PIERINO PRATI, L’ATTACCANTE CON I CALZETTONI ABBASSATI

DI VANNI ZAGNOLI

Addio anche a Pierino la peste. A 73 anni, due giorni dopo Mario Corso, se ne va Piero Prati, altro grande ex di una milanese, che in Nazionale non ha avuto tutto quanto meritasse. Mariolino e Pierino accomunati dallo stesso fato, diminutivi-vezzeggiativi, maglie numero 11 e calzettoni abbassati.
Muore in provincia di Como, dov’era da tempo malato, proprio nella sera in cui il suo Milan vince per 4-1, a Lecce. Quattro a uno come la finale di Coppa dei Campioni del 1969, quando i rossoneri travolsero quell’Ajax che due anni dopo avrebbe cominciato a insegnare al mondo il calcio totale. Quella notte, a Madrid, gli olandesi furono piegati dalla tripletta di Prati, che aveva appena 22 anni, ispirato da Gianni Rivera, che quell’anno avrebbe vinto il Pallone d’Oro. Meglio di lui fece solo Puskas, l’ungherese del Real Madrid, con 4 gol nella finale del ’59-’60, Real Madrid-Eintracht Francoforte 7-3, il punteggio più pazzo. Saltava con le braccia protese in alto.
Pierino diede il meglio da giovanissimo, esattamente come Pietro Anastasi, scomparso pochi mesi fa. Raro che attaccanti siano così decisivi a quell’età e poi si flettano presto, nel rendimento, ma erano altri tempi: all’epoca i giovani arrivavano rapidamente ai massimi livelli e magari smettevano tutti in anticipo, rispetto alle carriere infinite di oggi.

Su Wikipedia, il primo articolo che compare è il nostro, uscito nel dicembre del 2016, per i suoi 70 anni, lo riproponiamo qui, in buona parte.
Prati è stato uno dei migliori cannonieri nella storia del nostro calcio, non solo per i 100 gol in Serie A. L’hanno festeggiato soprattutto a Roma, dove ha giocato per 4 stagioni.
“Sono stati due giorni veramente emozionanti” – racconta l’ex attaccante di Cinisello Balsamo, comune di case popolari e lavoratori, ormai metropoli – “allo stadio Olimpico per Roma-Milan e poi all’evento per il mio libro, con una sala pienissima e tanti invitati. È bello avere un club di tifosi con 700 tesserati, essere il loro bomber del cuore, al centro Lanciani di Roma, grazie al maestro di tennis Conforti. È stato lui a organizzare la mia biografia, in 4-5 mesi”.
Al Milan vinse scudetto (1968, da capocannoniere), Coppa Campioni (‘69), Intercontinentale (’69) e Coppa delle Coppe (’68 e ’73). In giallorosso realizzò 28 gol in 82 presenze di A, dal 1973 al ’77.
“E allora è naturale che mi cantassero: Pierino, cosa fai? Gol, gol, gol!”.
Si chiama proprio così, all’anagrafe?
“Non è il solito diminutivo, mio papà Gino Luigi volle chiamarmi proprio in quella maniera. Dopo le medie volevo solo giocare a pallone e allora andai a Milanello tramite il collegio, dovetti arrangiarmi da solo. Il Milan pensò di mettermi alla prova, cedendomi in prestito”.
Dapprima alla Salernitana.
“Segnai 12-13 gol, Coppa Italia compresa, e fummo promossi in B. Avevo già vinto lo scudetto con la Primavera, allora non si potevano fare due anni in prestito nella stessa squadra, dunque andai al Savona”.
Con gli “striscioni” furono 15 gol in 29 partite, in B. Preludio delle 6 stagioni al Milan.
“Dove ero il più giovane. Contribuirono molto alla mia crescita, offrendomi subito un ruolo importante, in un anno solare assommai 4-5 trofei. Eravamo la miglior squadra d’Europa, battemmo in finale l’Ajax che era una creatura nuova. Le imprese furono con le britanniche, negli ottavi con il Celtic di Glasgow e in semifinale con il Manchester United di George Best e Bobby Charlton”.
