NE USCIREMO MIGLIORI? CERTO, MA COME?

DI MASSIMO NAVA

 

 

Un mio amico medico, ex primario, condivide in rete, con molti colleghi, un’accorata lettera al paziente/cittadino. Comincia con “Ave #coronavirus morituri te salutant”, paragonando l’ecatombe di medici e infermieri infettati (alcuni hanno perso la vita) ai gladiatori romani o ai trecento spartani che si immolarono alle Termopili per affrontare un nemico molto più forte, senza mezzi e per di più traditi, mentre il grande esercito greco si ritirava.
Il nostro dottore non vuole passare per eroe, bensì denunciare una situazione che sembra scomparsa dai radar in queste settimane drammatiche. Ovvero il fatto che 7923 medici (alcuni studenti, alcuni pensionati) abbiano risposto all’appello della protezione civile, che di questi 300 costituiscano una “task force” in prima linea, a fronte di 2900 sanitari contagiati! I conti insomma non tornano. Il risultato di uno sforzo nobile sarà appunto molto simile a quello dei gladiatori romani o dei poveri spartani.
A parte il divario di forze in campo, il nostro dottore fa notare che l’esercito di volontari combatte a mani vuote, nel senso che al fronte non ci sono per tutti idonei dispositivi di protezione individuale, che molti volontari e studenti neopromossi sul campo non hanno formazione di emergenza, rianimazione, virologia. Ma tant’è, oggi bisogna combattere e il mio amico, come tanti, lo sta facendo, senza se e senza ma.
Il giornalista/cittadino/paziente potenziale (ma spero di no) deve però richiamare qualche altra riflessione, peraltro confortata da dati oggettivi. L’emergenza coronavirus ha evidenziato problematiche in apparente contraddizione. Da un lato il sistema sanitario è considerato (soprattutto al nord) fra i migliori del mondo (ed è facilmente confermabile per confronto con Paesi europei e con gli Stati Uniti), dall’altro i tagli sistematici attuati dai governi negli ultimi vent’anni hanno aperto drammatiche falle nel sistema, a livello strutturale e organizzativo, riducendo al massimo turnover del personale, compensi, servizi, innovazione tecnologica. In queste contraddizioni hanno trovato terreno fertile la sanità privata (per intenderci il “modello Formigoni” in Lombardia) con una felice combinazione di ottimi servizi e grandi profitti e la corruzione che, soprattutto al sud, ha indebolito l’efficienza del servizio pubblico.
I mantra del governo (e di tanti governi oggi) di fronte all’emergenza virus sono confortanti #neusciremomigliori #andratuttobene #Celafaremo. Ma allora c’è da sperare che la colossale iniezione di denaro pubblico nell’economia e nella finanza serva a ripartire non come prima o peggio di prima. L’emergenza coronavirus ha senza dubbio una conseguenza “positiva” (e mai come oggi aggettivo fu più grottesco) : si stanno trovando oggi soldi che mai sarebbero stati trovati per ridurre l’inquinamento, migliorare il sistema sanitario, investire in cultura e servizi, insomma per migliorare la nostra vita. Oggi non sembra avere più senso sentire parlare di patto di stabilità, spending review, austerità modello Merkel.
Come dopo una guerra c’è da ricostruire. Il piano Marshall servì a questo e risollevò persino la Germania nazista sconfitta, che con gli anni sembra essersene dimenticata. La speranza è che la memoria e la storia ci aiutino a costruire un mondo davvero migliore.
Si ascolta oggi tanta complottistica sulle cause ultime dell’epidemia coronavirus, così come c’è il dato oggettivo che molti responsabili sapevano e hanno preso decisioni in ritardo. E’ c’è non da oggi la colpevole disattenzione sulle cause primarie di danni alla salute e decessi in Italia e nel mondo : inquinamento, cambiamenti climatici, devastazione delle risorse naturali. In sintesi, tutto ciò di cui spesso si parla con sufficienza (quanta sciocca ironia sulla povera Greta Thunberg!) e per cui si trovano esigue risorse, frutto di compromessi planetari al ribasso. Proprio in questi giorni, qualche top manager dell’automobile si è preoccupato di dire che i parametri europei per ridurre le emissioni non potranno essere rispettati nei tempi previsti, causa coronavirus che ha messo in ginocchio il settore automobilistico e che potrebbe ritardare la riconversione all’energia elettrica e ibrida.
Secondo dati pubblicati dall’OMS, confortati in ogni parte del mondo da riviste mediche e ricerche scientifiche, il 90 per cento della popolazione mondiale respira sostanze inquinanti che sono la causa di 7 milioni di decessi. In Europa si contano mezzo milione di decessi all’anno. In Italia, città come Milano, Torino e Napoli risultano fra le più inquinate d’Europa con quantità di polveri sottili sistematicamente superiori ai valori limite dichiarati “accettabili”. In italia, si registrano 90mila decessi all’anno per tumori. *

«Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni. Il nostro Pil ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base ad esso – comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini.Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani».
(Robert Kennedy, 18 marzo 1968)

*per un maggiore approfondimento dei dati, Francesco Capizzi, articolo in www.mentepolitica.it 25, marzo 2020).