IL PRIVILEGIO DEL SALUTO
Stamane ho scambiato poche parole su whatsapp con Paola, mia compagna di classe al liceo, donna di grande intelligenza, di grande equilibrio (vero Bianca?). Su cose ordinarie, e sul tema che propongo qui alla riflessione di chi voglia leggere. Paola insegna musica alle scuole medie, oggi.Mia figlia, per un caso (piacevole) della vita, è sua alunna. Insegna mettendo nel suo lavoro una passione, un entusiasmo, una carica, che davvero sono un esempio bellissimo. Paola lo scorso anno ha perso la mamma.Come nel 2015 ha perso il papà il mio amico Francesco, cardiochirurgo (e sassofonista: precisazione importante, perché lui opera cuori bene perché è un uomo dotato di cuore. La passione per la musica è spesso una cartina tornasole, della presenza di un vero cuore che pulsa).Come io pochi anni fa ho perso il caro zio Umberto, uomo dolcissimo e buono (e quanta musica ascoltava zio, dal jazz di RadioTre, alla classica, alla canzone napoletana). Questi giorni mi hanno fatto riflettere su una cosa, per la prima volta.Spesso ho pensato a zio, spesso ho pensato a Custode – il papà di Francesco – cui ero molto affezionato, o al papà di Claudio, volato già prima, quattordici anni fa.Penso spesso a chi non c’è più.E ho (avevo) sempre un velo di malinconia, di tristezza, nel pensare a queste persone care.In questi giorni invece ho pensato che sia un bene che Umberto, Custode, la mamma di Paola, e i tanti che ognuno ha nel cuore, siano scampati al dolore di questi giorni. Si muore, ora, asfissiati, senza familiari accanto. Soli. In letti di ospedali, o di case.Si muore di altre malattie perché non c’è modo di star dietro a tutti.Si muore (anche) per disattenzione, per mancanza di strumenti di protezione.Perché i medici e gli infermieri sono pochi, e gli ospedali in certi punti del paese sono arrivati a scoppiare, letteralmente.Si muore perché sei costretto a lavorare senza adeguate protezioni.Si muore perché non hai una casa, un lavoro, e fa ancora freddo eccome, di notte, e non finisci in nessuna statistica. Soprattutto, si muore senza che ti si possa salutare, senza funerali. Chiusi di corsa in una bara, in alcuni casi portata via da un mezzo militare. È accaduto anche questo, lo abbiamo visto, a Bergamo.Chi ha studiato anche solo un po’ psicologia, antropologia, filosofia, o chi semplicemente sa riflettere su certe cose, sa quanto sia importante, da sempre, in ogni civiltà, per ogni religione, il rito funerario. Il legame tra noi che restiamo e chi se ne va. Un perno della civiltà, della vita sociale. Ecco, pensando a tutto ciò che stiamo vivendo, alla scala planetaria di questo autentico dramma, alla quantità di sofferenza e dolore e smarrimento in circolo, ho pensato con sollievo al fatto che zio Umberto, Custode, la mamma di Paola, si siano risparmiati tutto questo immenso dolore.Ho pensato al privilegio enorme di aver potuto salutarlo, zio, nella chiesetta di piazza Cucchi, addirittura dicendo qualche parola per ricordarlo, io che non avevo mai messo piede a un funerale.Al privilegio di aver potuto porgere quel saluto fugace a Custode, per il tramite degli occhi di Francesco, quella mattina di giugno di cinque anni fa, a Prima Porta. Ho pensato per la prima volta che c’è sempre un peggio cui non avevamo mai pensato.E che questa consapevolezza emersa deve aiutare, per quanto più possibile, ad apprezzare il tantissimo che si ha tra le mani, senza esserne mai del tutto – davvero – consci.