E così stabilì un record unico, per gli italiani nelle finali dell’attuale Champions League: una tripletta.
“Nel 4-1 di Madrid. E sullo 0-0 avevo colpito un palo. Con il premio partita, mi comprai una Porsche”.
Eppure l’accoglienza non fu delle migliori…
“Avevo i capelli lunghi e i pantaloni a zampa di elefante, la camicia a fiori. Mister Nereo Rocco mi scambiò per un cantante: ‘Portatemelo via’. Ma scherzava. Realizzavo tanti gol e dovevo sempre pagare da bere, ma lo facevo anche volentieri, per esempio offrii tre bottiglie di champagne”.
Ma quando cambiò la sua carriera?
“A Vicenza, a neanche 21 anni. Pareggiammo 2-2 e feci doppietta, non sono uscito più uscito di squadra. Al punto che Gianni Brera, credo, mi soprannominò Pierino la peste, segnavo spesso negli ultimi minuti”.
Vinse la classifica dei cannonieri con appena 15 gol, ma in 23 gare. Allora se ne giocavano sole 30 a campionato e in un paio ne disputò appena 21.
“Ma non furono infortuni, solo nell’ultima stagione mi spuntò la pubalgia, quando ero in testa ai marcatori, con 6 reti. Saltai tutto il girone di ritorno e il Milan perse lo scudetto a Verona, l’avevamo quasi vinto. Neanche disputai la finale di Salonicco, in Coppa delle Coppe, vinta con il portiere William Vecchi, eroe”.
Così, a 26 anni, passò alla Roma.
“In un altro gruppo molto unito. Ritrovai Nils Liedholm, responsabile del settore giovanile quando ero al Milan, a 12 anni. Faceva tutto l’allenamento con la palla, è il modo migliore per far emergere chi ha qualità e io dentro le avevo”.
Il primo anno chiuse all’ottavo posto e poi un brillante terzo, nel ’74-’75.
“E fu come aver vinto il campionato. In porta c’era Paolo Conti, azzurro al Mondiale del ’78, da dodicesimo, e poi procuratore, a destra Peccenini, spesso commentatore Rai, al centro Batistoni davanti a Santarini, a sinistra Francesco Rocca. A centrocampo Cordova e Giorgio Morini, poi Negrisolo, De Sisti e Spadoni erano in appoggio a me”.
In A chiuse la carriera alla Fiorentina.
“Con Carletto Mazzone, che mi voleva da due anni. Mi limitai a 8 presenze, anche perché lui fu esonerato presto e arrivò Beppe Chiappella”.
Così tornò a Savona, in C2, dove segnò altri 10 gol.
“Ma lì avevo in testa di andare a giocare nel campionato americano e li feci nei Rochester Lanchers. Laggiù c’erano anche Chinaglia, ai Cosmos, Pelè e Bechenbauer”.
Rientrò e per la terza volta fu al Savona…
“E lasciai a 35 anni, con ottimi ricordi ovunque. Il calcio è stato il mio sogno, la mia vita e continuerà a esserlo sempre”.
Qual è stato il suo gol più bello?
“Con la Nazionale, a Napoli contro la Bulgaria, in tuffo. Da bambino avevo imparato a fare acrobazie, cadendo sul fieno”.
In azzurro però giocò appena 14 volte, con 7 reti.
“Ero l’alternativa a Gigi Riva, senza di lui avrei ottenuto molto più spazio. A Roma giocai la prima finale dell’Europeo, la pareggiamo 1-1 con la Jugoslavia e si ripeté senza di me, per turnover. È stato l’unico Europeo vinto dall’Italia”.
Andò anche al Mondiale del ’70, ma senza giocare.
“Ero in ripresa, mentre Anastasi si infortunò. Gori rappresentava la spalla di Riva e all’ultimo momento il ct Ferruccio Valcareggi inserì sia Boninsegna che me, lasciando a casa Lodetti, un mediano. Restai sempre in panchina, comunque gustai il secondo posto”.
