sono guardate con la dottoressa, poi mi hanno detto di uscire. Ma io vedevo tutto lo stesso, avrei potuto fartelo anche io il massaggio cardiaco, ma te l’hanno fatto subito, non come a papà che lo hanno lasciato in strada, perché dalla farmacia dove ero andato a chiedere aiuto non è uscito nessuno.

Ora devo chiamare tutti, ma questa è una specie di stupida festa dove tutti diranno di volermi bene. E tu morirai ogni volta un po’ di più, perché si parla di te ma ci si allontana da te.

Tu che eri nata a Capri, e che tutte le volte che andavo a Capri ti portavo il profumo. Te l’ho portato questa volta? L’aria di Capri, si chiamava. E ti piaceva tanto.

In fondo non hai fatto male a nessuno, nella tua vita. Ti sei lamentata tanto, ma non hai fatto male a nessuno, non sei stata aggressiva, non sei stata cinica, te ne stavi tutto il giorno a non fare niente, a guardare L’eredità, con Amadeus, e ogni tanto ti sfuggivano i nomi, ma poca roba, mica ti sfuggiva nulla, in realtà.

Sei sfuggita tu, tutta intera.