ILARIA CUCCHI CONTRO NISTRI. UNA STRADA PER STEFANO. LE TAPPE DELLA VICENDA

ILARIA CUCCHI CONTRO NISTRI. UNA STRADA PER STEFANO. LE TAPPE DELLA VICENDA

Il 18 ottobre è stata convocata una conferenza stampa da parte della famiglia Cucchi che ha fatto evincere chiara l’assoluta assenza di distensione verso l’Arma dei carabinieri. Ilaria Cucchi ha usato parole molto dure nei confronti del comandante dell’Arma con il quale si era incontrata il giorno prima. Ilaria ha dichiarato che dal generale Nistri si sarebbe aspettata almeno le scuse, anche se fosse stato per lui troppo imbarazzante, quei 45 minuti di sproloquio contro Casamassima, Rosati e Tedesco, gli unici tre pubblici ufficiali che hanno deciso di rompere il muro di omertà nel processo, li avrebbe potuti anche impiegare in difesa della famiglia Cucchi. “Questo processo io, Fabio e la mia famiglia lo abbiamo fortissimamente voluto, ed ora il generale vuole colpire tutti coloro che hanno parlato. Dando peso ai post di Casamassima ma non ci difendono da quelli infamanti e violenti partoriti da pagine di Facebook e troll in gran parte gestiti da appartenenti a Polizia e Carabinieri. Basta con gli insulti e le violenze verbali, possono essere molto ma molto pericolosi”. Ilaria Cucchi ha reputato sconcertante la priorità dei vertici dell’Arma di punire proprio i tre pubblici ufficiali che hanno deciso di rompere il muro di omertà. “In un processo dove stanno emergendo gravissime responsabilità, ha aggiunto, siamo sicuri che vi sia proprio adesso una insopprimibile esigenza di punire proprio coloro che hanno parlato?”. Non è arrivata nessuna risposta da parte di Nistri, invece il ministro Elisabetta Trenta, anche lei presente all’incontro del giorno precedente, ha replicato su Facebook: “Il Comandante Nistri non ha portato avanti alcun sproloquio e non ha manifestato nei confronti di nessuno pregiudizi punitivi. Ero presente, se lo avesse fatto sarei intervenuta! Semplicemente, ha rimarcato l’obbligo per tutti i gradi al rispetto delle regole, il che rientra nelle sue prerogative di Comandante”. Il giorno precedente il ministro della Difesa Elisabetta Trenta con Giovanni Nistri, Comandante dei Carabinieri, avevano incontrato Ilaria Cucchi. L’incontro è avvenuto in una stanza di palazzo Baracchini, sede del ministero della Difesa. E’ durato un’ora il faccia a faccia, seduti da un lato i rappresentanti dello Stato e dall’altro Ilaria Cucchi sorella di Stefano, il geometra romano ucciso il 15 ottobre 2009. E’ stato un momento importante, lo Stato incontrava questa giovane ragazza che si è battuta con tutte le forze per arrivare alla verità ed è avvenuto dopo nove anni dopo che l’11 ottobre c’è stata la vera svolta nel processo, dovuta alle dichiarazioni di Francesco Tedesco, il militare dell’Arma che, ha accusato del pestaggio, due suoi colleghi coimputati nel processo per omicidio preterintenzionale, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro. L’unica a parlare alla fine dell’incontro è stato il ministro Trenta, che ha dichiarato: “Chi ha sbagliato pagherà, lo vogliamo tutti. Dobbiamo chiedere scusa in tanti” e ha spiegato che è stata una scelta concordata tra tutti, è un “segnale di unità che vogliamo dare”.Il ministro ha confessato di essersi sentita strettamente coinvolta dal colloquio con Ilaria e ha aggiunto: “Sono felice che Ilaria Cucchi abbia accettato l’incontro che le ho proposto. Da rappresentante delle istituzioni”, ha poi proseguito: “Io credo che dobbiamo chiedere scusa in tanti, sono molti quelli che dovevano vedere e non hanno visto”. La Trenta aveva posto l’accento sul forte grado di disattenzione dichiarando: “Io ho rispetto per la famiglia Cucchi e per il calvario che ha vissuto, ma rispetto anche l’Arma e i carabinieri che ogni giorno garantiscono sicurezza”. E concludendo aveva sentenziato: “chi ha sbagliato pagherà ed è quello che