GLI ADOLESCENTI PIÙ DI TUTTI SI SENTONO SOLI

DI ELISABETTA ANDREIS

Agli adulti sembra di avere le giornate più piene di prima. Mentre gli anziani, proprio la generazione che se ne sta andando – memorie storiche, leggende di paesi, saggi maestri e vecchi impareggiabili leoni – mostrano paura, ma anche fiducia a livelli altissimi.
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Milano ai tempi del coronavirus è una città disorientata, triste, preoccupata, ma anche molto fiduciosa. Due ricercatori italiani del Center for Design della Northeastern university di Boston, Sara Colombo e Paolo Ciuccarelli, hanno coordinato a tempo di record una ricerca intervistando 1.100 lombardi, in gran parte milanesi, tra i 14 e i 70 anni, e sono riusciti a coinvolgere collaboratori anche a Londra, Milano e San Francisco.
La squadra ha creato la piattaforma Designforemergency.com ed è partita dall’analisi degli stati d’animo prevalenti: tra i ragazzi noia, solitudine e attesa per la fine della quarantena; tra gli adulti ansia, paura, disorientamento.
Gli adolescenti si sono trovati da un giorno all’altro con il mondo stravolto, il divieto di uscire, inizialmente nessuna forma di didattica a distanza e il telefonino come unico strumento per rimanere agganciati agli amici. A sorpresa hanno presto capito la gravità della situazione e accettato di buon grado le regole imposte.
Mentre la fascia tra i 25 e i 30 anni è l’unica in cui lo sconforto pesa più della speranza, gli adolescenti e i più anziani mostrano una certa dose di ottimismo, notano ancora i ricercatori.
Gli adulti, di contro, oscillano tra confusione, sbigottimento e ansia, con qualche iniziale resistenza ad accettare le norme che hanno man mano limitato la libertà di movimento nel disperato tentativo di contenere il contagio e la pandemia.
Le paure sono essenzialmente legate al futuro (proprio o dei figli) e alla perdita del lavoro, mentre i problemi sono su tre piani: la difficoltà di reperire beni di prima necessità (di tipo sanitario, come le mascherine, e di tipo alimentare), di ricevere informazioni affidabili e credibili su quello che accade e di trovare una nuova routine quotidiana.
Ma interessante è soprattutto l’evoluzione dei dati nell’arco della settimana di analisi al 20 marzo – man mano che i decreti si facevano sempre più severi e la percezione del pericolo diventava più presente.
Gli adolescenti al giorno uno (inizio) si sentivano più soli, ad esempio, ma mostrano una eccezionale capacità di adattamento: già dopo qualche giorno di quarantena paiono aver imparato a gestirsi meglio e il senso di solitudine cala, forse anche grazie alla tecnologia che entra prepotentemente con chat multiple e «homeparty» a distanza, alle serie tv che intrattengono, a simboli potenti che danno il senso di comunità (come i flashmob e le bandiere dell’Italia sui balconi). Aumentano però nel tempo la noia e la tristezza, mentre per gli adulti il discorso pare speculare: all’inizio completamente spaesati, con il problema dell’accaparramento di beni come primissima preoccupazione, persino più che badare agli anziani e ai figli, poi con le giornate fin troppo piene. L’ansia sale con la consapevolezza del dramma sanitario, e aumenta anche la stanchezza.
L’impressione è di lavorare più da casa che in ufficio, dicono molti intervistati, forse per la poca abitudine allo smart working. Man mano che passano i giorni i milanesi provano ad organizzare meglio il loro tempo con ottimo spirito di servizio, anche in chiave di aiuto verso chi è in prima linea.
Ci sono segnali a tutti i livelli e anche questi fanno parte della narrazione della città, non solo la tristezza: aziende che si convertono in pochissimo tempo per iniziare a produrre mascherine, volontari che ce la mettono tutta per sostenere le istituzioni e garantire cibo ai senzatetto e alloggi gratuiti al personale sanitario, o ancora gli ottomila medici che hanno risposto al bando per aiutare le aree lombarde più colpite dal Covid-19. Dice Ciuccarelli: «La carica di progettualità è impressionante e molto positiva, a Milano sembrerebbe ancora più potente che altrove». Colpiscono anche l’empatia verso il personale ospedaliero e l’alta percentuale della fiducia tra le emozioni più citate, aggiunge Colombo: «Questo dato dice molto sulla forza dei milanesi». L’Italia uscirà per prima in Europa da questa crisi, e insegnerà agli altri Paesi come fare.

ps la foto è di andrea, qui taggato !