PER RIPARTIRE, ALL’ITALIA NON SERVONO CATTEDRALI NEL DESERTO. MA TANTE PICCOLE OPERE

DI LUCA SOLDI

 

 

Le cattedrali, i pilastri dell’umanità, lasciamoli alla Chiesa. Adesso più che mai il valore salvifico delle Grandi Opere non facciamo che siano unico interesse da coltivare per far ripartire il Paese. Gli “Stati Generali” che iniziano oggi trovino la forza, il coraggio di separare il vero dal falso, l’indispensabile dal costoso, dal superfluo, dal dannoso.
I politici del nostro tempo non si ingegnino a voler, per forza, lasciare traccia del loro impegno. Non sposino cause che gia conoscono come dannose e impongono a misere nozze.
Non sposino la ragione di fazioni, logge o confraternite che hanno come destinatario solo interessi determinati.
Non facciamo che le grandi opere distolgano quelle risorse che davvero potrebbero servire alla cura del Bene Comune, alla tutela del territorio, a custodire quel che abbiamo.
A progettare un mondo che non chiede troppi giochi o strategie ma “solo” il Bene dei propri rappresentati.
E preme poi ricordare che non è stato sposato un “no” a prescindere su tutto quello che è nuovo.
Le accuse di esser primitivi, di visioni limitate piuttosto sono da ricacciare ai mittenti che offrono e ripropongono di continuo quel che evidentemente tutti vedono: grandi progetti, grandi inutili cattedrali riconosciute perfino dannose alla comunità.

Piace piuttosto sottolineare che sarebbe bene portare avanti opere ed interventi che abbiano, insieme al significato della pubblica utilità, il valore della “bellezza” come punto essenziale di riferimento. La “bellezza” per il bene comune mentre, spesso, le grandi opere hanno una portata eccezionale solo per impatto ambientale e di costo per la comunità.
Mentre spesso dietro certi interventi si celano certi oscuri interessi che mirano solo alla gestione particolaristica del profitto e del potere in una prova di forza continua, ripetuta che si accanisce anche quando la stessa Giustizia si è fatta parte dell’evidenza dei fatti.
Quindi occorre rivendicare il diritto ad essere contrari e considerarsi a pieno diritto “parte lesa” nel nome di quella “bellezza” così tanto sbandierata e poco rispettata.
E per “bellezza” è bene precisare per non ingenerare errori in chi legge, vale ogni lembo di territorio, del nostro Paese che indipendentemente da quello che rimane il suo contenuto odierno, possiede una sua pur minima dignità che impone di dover essere custodita e tramandata alle generazioni future.
Una dignità che dobbiamo e possiamo ritrovare nei pochi luoghi che ancora sono incontaminati ma anche nelle nostre periferie più devastate. Gli uni da difendere strenuamente, gli altri per cercare di “rammendare” continuamente.
E su questo, sì, emerge il dovere, l’obbligo, di difendere dalla violenza di chi continua ad insistere nel nome del progresso, della crescita imponendo di continuare sulla strada della costruzione indiscriminata di opere e manufatti che mancano di visione e di utilità pubblica.
Ci sono, invece, altre pressanti necessità, quelle che i nostri sindaci, i nostri amministratori ben conoscono. Esiste, ancora oggi più che mai, l’esigenza di dedicare una maggiore attenzione alle “piccole opere”, a quelle meno faraoniche ma che magari toccano di più l’esigenza del bene comune. A quelle che non finiscono di continuo sulle prime pagine dei giornali o magari non alimentano i convegni degli imprenditori. Opere ed interventi che alla classe imprenditoriale farebbero molto di più bene. Non occorre certo enfatizzare troppo per ricordare che il Paese soffre di una devastante fragilità di fronte agli eventi della natura e quelli provocati dell’uomo stesso.
Quale dei nostri borghi, quali delle nostre meraviglie dell’arte e della storia, quali delle nostre periferie non soffrono per le avversità meteorologiche, per le esondazioni, per gli allagamenti, le frane o gli smottamenti di intere colline, o per il degrado e l’incuria materiale?

Cosa dire poi dei terremoti, con le devastazioni e le miserie che gli seguono nel nome della ricostruzione.
Sciagure che immediatamente dopo la conta dei morti, i danni, le distruzioni proseguono attraverso lo scempio di chi mira solo a fare affari sulle disgrazie altrui, come abbiamo ascoltato dalle registrazioni  nela notte del terremoto dell’Aquila.
E poi, subito dopo, le polemiche, le responsabilità scaricate sul caso, sul clima, sulle bombe d’acqua, su costruzioni scellerate, su quel calcolo delle probabilità che il male non avvenga.
Come può la politica, anche oggi, al tempo di nuove scelte che potrebbero esser davvero importanti scegliere la strada che indica la sudditanza verso altre attenzioni, altri interessi mentre ben si conosce quel che davvero serve al Bene Comune?