Disputò anche le qualificazioni a Euro ’72 (perse), uscì dal giro per Germania 1974, esclusa l’ultima gara, con la Jugoslavia, in amichevole, con ct Fulvio Bernardini, a 27 anni.
“Ma avevo vinto tutto, a parte il Mondiale. E non ho perso nessuna delle 7 finali disputate, un altro record”.
Ora che fa?
“Insegno calcio ai ragazzini, anche all’estero. Da molto tempo il Milan ha un progetto nelle scuole calcio, lo staff controlla e del resto noi abbiamo una grande responsabilità, insegnando ai bimbi fra i 6 e i 13 anni. Occorre competenza, nell’età chiave, e io in quel ruolo sono sempre a mio agio. Insomma per me il campo è ancora verde. I bambini ti coinvolgono, vanno a vedere chi ero, come calciatore. Sono curiosi di sapere come ho fatto ad arrivare lì”.
Con chi avrebbe voluto festeggiare i suoi 70 anni?
“Con Angelo Anquilletti e Roberto Rosato. Erano stati miei compagni al Milan, in quegli 8 trofei, non ci sono più”.

Fin qui la nostra chiacchierata. Prati era tifoso del Milan e aveva Josè Altafini come modello, realizzò il suo sogno di bambino quando uno zio riuscì a farlo visionare da Liedholm, che ne intuì le potenzialità da attaccante. Lo prese subito e fu poi un altro mito milanista, Nereo Rocco, a lanciarlo nel grande calcio, sebbene non puntasse sui giovani. Ma Bruno Mora era reduce da un terribile infortunio e il veneto Lino Golin non aveva risposto alle attese e allora la maglia numero 11 fu di Prati, destro naturale che avrebbe voluto il 9. “Pierino non sa giocare” – scherzava il Paron – “ma sa fare i gol, è quello che conta di più nel calcio”.
Nella finale bis di Euro ’68, tre giorni dopo l’1-1 con la Jugoslavia, cedette il posto a Riva, mentre in Messico ebbe il numero 22, ovvero il doppio dell’11, e al Mondiale andò anche in tribuna. Nel frattempo aveva giocato una drammatica finale Intercontinentale contro l’Estudiantes, quando lui e Combin restarono feriti e Pierino tornò dall’Argentina sotto stretta sorveglianza medica. Prati però aveva cominciato a soffrire di problemi all’inguine che a un certo punto convinsero il presidente milanista Albino Buticchi a cederlo, nonostante il parere contrario di Rivera.
A Roma portò quel terzo posto che mancava da 20 anni, tenne a battesimo Agostino Di Bartolomei e Bruno Conti, che lo ricorda su instagram con un “Ciao Pierino, riposa in pace, grande Pierino”. Pubblica una foto in bianco e nero e due cuori giallorossi la Roma.
Prima di chiudere, ebbe i complimenti di Cruijff, che non aveva mai dimenticato le magie di Rivera e di quella punta di un anno più grande di lui, uno dei pochi ad averlo battuto con pieno merito. Il tweet del Milan, scritto da chi non sapeva che si chiamasse proprio Pierino. “Ha chiuso gli occhi un gigante della nostra Storia. Dal Bernabeu alla Bombonera: Piero Prati ha dato lustro in tutto il mondo ai colori rossoneri. Ciao Piero”.
Un tweet arriva anche dall’Inter. “Pierino Prati, un altro campione che ha reso speciale Milano con le sue gesta, ci saluta. L’Inter, con tutti i suoi tifosi, ricorda con affetto un grande avversario di sfide indimenticabili”.

Nell’84, a 36 anni, iniziò ad allenare, al Lecco, nell’88-’89 portò la Solbiatese in C2, vincendo lo spareggio contro la Pro Lissone. Restò però in Serie D, al Bellinzago Novarese, fu terzo a due punti dal Saronno, vincitore del torneo. L’ultima esperienza fu alla Pro Patria, si dimise dopo 20 giornate. Poi fece il tecnico giovanile e l’opinionista televisivo, in Lombardia.
Una parte del ricordo di Repubblica, con Enrico Sisti.
