IL RISCHIO DELLA PANDEMOCRAZIA: ATTENTI ALL’UOMO FORTE CHE PROMETTE DI RISOLVERE TUTTI I MALI

DI GIORGIO SANTELLI

Tutto è permesso ma nulla è più permesso. E’ la sintesi di un momento. A spaventare, in questo tempo strano, non dovrebbe essere esclusivamente l’aspetto del virus legato alla salute ma gli effetti che la pandemia produce sulla democrazia. E allora parliamo di un mondo che potrebbe essere governato dalla pandemocrazia.

Pensiamo a quel che, fino ad oggi, la pandemia ha prodotto. Porte aperte all’indebitamento ulteriore dei Paesi, la riduzione obbligata delle manifestazioni di protesta, il via libera – senza definizione dei contratti di lavoro – allo smart working, la diminuzione della privacy dei cittadini per la mappatura del contagio, il neoprotezionismo dei Paesi che chiudono i confini per evitare il contagio, scelte d’urgenza ai leader di governo che hanno forzato il ruolo dei parlamenti, l’avvio di una stagione di decrescita, la riduzione della mobilità individuale. E tutto ciò, per una crisi economica di elevate dimensioni, aprirà la porta ad una stagione di riforme che, poiché attuata in una fase di difficoltà, comporterà ulteriori elementi che incideranno certamente sulla perdita di alcuni diritti che tutti davamo per acquisiti..

Per rilanciare l’economia vi saranno contratti in deroga, ci sarà un rinnovato ruolo dello Stato nell’economia che si evidenzierà con una ancor più forte presenza della politica che porterà con sé certamente benefici ma anche il rischio di vecchie pratiche da dimenticare e grandi carrozzoni carichi di burocrazia.
Insomma, come in ogni situazione di emergenza, tutto ciò che si lega ad una diminuzione delle libertà individuali rischia di essere giustificato. Ma questa volta, a differenza di altre emergenze, c’è qualcosa in più.

Nelle diverse fasi storiche la giustificazione a scelte “limitanti” le libertà personali è sempre stata motivata. L’orizzonte del sole dell’avvenire in epoca rivoluzionaria per evitare il ritorno della reazione ha ammesso la limitazione dei diritti individuali. Lo spirito nazionalista sotto alcuni regimi ha innescato l’orgoglio nazionale. Per la difesa della propria patria o della propria razza si sono amati quei regimi più della vita stessa. Le necessità della ripresa economica dopo un conflitto mondiale unito allo spauracchio dei rispettivi blocchi nell’epoca della guerra fredda, ha fatto si che a occidente la libertà di essere comunisti portava all’ostracismo; ad Oriente o si era comunisti o non si era. Le strategie economiche europee dell’austerità sono state digerite per lungo tempo facendo ingoiare ai cittadini dei diversi Paesi dure misure fiscali e di restrizione delle politiche di welfare con la frase che abbiamo sentito tante volte “lo vuole l’Europa”.

In ogni caso alla base di queste limitazioni non c’erano mai, comunque, forze capaci di soffocare le proteste, le differenze ideologiche, la volontà di riscatto sociale, o quella di sciogliere le catene dell’oscurantismo medievale.

Questa volta c’è. Ed è la paura collettiva, quella che fino ad oggi forse solo l’angoscia dell’anno mille, l’idea della fine del mondo, aveva portato chiunque a restare vittima del controllo dell’allora potere secolare della Chiesa. La paura della fine dei tempi, la paura ancestrale dell’inferno.

Oggi il condizionamento è la paura del contagio, del virus, della malattia, della sofferenza, della morte. Che sta alla base dei meccanismi per cui ogni misura presa in epoca “pandemocratica” può passare senza clamorose proteste, spingendo alla rassegnazione per cui è bene accettare qualsiasi decisione perché presa a fin di bene.

E bene chiudere le porte ai diritti dei migranti perché potrebbero essere fonti di contagio.

E’ bene evitare manifestazioni di piazza perché senza distanziamento sociale può risalire la curva pandemica.

E’ bene diminuire i momenti di cultura, la fruizione di eventi pubblici, le sedute fiume di confronto nelle diverse assemblee di eletti nelle istituzioni.

E’ vero, di fronte ad una emergenza ci sono misure di emergenza. Ma non si deve correre il rischio di trasformare l’emergenza in ordinarietà.

Allora mi chiedo: se non ci dovesse essere un vaccino? Se con il Covid 19 fosse cominciata l’epoca delle pandemie da virus?

Qual è il punto di non ritorno dalla Pandemocrazia alla democrazia? E che succede se chi amministra dovesse sfruttare questa “pace sociale” indotta come momento o addirittura status ideale per prorogare e rafforzare il potere e le scelte nelle mani di una oligarchia di “protettori della salute pubblica ad ogni costo”? Che può succedere se si incocciasse in una leadership scarsamente illuminata che scegliesse di trasformare il bisogno di sicurezza collettiva in strumento utile alla conservazione del proprio ruolo e potere? il passaggio dalla pandemocrazia alla dittatura è davvero così complicato.

Di fronte alla difficoltà dei governi di espressione parlamentare a trovare misure di rilancio economico, di sostegno alla povertà, di contrasto al virus, quale spazio ci potrebbe davvero essere per un colpo di mano?

Non è forse vero che di fronte ad una crisi epocale c’è stata storicamente sempre una certa predisposizione dei popoli alla ricerca dell’uomo forte?

Sono riflessioni che mi si parano davanti in quest’epoca strana. A me preoccupano. A voi che effetto fanno?