PER SALVINI LA PAKKIA E’ FINITA

DI LUCIO GIORDANO

E dunque, Matteo Salvini, ha ammesso lunedi mattina nella trasmissione di Rai tre Agorà, di aver votato nel 2008 la cosiddetta norma salva Benetton sulle concessioni autostradali. Del resto, nascondere la cosa era impossibile, essendo agli atti parlamentari. E’ bastato insomma che qualcuno tirasse fuori il documento della primavera di dieci anni, a governo Berlusconi- Lega appena insediato, per far capire al segretario del Carroccio di esser stato messo in un angolo. I social network hanno fatto il resto, rendendo virali in poche ore quelle carte parlamentari.

Adesso: in sè è per sè il problema non è cosi gigantesco. Anzi. In fondo all’epoca Salvini, pur essendo già un giovane dirigente leghista, aveva semplicemente seguito le indicazioni di voto del suo partito.Ma sono state le dichiarazioni all’indomani del crollo del Ponte Morandi a Genova a ficcarlo in trappola. In effetti, a differenza dei 5 stelle determinati a revocare la concessione alla società Autostrade, Salvini in questi giorni ha fluttuato tra  varie posizioni. Lui, sempre  così determinato a parole, nella tragedia di Genova,  lanciava il sasso e nascondeva la mano. Poi lo riprendeva. Attaccava i Benetton ma poi frenava sulle dichiarazioni dei 5 stelle. Quindi si affiancava di nuovo  alle posizioni dei grillini, parlando di identità di vedute. Un comportamento strano, incerto,  ondivago, che nascondeva con tutta probabilità la consapevolezza che lui e il suo partito avevano una responsabilità indiscutibile sul decreto salva_ Benetton.

Giusto ripeterlo: in sè e per sè, la cosa non è scandalosa, ma è quel velo di ipocrisia evidente ad aver mandato in crisi Salvini, a ribadire ancora una volta che la Lega  è populista solo a parole. Sì, inutile negarlo: la Lega è un partito legato a doppio filo ai poteri forti.  E’ il vecchio che ritorna, poche storie. Non a caso il carroccio è il più antico gruppo parlamentare italiano e  questo, qualcosa vorrà  pur dire.  E non si venga a dire  che quello di Salvini è un partito diverso da quello di Bossi. Non ci crede nessuno. Anche perchè lo stesso discorso allora dovrebbe valere per il Pd di Renzi. Nonostante la indubbia  mutazione genetica impressa dall’ex segretario dem, il Pd sempre Pd è. Con i suoi errori, le sue magagne.

E’ chiaro che a questo punto, senza la protezione ufficiale di Berlusconi, Salvini ha dato una svolta alla propria politica  talmente improvvisa che lo ha portato a schiantarsi contro un muro. La propaganda, le tante parole ad effetto a cui sono seguiti pochi fatti ( se non i ‘successi’ nella lotta ai migranti, cioè agli ultimi della terra) ne hanno offuscato l’immagine.Un po’ come capitato a Renzi: in fondo, se oltre al fumo non c’è arrosto, gli elettori più avveduti, dai e dai, se ne accorgono. E così, a parte i tifosi verbalmente violenti, che insultano con arroganza sui social network chiunque non la pensi come loro, Salvini inizia a notare il vuoto attorno a sè.

Gli stessi alleati di governo, in un’alleanza considerata da molti contro natura, dopo aver sofferto per mesi l’ipercinetismo del segretario della Lega, iniziano a dissentire, a prendere le distanze, anche su temi bollenti in cui Salvini è ferratissimo. Sulla  Diciotti, ad esempio,  Toninelli la pensa in un modo,  e infatti  la nave  ha attraccato nel porto di CAtania, l’attuale ministro dell’interno la pensa in un altro. Idem sulla nazionalizzazioni delle autostrade e sulla revoca della concessione al gruppo Benetton, sul quale il segretario della lega sta già frenando bruscamente.

E questo è solo l’inizio. Non posserà molto tempo che la stella salviniana si offuscherà completamente. Per lui vorremmo dire che siamo al game over, come dicemmo di  Renzi. In tutta onestà, però, è ancora presto per il de prefundis. MA è certo che per il pimpante Salvini di qualche mese fa, la pacchia è già finita. Anzi: la pakkia, per dirla con le parole dei suoi tifosi. Sempre più incazzati, sempre meno baldanzosi.