UNA STORIA DI ANARCHIA CHE INCROCIA ITALIA E FRANCIA

  1. DI SUSANNA SCHIMPERNA

Il 24 giugno 1894 il presidente della repubblica francese Sadi Carnot muore accoltellato da un ragazzo che gli infila dritta nel cuore la lama di un coltello dal manico rosso e nero, i colori dell’anarchia. Il ragazzo non cerca di fuggire, ma rimane lì, vicino alla carrozza, gridando “Viva l’anarchia!”.

L’attentato a Carnot ha origine nel gesto di un altro anarchico, Auguste Vaillant, e in tutto quello che accadde dopo. Il 9 dicembre dell’anno precedente, Vaillant aveva messo una bomba alla Camera francese, una bomba che era piena di chiodi e non voleva uccidere, infatti non ci furono né morti né feriti. Una pura azione dimostrativa, nei propositi quanto negli effetti, ma che ebbe invece conseguenze devastanti. Il Parlamento promulgò tre leggi che sono passate alla storia come “scellerate”.

Leggi liberticide, che tra l’altro permettevano l’arresto in base al semplice sospetto di apologia di reato, vietavano ogni tipo di propaganda e di riunione agli oppositori, invitavano alla delazione. Vailant fu condannato a morte e, in seguito alla sua uccisione, un altro anarchico, Emile Henry, buttò una bomba al Caffè Terminus di Parigi, causando un morto e diciassette feriti e un’altra condanna a morte.

Sante Caserio era nato a Motta Visconti in una famiglia numerosa. Rimasto presto senza padre (destinato a morire in manicomio), per non pesare sulla madre si era trasferito a Milano e qui aveva trovato lavoro come garzone di un fornaio. La questura lo conosceva bene. Aveva distribuito volantini antimilitaristi – stampati a proprie spese – ai soldati sul ponte di porta Vittoria, aveva diffuso al ridotto della Scala manifesti di propaganda antistatalista, in cui c’era scritto tra l’altro:

“Rifletti, o popolo, colla mente serena. La Francia e l’Italia ti offrono in questo momento il panorama più indecente che tu abbia mai potuto immaginare: gli scandali bancari e parlamentari, la corruzione eletta a principio, la giustizia intromessa gesuiticamente col solo scopo di calmare gli animi e di coprire le magagne salvando le apparenze”. Fermato e schedato era fuggito in Svizzera, poi in Francia.

Il processo ha luogo il 2 agosto, in un clima pesantissimo. Da una parte chi vuole una pena esemplare, dall’altra chi dice che il presidente Carnot avrebbe potuto essere ucciso da chiunque, tanto era odiato.

Sante dice molte cose, al processo. Di alcune c’è memoria: “Dunque, se i governi impiegano contro di noi i fucili, le catene, le prigioni, dobbiamo noi anarchici, che difendiamo la nostra vita, restare rinchiusi in casa nostra? No. Al contrario rispondiamo ai governi con la dinamite, la bomba, lo stile, il pugnale. In una parola, dobbiamo fare il nostro possibile per distruggere la borghesia e i governi. Voi che siete i rappresentanti della società borghese, se volete la mia testa, prendetela”. Alla domanda “Nel 1893 voi foste disertore?”, una replica rimasta celebre: “La mia patria è il mondo intero”.

Gli propongono di fare i nomi dei compagni in cambio dell’infermità mentale, risponde “Caserio fa il fornaio, non la spia”. Non cerca attenuanti, non invoca pietà. Poco prima di essere ghigliottinato (il 16 agosto, a nemmeno ventun anni) scrive una lettera alla madre: “Cara madre, vi scrivo queste poche righe per farvi sapere che la mia condanna è la pena di morte. Non pensate male di me, ma pensate che se io commessi questo fatto non è che sono divenuto un delinquente, e pure molti vi diranno che sono un assassino e un malfattore.

No, perché voi conoscete il mio buon cuore, la mia dolcezza, che avevo quando mi trovavo presso di voi. Ebbene anche oggi è il medesimo cuore: se ho commesso questo mio fatto è precisamente perché ero stanco di vedere un mondo così infame. Ringrazio il signor Alessandro che è venuto a trovarmi ma io non voglio confessarmi. Addio cara mamma e abbiate un buon ricordo del vostro Sante che vi ha sempre amato”.

Il padre della moderna criminologia Cesare Lombroso studierà i rei e in particolare Sante Caserio, giungendo a queste conclusioni (Gli Anarchici, 1894): “Il primo carattere dei delinquenti per passione è l’onestà, un’onestà portata talvolta all’eccesso, e l’eccessiva iperestesia”. Quindi, eccesso di onestà e di sensibilità verso i dolori altrui. Una definizione che, al di là e addirittura in totale opposizione alle intenzioni di Lombroso, agli anarchici suonò come un grande complimento.