TORNO A SUONARE. ECCO COME LA MUSICA MI HA SALVATA DALLA VIOLENZA PIÙ SUBDOLA

DI CINZIA MARONGIU

All’inferno e ritorno. La compositrice classica Giuseppina Torre ha appena pubblicato l’album “Life Book”: “Mi sentivo una fallita, avevo detto basta alla musica”

'Torno a suonare. Ecco come la musica mi ha salvata dalla violenza più subdola'

“Never look back”, non girarti mai indietro, intima il titolo di uno dei brani più coinvolgenti del suo nuovo album. E in effetti è proprio quello che ha fatto Giuseppina Torre, pianista classica ragusana, con all’attivo due prestigiosi Los Angeles Music Awards, oltre che l’onore di aver musicato il documentario su “Papa Francesco – L’arte di vivere”, per ritornare alla vita e alla musica. Giuseppina ha dovuto chiudere definitivamente una parte molto dolorosa della sua esistenza, quella che l’ha vista vittima tra le mura domestiche di un marito che le ha usato violenza, psicologica e fisica, e che lei ha avuto la forza di denunciare, “anche se l’iter processuale non è ancora concluso”.

Il nuovo disco di composizioni inedite si intitola “Life Book”, il libro della vita. Un titolo impegnativo, quasi un programma esistenziale.
“Per me è un disco importantissimo perché segna la mia rinascita. È un inno alla vita, che è la grande protagonista. Un invito a guardarla con occhi positivi, a viverla con forza e coraggio”.

Chi ti ha aiutato?
“Gli amici più fidati che non mi hanno mai lasciato da sola, che mi hanno supportato e sostenuto. E la mia manager Fatima Dell’Andro che quando avevo deciso di smettere con la musica ha saputo aspettare. Ma anche trasmettermi fiducia. “Non esiste proprio che una musicista come te, una persona che sa emozionare oltre quattrocento persone fino alle lacrime, rinunci alla sua carriera. Ora cura le tue ferite. Ne riparleremo tra qualche mese”. Ecco, queste sue parole mi hanno regalato tanta forza. E poi ringrazio Riccardo Vitanza, che ha creduto in me. Da subito e senza riserve”.

Quando hai toccato il fondo?
“Quattro anni fa. Ero piena di rabbia e mi sentivo fallita come donna, come mamma e come artista. La violenza più subdola, davvero capace di annientarti, è quella psicologica. Ti distrugge e ti logora. Ma poi per fortuna ti accorgi che il tuo più grande alleato è il tempo che lenisce e guarisce le ferite. Arriva il momento che anche le cicatrici sono il tuo orgoglio. È quando ti rendi conto di quanta strada hai fatto”.

Di cosa hai nutrito la tua rinascita?
“Di musica, di amore, di pensieri positivi, di persone positive. È importante chiudere la porta a certi pensieri. È proprio in questo senso che ho scritto “Never Look Back”. Ma poi tutto l’album è intriso di positività”.

L’altro singolo estratto si intitola “Gocce di veleno”.
“Sì è un brano che ho scritto dopo aver letto l’omonimo libro di Valeria Benatti, scrittrice e conduttrice radiofonica che ha avuto il coraggio di raccontare le violenze domestiche che subiva. Per me leggerlo è stato illuminante, mi sono ritrovata in tutto. Credo che dovrebbero leggerlo molte donne perché ti spiega le dinamiche con le quali l’amore malato ti mette in trappola”.

Mi fai un esempio?
“Ero uscita dalla storia da un anno eppure vivevo nel dolore più assoluto. Erano troppi i giochi psicologici condotti sulla mia pelle, quelli per i quali passi da zero a cento in un minuto, dall’essere la donna più eccezionale del mondo a uno zerbino senza vita. Oppure la tecnica del silenzio totale, quello che uccide, che ingigantisce i sensi di colpa, che tortura”.

Nel disco c’è anche un brano che si intitola “Mentre tu dormi”. Immagino lo abbia dedicato al tuo bambino.
“Sì, oggi ha 13 anni. E guardarlo mentre dorme mi regala una pace interiore e la consapevolezza che alla fine di tutto siamo ancora insieme”.