IL CORONAVIRUS COME SPUNTO DI RIFLESSIONE INTERIORE

DI EMILIO RADICE

  1. Grazie all’amico Antonio, che ha tradotto e diffuso (e io l’ho diffuso a mia volta in un post di un paio di giorni fa) un articolo del filosofo coreano Byung-chul Han, questa pandemia che già mi incuriosiva parecchio è diventata per me uno spunto di riflessione continuo. Oggi ho passato la mia giornata a tagliare la legna e questa attività solitaria è stata uno stimolo in più. Mi ha colpito l’esordio nel mio vocabolario mentale, grazie a Han, dei vocaboli psicopolitica e biopolitica, incrociati con una analisi attenta di una politica digitale già in atto (che per ora in Occidente conosciamo soprattutto come fishing commerciale) e che già delinea un nuovo concetto di sovranità: la sovranità digitale che controlla i big data, in barba alle decrepite sovranità territoriali ritagliate su confini geografici e in sintonia con una popolazione globale che parla sempre più un’unica lingua. Ma ciò che maggiormente mi ha colpito nell’analisi di Han è l’individuazione della trilogia dei pericoli: eccesso di prestazioni, eccesso di produzione, eccesso di comunicazione. Col sottinteso, credo di poter aggiungere, che tutti questi eccessi sono qualcosa che consumiamo, e dunque condensano in capo ad ognuno di noi uno stato di insopportabile bulimia. Ma è l’indigestione comunicativa che maggiormente mi occupa (senza pre-) anche perché da giornalista per decenni ho svolto un lavoro che impegnava la mia coscienza non solo a informare ma a suscitare interrogativi e pensieri. Per questo, a differenza di quanto veniva insegnato nei “sacri libri”, non ho mai avuto né la presunzione né la stupidità di realizzare un giornalismo neutro. E per questo ho visto con sempre maggiore preoccupazione l’estendersi delle occasioni e del tempo comunicativo iofino a raggiungere tutti i minuti dell’intera giornata e con una contemporanea dequalificazione delle fonti. L’informazione è diventata spesso solo un rumore di fondo in una vita che per bruciare i suoi eccessi ha avuto sempre meno tempo di meditazione e confronto. Ecco dunque aprirsi lo spazio di quel nulla chiassoso che, nella irrilevanza di tutto, quasi richiede le dissonanze delle fake news e le increspature di fanatici chiacchieroni per sollevare un truciolo della nostra attenzione. Attenzione che Han definisce senza mezzi termini apatia. Il virus allora, nella sua semplice banalità, potrebbe davvero trasformarsi in una occasione e i tanti morti diventare un tributo sacrificale per un ritorno alla realtà, partendo dal riconoscimento del dolore, dalla stupefatta visione delle bare, dalla riscoperta del pianto, dal ripiegamento pensoso, fino al colloquio con noi. Forse potrebbe essere questa la scintilla di un riequilibrio anche ecologico, qualora qualche eccesso fosse finalmente visto, compreso e ridotto. Ma soprattutto potrebbe darci lo spunto a restare padroni di noi più di quanto vorrebbe la fabbrica degli algoritmi.