CRONACHE DAL FRONTE (PUNTATA N.35)
Di una cosa sono contento. Anche se va contro il mio interesse. Sono contento del fatto che, con questo lockdown che non finisce mai, i piccoli negozi di quartiere – che prima erano negletti se non schifati – si siano presi la loro bella rivincita sui supermercati e più in generale sulla grande distribuzione. Che ci farà pure risparmiare ma alla quale io sono allergico, perché spersonalizza il mio rapporto con il commerciante, mi nevrotizza e mi mette l’ansia da consumista quale in realtà non sono. I dati parlano chiaro. A Roma, dice la ConfCommercio, nell’ultimo mese i piccoli esercizi hanno fatto registrare un aumento nelle vendite del 32%, nel nord-est del 28%, al sud del 40%. Sono crollati invece gli ipermercati, -20% a livello nazionale – anche perché ubicati spesso nei centri commerciali, oggi chiusi – mentre i supermercati hanno fatto registrare aumenti contenuti, dal 4 al 10%. Su questi dati hanno pesato com’è ovvio le limitazioni agli spostamenti e le file, ma c’è dell’altro. C’è la ricerca del contatto umano – lo dice la Confcommercio – che non può che favorire i piccoli esercizi. E c’è anche il rapporto diverso che si ha con i prodotti, a cui oggi si presta più attenzione perché si passa più tempo in casa e si cucina di più. Risparmiare è bello, sì, ma non a scapito della qualità. Quando l’ho detto ad Antonio, il mio pizzicagnolo di fiducia, lui prima ha spalancato la bocca in un sorriso che più sornione non si può e poi mi ha detto, come sempre: “Dottò, qui c’è il mejo der mejo”. Ed io gli ho dato ragione, anche se per me il mejo non sono tanto i suoi prodotti quanto le chiacchiere che si fanno con lui e sua moglie, tra un assaggio e l’altro. Ho scoperto ad esempio che in queste ultime settimane molte signore anziane vengono da lui solo per sfogarsi un po’ – “vivono da sole, i figli non possono andare a trovarle, parlano solo con me” – e che molte decisioni prese in queste settimane dalle nostre autorità non sono affatto operative: “C’è un signore che è disperato perché la banca fa la furba e non gli vuole bloccare il mutuo”, “Hai visto quella ragazza bionda che è andata via prima? L’hanno licenziata ma non era in regola e quindi niente cassa integrazione” Grazie ad Antonio conosco tutti i segreti del mio quartiere. E gli sono grato non perché soddisfi la mia curiosità da “comare” – in fondo ogni giornalista dev’esserlo, almeno un po’ – ma perché in questo modo mi sento più coinvolto e senlo il quartiere più mio, meno anonimo. Forse dipende dal fatto che non sono nato in una grande città – vengo da una piccola realtà di appena 10mila abitanti -, ma per me lo spazio urbano circostante deve avere dei punti di riferimento a portata di mano: il bar, l’edicola, il pizzicagnolo, un buon tabaccaio, magari le campane di una chiesa e una panchina dove sedersi a fumare. Ovunque mi trasferisca, tendo perciò a riprodurre questo schema che mi porto dentro. E se non ci riesco cambio casa, mi trasferisco. A pensarci bene mi pare che questo lockdown abbia in un certo qual modo rimpicciolito le città, anche le più grandi,trasformandole in piccoli villaggi. Lo spazio si è ristretto, infatti, di colpo, ed è cambiata di conseguenza la geografia sociale. E con essa i punti di riferimento. Che sono tornati ad essere quelli essenziali – il fornaio, il pizzicagnolo, il fruttivendolo, il tabaccaio – mentre gli altri hanno spento le loro luci, in genere più sfavillanti, e sono diventati superflui. Magari ne riparliamo la prossima volta. C’è Antonio che mi aspetta, per la spesa settimanale. P.S. In foto c’è Antonio nel suo regno
