MASCHI CONTRO FEMMINE: SE CONTINUIAMO COME MURGIA E MORELLI, NON ANDREMO MAI DA NESSUNA PARTE

DI COSTANZA OGNIBENI

Ha fatto il giro del web il botta e risposta tra Michela Murgia e lo psichiatra Raffaele Morelli in un’intervista su Radio Capital divenuta già tristemente celebre. La dinamica è ormai nota: pochi giorni fa, lo psichiatra, nel suo appuntamento settimanale con RTL è stato chiamato a commentare la polemica scatenata dall’aforisma di François Sagan pubblicato il giorno prima sul profilo Twitter della stessa radio:

“Un vestito non ha senso a meno che non ispiri gli uomini a volertelo togliere”.

Nonostante la frase sia attribuita a una donna che non rappresentava esattamente l’ala più reazionaria della Francia del XX secolo, l’iracondia del popolo dei social network non ha tardato a farsi sentire: da Nord a Sud le donne di tutta Italia si sono sentite toccate sul vivo, e il commento di Morelli non ha fatto che rincarare la dose:

“Se una donna esce di casa e gli uomini non le mettono gli occhi addosso, deve preoccuparsi perché vuol dire che il suo femminile non è presente in primo piano. Puoi fare l’avvocato, il magistrato, essere il conduttore radiofonico, puoi ottenere tutti i successi che vuoi, fare tutti i soldi che vuoi. Ma il femminile, in una donna, è la base su cui si siede il processo.”

L’esercito delle femministe ha dunque levato immediatamente, e in parte anche giustamente, gli scudi, capeggiato dalla scrittrice Michela Murgia, la quale non ha tardato a farsene portavoce, e il giorno dopo, dai microfoni di Radio Capital, ha preteso delucidazioni. Quello che ne è nato è il teatrino a cui abbiamo tristemente assistito, conclusosi con il “clic!” del telefono di Morelli attaccato letteralmente in faccia alla conduttrice, ma prima di indignarci ulteriormente e inveire contro le idee paternaliste dello psichiatra, occorrerebbe chiedersi, ancora una volta

“Che cosa  è successo?”

È successo innanzitutto che l’aforisma cui ha fatto seguito il commento dello psichiatra sia stato interpretato esclusivamente nella sua chiave più bieca: voler togliere un vestito e mettere gli occhi addosso ha risvegliato gli animi di quel #MeToo a cui nulla si vuol togliere in questa sede, ma forse esiste anche un’altra modalità di interpretare la dialettica tra uomo e donna, che solleva l’uomo dal ruolo di molestatore e la donna da quello di vittima. Che nel mondo ci siano potenziali violentatori è un dato di fatto, e quindi questo non è certo un invito a dare retta agli estranei o farsi notare troppo in piena notte, ma volendo elevare i toni a osservazioni meno legate a fatti di realtà e riportando il senso alla dinamica di rapporto tra uomini e donne, forse un’altra chiave è possibile trovarla, insieme alla trappola insita nelle parole dello psichiatra.

La dialettica uomo-donna è da sempre la più difficile da gestire, poiché coinvolge aspetti, dimensioni e realtà ritenuti inconoscibili, o, al più, considerati sede del male, del peccato, o della nostra parte animale, quando non addirittura annullati. È in questa mancanza di riconoscimento che si scatena quel putiferio dal quale non si viene mai a capo, e se una volta per tutte si cominciasse a far pace con il fatto che in tutto ciò che concerne la sfera dei bisogni, ovvero la realtà esterna, sociale, chiamiamola della ragione, siamo uguali, mentre le differenze emergono in quell’altra sfera, quella più intima e profonda delle esigenze, allora forse si riuscirebbe a creare una dialettica un po’ più costruttiva. Quello che probabilmente andava rifiutato nelle parole dello psichiatra è la terribile confusione che queste parole destano; l’incapacità di distinguere le dimensioni che vengono di volta in volta messe in gioco.

“Puoi fare l’avvocato, il magistrato, il conduttore radiofonico, ma il femminile è la base su cui siede il processo”. Menzionare sfere, come quella dell’identità sociale, in cui è la ragione a farla da padrone, e individuare l’identità femminile come loro fulcro, crea un pasticcio che la metà basta. L’identità sessuale ha poco o nulla a che vedere con l’identità sociale; al più, se c’è un piano sul quale occorre, invece, riconoscere le dovute differenze, è quello privato, dove gli abiti da avvocato, da magistrato e da conduttore radiofonico vengono appesi alla stampella, e solo lì, messi uno di fronte all’altro, uomini e donne tornano a essere profondamente diversi.