“Aveva i capelli lunghi, ma non era George Best. I suoi erano lunghi e lisci capelli che non nascondevano un’anima ribelle. Non erano beat. Sembrava piuttosto un cantautore californiano alla Jackson Browne, vagamente indio e comunque già proiettato verso gli anni del “riflusso”. Malinconico, non rivoluzionario. Però quello che faceva in campo era qualcosa di incredibilmente concreto, questo sì rivoluzionario: colpiva, segnava, di sinistro, di testa, di destro, di rapina.
Grazie a Prati i tifosi del Milan sognarono di tornare grandi dopo l’Inter di Herrera. Glielo fece toccare con mano, quel sogno.
C’erano Prati e Rivera. Personaggi speciali, fusi insieme per volere del dio del calcio e assemblati in campo da Nereo Rocco, che seppe inventare intorno a loro una squadra quasi moderna, per i tempi, e con una predisposizione offensiva che il Paròn non aveva mai, ma veramente mai, preso in considerazione prima. Perché prima non aveva Prati. Rivera lanciava, Prati finalizzava. Oppure si portava dietro le difese lasciando spazio ad Hamrin e a Sormani. Aveva la discrezione del ragazzo della via Glück del pallone.
A Roma, per la curva sud, divenne la coperta di Linus: si proteggevano con Prati perché sapevano che prima o Prati avrebbe risolto. Anche a colpi di doppiette, inclusa quella rete in tuffo su cross di Rocca con cui la Roma sconfisse 1-0 l’Inter, nel gennaio del ’75”.
Sul Corriere della Sera, Roberto De Ponti. “All’oratorio di Cinisello Balsamo, fece il portiere, fino a quando non si innamorò dei gol impossibili di José Altafini e convinse i compagni a farlo giocare avanti. All’ala sinistra, però, dove almeno non avrebbe fatto troppi danni. Non avesse avuto mille problemi fisici, Prati non avrebbe vissuto una fase calante di carriera così calante, tanto da passare inosservato alla Fiorentina e da mettere insieme 6 presenze in America, ai Rochester Lancers.
Prati se n’è andato dopo aver lottato a lungo con la malattia. Ha lottato, come quando correva in lungo e in largo per i campi di calcio, preferibilmente partendo da sinistra. Ora che ha raggiunto Corso, nel sottopassaggio potrà dirgli: “Mario, questa è l’unica volta che sei stato più veloce di me”.
Infine Quotidiano Nazionale, ovvero Il Resto Del Carlino, La Nazione e Il Giorno, a firma Leo Turrini.
“Una volta mi disse: ‘Se il mio amico Rivera avesse avuto la pelle scura, sarebbe stato considerato grande come Pelé’. Pierino Prati era una bella persona, coltivava il sentimento della gratitudine, attribuiva il merito del suo successo agli assist del Golden Boy. Per Rivera, il generoso Pierino nutriva una sorta di venerazione. “Io ero bravo” – mi raccontò – “Però senza Gianni forse sarei rimasto uno normale”. In questo approccio umile alla memoria, in fondo si materializzava la semplicità del personaggio. Fortissimo di testa, dinoccolato nei movimenti, faceva impazzire i difensori. Ciao, Pierino. Non sarai stato Riva, ma nemmeno eri tanto lontano da lui”.
Vero.
La formazione di quel Milan campione d’Europa per la seconda volta, nel ‘69: Cudicini; Malatrasi, Anquilletti; Schnellinger, Rosato, Trapattoni; Lodetti, Rivera, Hamrim, Sormani, Prati. Sono scomparsi Roberto Rosato nel 2010, Angelo Anquilletti nel 2015 e ora Prati. Che ha un figlio, Cristiano, tifoso viola: “Lo portavo durante gli allenamenti e lui giocava con Antognoni, Giovanni Galli e gli altri”. Su facebook, centinaia i messaggi sulla pagina di Pierino, decine su quelle di Cristiano, 50 anni, e delle figlie Sara, che vive a Pistoia, 47 anni, e Barbara, 32: lascia anche due nipoti, Viola, figlia di Cristiano, e Giulia, figlia di Sara, oltre alla moglie Anna, di 71 anni.