LA TRAGEDIA DI MARGNO. SONO UOMINI CHE NON SI ARRENDONO ALLA FINE DI UN AMORE

DI ANNA LISA MINUTILLO

 

Una delle tante tragedie compiute da quelle mani che hanno smesso di accarezzare ed accogliere le braccia dei figli.
Quei figli senza colpa alcuna, quei figli che sono stati generati e di cui velocemente, chi avrebbe dovuto prendersene cura, si è dimenticato.
Figli strattonati tra la non contezza di sé, tra la mancanza di potere da continuare ad esercitare su quella donna, che non potendone più di subire offese, vessazioni, momenti di vuoto e violenza verbale, aveva deciso di concludere un rapporto logoro che non migliorava.

Le solite promesse, i soliti cambierò, le solite liti che non accennano a calare.
La vita che trascorre troppo uguale a se stessa, che perde colore e finisce con il diventare un vortice che soffoca entusiamo e progetti.
Così, quando quella moglie dedita alla casa, alla cura dei figli, al lavoro ed alle incombenze da risolvere, comunica la decisione di interrompere quel percorso che non regala più nessuna gioia, la mente inizia ad arrovellarsi, a cercare un modo per farglierla pagare cara a chi, prendendo questa decisione, verrebbe a recidere quel filo oscuro che lega la vittima al carnefice.

Un piano ben architettato, i figli che si fidano di «quell’uomo», una gita nella casa in collina, qualche sorriso, la cena consumata insieme ed il riposo prima di affrontare il nuovo giorno.
Peccato che quei due ragazzini, il nuovo giorno non lo vedranno mai, peccato che nel cuore della notte quell’«uomo» si trasformi in un giustiziere, peccato che quelle mani, si accaniscano pesantemente intorno al loro collo, peccato che in pochi minuti, quel tutto diventi nulla e quelle giovani ed incolpevoli vite, smettano di respirare, di sorridere, di amare..

Cosa avranno pensato quei figli distrutti da chi avrebbe dovuto soltanto amarli, cosa si saranno raccontati nella speranza che fosse solo un brutto sogno, cosa avranno visto prima di addormentarsi per sempre.
Un messaggio, freddo, distaccato, tronfio del dolore che avrebbe provocato: «non rivedrai più i tuoi figli».
Pochi minuti per portare a termine quella lucida follia, un salto nel vuoto, e termina anche la vita di questo soggetto, molto distante dal concetto di padre.
A macinare i chilometri che separano quella madre disperata da quegli occhi chiusi per sempre, ora c’è lei, quella madre che si sta precipitando pensando di raggiungerli prima che questa atrocità si compia.

All’arrivo sul luogo, solo dolore, i ragazzi sono distesi nei loro letti, non si svegliano, dice la donna tra le lacrime al personale del118, allertato e già presente sul luogo del ritrovamento.
Piangono anche loro, insieme a quella donna, madre, moglie, vittima di chi non l’ha amata mai, vittima di chi non ha accettato di buon grado quella richiesta di indipendenza che lei avrebbe saputo gestire, ma che per lui avrebbe significato la fine di quella sottomissione, la mancanza di quel potere da continuare ad esercitare verso chi una vita avrebbe avuto tutto il diritto di iniziare a viverla.
Una vita, quella vita che lui ha deciso di tormentare fino in fondo, di rendere un inferno.

Una madre che deve sopravvivere alla perdita di due figli, usati come arma di ricatto proprio al fine di lacerare quel poco che di questo rapporto aveva avuto un senso: i figli.
Uomini sempre più temibili, uomini che distruggono ciò che hanno generato, uomini con dentro un tale odio da superare anche il confine della paternità.
Uomini che non si arrendono alla fine di un rapporto che non fanno nulla per farlo proseguire come dovrebbe ma che lo riempiono di disattenzione emozionale, sottraendo rispetto e condivisione, nascondendosi dietro ad un vittimismo che proprio non gli appartiene.
Vogliono che si parli dei loro drammi, dimenticando quanto rendano drammatico il vivere al loro fianco.
Si trasformano in vittime, adducendo alla richiesta di separazione un amante inesistente, poiché, salvo rare eccezioni, non ci si separa più a causa di altri innamoramenti, ma per via delle violenze subite, del rispetto non ricevuto, degli schiaffi mai resi, delle offese che bruciano l’anima, di quel dare per scontato che quella donna ci sarà sempre, non solleverà mai la testa, non osera’denunciare ciò che subisce da tempo ormai.

Figli usati come bambole di pezza, privati della vita da chi non ha rispetto di nulla, tanto meno della loro.
Danze di parole, a ritmo di note discordanti, che alternano giudizi distruttivi a parolacce contenenti tutta la rabbia che un atto vile come questo porta con sé.
Ci sarà chi chiederà pietà per una mente «disturbata», altri invece si schiereranno a favore di una pena rigida che non arriverà mai, perché autoinflitta.
Ci sarà chi punterà l’indice verso tutto questo e poi, arrivando a casa la sera, deciderà di dare una bella lezione alla moglie, in modo che non dimentichi mai di chi «comanda» in quella casa.
Ci sarà chi cercherà di dare sostegno a questa madre che ha perso quanto di più caro avesse al mondo.

Poi la rabbia, l’indignazione, torneranno ad essere distrazione, silenzio, non curanza, e così, quelle due vite saranno dimenticate per sempre, qualcuno confondera’nuovamente quella smania di supremazia maschile, con l’innamoramento, altri se ne guarderanno bene, altri ancora troveranno il coraggio di dire basta a chi non merita neanche un grammo di quella stima mai contraccambiata.
Non esiste il per sempre, non esiste il mai, esistono vite che nessuno ha il diritto di tormentare o di far cessare.
Esistono giorni da vivere ed emozioni da provare.

Non devono esistere uomini che vanno oltre l’immaginabile salvo poi non riuscire a vivere un presente semplice, fatto anche di relazioni che possono finire, di figli che si possono continuare a vedere e ad amare, di donne che se anche non saranno più mogli, si sono scelte per condividere un progetto di vita, non certo per riempirle di atroce dolore.
Certo, distruggere è più «semplice» di cercare soluzioni, evita di guardarsi dentro, evita responsabilità future, evita spese da sostenere, evita l’onta della perdita di potere. evita anche la parola «padre»…