Ma sembra un confronto impossibile, ogni volta si cade in queste dinamiche sado-masochistiche con cui ogni possibilità è castrata in partenza, poiché il discorso viene affrontato nella sua più becera dimensione logica, eliminando completamente il nucleo su cui la discussione dovrebbe reggersi. E la risposta “di sinistra” a idee paternalistiche e reazionarie diviene altrettanto confusa, poiché basata sulla negazione di tutto ciò che va oltre il sacro regno del raziocinio. Del resto, lo diceva anche Marx, e poi si è continuato a ripeterlo nei secoli: l’uomo è per la capacità di produrre i propri mezzi di sussistenza, tutto ciò che va al di là di questa facoltà è ascrivibile al mondo animale. Ecco, dunque, che la risposta a cosa sia essere donna viene attribuita a una mera affermazione sociale, poiché riconosciuta come unica dimensione umana possibile, a un rendersi uguale all’uomo, o addirittura meglio, scatenando il meccanismo della competizione, entrambi impegnati nell’eterna lotta per la soddisfazione dei bisogni.

Ma è davvero tutto qui? E le esigenze dove sarebbero? E che ne è stato della creatività? Vogliamo forse negarlo, che gli esseri umani hanno anche una dimensione per la quale amano fare le cose “per niente”? Vogliamo forse negarlo che c’è un momento nel quale si esce dal “fare in funzione di” e si fa e basta? Eppure, è dai tempi della preistoria che lo comunichiamo, attraverso le pitture rupestri, il canto e poi tutte le forme d’arte che ne sono conseguite: se l’essere umano dedicasse la propria vita esclusivamente alla sopravvivenza, alla produzione dei mezzi di sussistenza, impazzirebbe, andrebbe incontro a quella morte interiore ben descritta dai poeti di tutte le epoche. C’è un momento in cui scatta la necessità di fare qualcos’altro, di fare emergere “un che” che fa ugualmente parte di noi, anche senza saperne il motivo preciso. E le donne sono maestre in questo: non sono forse loro ad avere, da sempre, una particolare attenzione all’immagine? Vogliamo forse negarlo, quanto sia per loro importante trovare una continua corrispondenza tra quanto hanno dentro e quello che rappresentano all’esterno – vedi appunto quando escono di casa e scelgono il vestito? E allora questa dimensione che cos’è? Questo fare le cose per niente, semplicemente per sentirsi a proprio agio con se stesse.

Tornando alla dialettica, sarebbe quindi necessario uscire dalla logica della competizione una volta per tutte, poiché non c’è nessun nemico da combattere. C’è, al più, un pensiero malato da rifiutare, alimentato da millenni di cultura razionale che nega l’identità della donna, e si esprime ora nella loro riduzione al mero ruolo di mogli e madri, ora in una ricerca di affermazione sociale che ne sacrifica quella dimensione irrazionale di cui sopra; quella ricerca continua di rappresentazione esterna di una realtà interiore, che si realizza poi nel rapporto col diverso da sé.

Torna allora il discorso della cosiddetta diversità nell’uguaglianza, quel riconoscimento di un’uguaglianza sul piano materiale e una profonda differenza su quello psichico: solo comprendendo questa sottile ma indispensabile sfumatura diviene possibile tutto il resto. Diviene possibile realizzare un mondo dove le donne non saranno più costrette a rinnegare la loro dimensione femminile per rivendicare un’indipendenza, un’identità sociale, un’intelligenza. Non si tratterà più di scegliere se realizzarsi socialmente o nel rapporto con un uomo, ma, anzi, saranno proprio le due dimensioni ad alimentarsi l’una con l’altra. E idem il contrario, ovviamente.

Ed è così che la storia della “Signorina Effe”, il film del 2007 di Wilma Labate, la cui protagonista si trova a dover scegliere tra una realizzazione professionale e il rapporto con un uomo basato sul desiderio, da racconto di una irreversibile realtà, diviene una semplice favola.

E per orientarci in questa infinita ricerca, forse, sono le parole di un altro psichiatra a dover essere ricordate:

“Ed è triste che nella frammentazione e caos in cui è caduta la sinistra, non si vuole vedere che l’antico e forse glorioso femminismo è affondato, come l’Artax di “La Storia Infinita”, nella palude della depressione per aver fallito la ricerca di un’identità femminile che riusciva a liberarsi dalla sottomissione e dalla schiavitù della razionalità sempre gestita dall’uomo che non aveva un rapporto con la realtà della donna, essere umano uguale ma, insieme, diverso (…) Non hanno trovato quel pensiero libero che avrebbe permesso di vedere che l’identità femminile esiste soltanto se si realizza una identità maschile e, simultaneamente, il maschile sarà soltanto se c’è il femminile. Nessun narcisismo che annulla il diverso da sé, come se non dovesse esistere.” (Massimo Fagioli, Left 1 – 9 Gennaio 2009)