CORONAVIRUS: ORA GLI AFRICANI DICONO AGLI OCCIDENTALI, TORNATEVENE A CASA VOSTRA

DI MARINA NERI

 

 


È giunto anche in Africa. Per adesso a macchie, ancora con piccoli numeri di contagio.

Quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità qualche settimana fa usò per la prima volta a proposito dei contagi da coronavirus, la parola” pandemia” i cultori delle lingue antiche sicuramente ebbero un sussulto.

Pas, Pasa Pan, la declinazione dell’aggettivo greco che significa ” tutto”. Demos a sua volta vuol dire ” popolo”.

Si sapeva che “tutti i popoli ” sarebbero stati costretti a pagare dazio a un flagello che, dopo avere funestato la Cina e imperversato in Europa, si sta velocemente spostando nel globo, non conoscendo alcuna barriera geografica, politica, fisica.

Kenya, Zimbabwe, Etiopia, Sudafrica, Burkina Faso, queste al momento le nazioni africane, visitate dal virus. Piccoli focolai che si stanno espandendo inducendo i governi di questi stati a trovare immediate soluzioni drastiche per cercare di arginare le possibilità di contagio.

Conoscono la fragilità dei loro sistemi sanitari, molti sono già provati dall’epidemia di Ebola, dai problemi connessi allo sviluppo dell’HIV e temono la velocità di trasmissione del contagio da coronavirus.

In Etiopia chiudono i locali pubblici e le linee aeree da e verso i paesi europei e asiatici dove il virus ha mietuto migliaia di vittime e causato milioni di contagi.

Più veloce del virus, però, in un mondo globalizzato, viaggia la paura. Quando questa si accompagna alla non conoscenza o, peggio, alla propaganda e alla strumentalizzazione, nasce il pregiudizio.

Quest’ultimo, in una pandemia è peggiore del male perché provoca effetti collaterali la cui durata supera spesso quella di un virus mortale.

Così, in un drammatico contrappasso, l’europeo e l’asiatico, colpevoli di appartenere a genìe che hanno idolatrato il dio denaro sottomettendo popolazioni inermi, divengono a causa del virus dilagante nei loro continenti, gli untori per antonomasia.

Così l’insofferenza si è amplificata in questi paesi africani, negli ultimi giorni, degenerando in veri e propri atti di violenza nei confronti di europei, italiani in particolare, e cinesi.

In Burkina Faso, lo stesso ambasciatore italiano sarebbe stato accusato addirittura dal ministro della salute, di avere introdotto il virus sebbene fosse lontano dall’Italia dal mese di novembre ed essendosi ammalato nel paese africano.

Post su facebook, attacchi verbali, violenze fisiche per strada , hanno fatto scattare un vero e proprio campanello d’allarme per i nostri connazionali che vivono in Kenya, al punto che la stessa Farnesina avrebbe messo a disposizione un volo commerciale per chi volesse rientrare in Italia.

Il virus contagia, ma ciò che infetta è l’ancestrale paura del diverso, dello straniero che viene facile additare come untore, e questo malessere non ha latitudine, non ha religione. Ha due soli antidoti: la conoscenza e la solidarietà fra le genti.