QUEL GIORNO DELLA TRAGEDIA DI USTICA

DI EMILIO RADICE

La mia Ustica
La mattina in cui, quaranta anni fa, la notizia della scomparsa del volo Itavia sul cielo di Ustica giunse alla redazione di Paese Sera io sedevo al mio tavolo di praticante, terzo tavolo a destra entrando in Cronaca di Roma. Ma per la conferma della tragedia bisognò aspettare ancora una manciata di minuti, quando dalla sala cronisti della Questura il nostro Lanfranco D’Onofrio chiamò per dirci: “E’ tutto vero, l’aereo è precipitato”. Poi il primo nome di un membro dell’equipaggio, Enzo Fontana, secondo pilota, e a me toccò di andare a casa sua. Presi la motocicletta e volai attraverso la città in direzione nord, per trovarmi in capo a dieci minuti di guida spericolata davanti a una bella casa nel verde, in via di Casal Lombroso, zona Aurelio, fra Roma e Fiumicino.
Suonai al campanello e dopo un istante mi aprì una giovane donna esile e bionda, con un bambino piccolissimo in braccio. Già sapeva che qualcosa era successo e non voleva sapere di più. Mi disse frettolosamente di entrare e io la seguii in salotto, sedendo accanto a lei e al suo bambino sul divano. Davanti a noi un grande televisore a colori trasmetteva le prime immagini dal luogo della tragedia riprese da un elicottero. Lei teneva gli occhi incollati su quel mare blu punteggiato qua e là dai detriti del disastro, a galla come fiori su uno specchio d’acqua calmissimo, blu e illuminato dal sole. Io non facevo domande. Io ero con lei. Poi si vide una chiazza arancione. La donna sussurrò: “Quello è un canotto di salvataggio….se è aperto forse vuol dire che ad aprirlo è stata una persona pratica….un membro dell’equipaggio”. Continuai a tacere, pur pensando fra me che probabilmente quel canotto aveva un sistema di apertura automatica. Ma soprattutto compresi che accanto avevo una donna che ancora lottava contro la morte, che non era ancora disposta ad accettare quel disastro che stava già travolgendo la vita sua e di suo figlio. Le stetti accanto in silenzio per lunghi minuti, forse un’ora, non so. La mia più intima preoccupazione era diventata quella di essere lieve, meglio se inesistente, per non imporle con la mia sola presenza la verità: stavo lì solo perché ero un giornalista e dunque….c’era poco da illudersi.
Poi suonò il campanello. Lei si alzò per aprire e io la seguii. Quando dischiuse l’uscio si trovò davanti una diecina di giornalisti e fotografi. Scattarono i flash. Partirono le domande. Qualcuno le chiese subito la foto del marito. La vidi vacillare, muta, col suo bambino in braccio, incorniciata nel vano della porta da cui entrava un fascio di luce. Allora da dietro le passai avanti sfilando dal suo lato destro. Poi mi voltai. Aveva gli occhi invetriati di lacrime. Allora presi la maniglia della porta della sua casa e la tirai verso di me, chiudendomi al di fuori assieme a tutti gli altri che erano sopravvenuti. Dai colleghi partirono invettive e proteste. Da lei feci in tempo a udire il sussurro di un “grazie”. Non la vidi mai più ma ho spesso pensato a lei e al suo bambino.
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Questo episodio ebbe una ricaduta quasi immediata nell’esame da professionista che di lì a pochi giorni dovetti sostenere. Nella commissione di esame c’erano, come consueto, un magistrato e un giornalista. Quest’ultimo era Piero Passetti, vecchio capocronista di Paese Sera, dunque un “amico”. E fu proprio lui a lanciarmi questo tipo di domanda: “Mettiamo che il 27 agosto del 1950 ti trovi a Torino, ospite dell’Hotel Roma, e che a un certo punto senti grida e trambusto. Qualcuno grida che Cesare Pavese è stato trovato morto in camera sua. Tu che fai?”. “Beh – rispondo – vado a vedere”. “E poi?”. “Chiamo subito il giornale”. “E poi? Mettiamo che tu ti trovi da solo per alcuni minuti in quella stanza. Mettiamo che vedi dei fogli sul comodino di Pavese….”. “Beh – faccio io – li leggo….”. Intanto il magistrato aggrotta le sopracciglia. Ma Passetti insiste: “Che fai, non li prendi? Potrebbe essere uno scoop per il tuo giornale…..”. Ed io a quel punto rispondo: “Credo che ci siano dei limiti a quello che anche un giornalista può fare, penso che ci sia una linea etica che non deve essere mai superata. Ad esempio, a me è successo recentemente di essere stato a casa della vedova del pilota del volo precipitato al largo di Ustica….”. E raccontai loro la storia della mia visita che ho scritto qui sopra. Piero Passetti al termine mi disse: “Bravo, però non portasti al giornale la foto del pilota morto”. Ribattei: “Ho portato molto di più”. Fui promosso