vogliamo tutti”. I due aspetti “fondamentali” emersi, ha aggiunto, sono “sete di giustizia e fiducia nello Stato”. Erano Fotogrammi di un incontro che ritraeva “quasi distanti” le due Parti, suscitando l’interesse generale sui pensieri di Ilaria, che aveva preferito in quel momento non fare dichiarazioni. Dopo la conferenza stampa ne conosciamo i motivi. Il generale dell’arma dei carabinieri Giovanni Nistri invece era tornato a parlare del caso Cucchi in un’intervista a Porta a Porta. Il comandante aveva rivolto un appello: “chi sa parli! Il muro è stato abbattuto”. Ora sappiamo e saranno in tanti a dover chiedere scusa a Ilaria Cucchi”.L’intervista è avvenuta il 16 ottobre un giorno prima dell’incontro con la stessa Ilaria.Alla domanda di Vespa se l’istruttoria disciplinare nell’arma andrà avanti ad ogni livello, Nistri aveva risposto: “Questo è poco ma sicuro. Intanto siamo lieti che l’autorità giudiziaria stia procedendo perché infine si avrà una perimetrazione completa delle responsabilità. Che si tratti di responsabilità commissive piuttosto che di responsabilità omissiva nei controlli eventualmente piuttosto che in altre ipotesi anche diciamo di disattenzione o di agevolazione”. Ribadendo anche: “Io ne approfitterei per dire una cosa che deve essere molto chiara. L’Arma non solo andrà fino in fondo per la parte di competenza e io ribadisco la necessità che un carabiniere ha il dovere morale prima ancora di giuridico di dire la verità e la deve dire subito. Quindi questa è l’occasione. Chi sa parli. Perché un carabiniere deve rispettare il proprio giuramento se vuole essere un carabiniere. Chi esce da questa regola e viene ritenuto responsabile di gravi fatti non è degno di indossare la divisa”. L’appello era avvenuto dopo le ultime dichiarazioni fatte la scorsa settimana dal militare Francesco Tedesco che ha accusato i due colleghi per il pestaggio avvenuto nella caserma della Stazione Appia del geometra romano Stefano Cucchi, morto nel 2009. Nistri inoltre aveva espresso soddisfazione verso lo stesso brigadiere Francesco Tedesco che quella sera era presente al fatto e ha potuto testimoniare la sua verità su quanto era accaduto al 31enne. Una verità che merita di essere dibattuta in tribunale e sarà a pieno titolo nel processo insieme con tutte le altre conseguenze che verranno accertate nel frattempo dall’autorità giudiziaria, quindi si stabiliranno la posizione e le accuse che si definiranno nella vicenda. Un faccia a faccia quello del generale “fortemente voluto” e rappresenta un’ulteriore passo verso quegli “spiragli di luce” aperti dalle dichiarazioni del vice brigadiere Francesco Tedesco e invocati dallo stesso premier Giuseppe Conte. La sorella di Stefano, Ilaria, dopo aver ricevuto la convocazione al ministero ha detto: “Ascolteremo cosa hanno da dirci” ha inoltre sottolineato di aver “accettato volentieri l’invito del ministro della Difesa e del Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri”, dicendosi “onorata” dalla “volontà di riceverci” espressa dal ministro e dal numero uno dell’Arma. Da Repubblica: Il legale del maresciallo Roberto Mandolini, Giosuè Bruno Naso era intervenuto qualche giorno fa sulle dichiarazioni di Tedesco, dichiarando “inconfessabili accordi” tra Pm e i legali di Tedesco, il suo assistito Mandolini è imputato nel processo sul decesso Cucchi. Tutte le sue rimostranze le ha scritte in una lettera indirizzata a Francesco Petrelli che insieme al collega Eugenio Pini, difendono Francesco Tedesco. L’avvocato Naso sostiene che in queste dichiarazioni che segnano la rivoluzione nel processo, ci sarebbero proprio questi immorali accordi tra i difensori di Tedesco e il Pm.Nella lettera si legge: “Stiamo celebrando il dibattimento e in un processo di tale delicatezza, in un processo condizionato come pochi altri da fattori stravaganti ed extraprocessuali, scrive Naso a Petrelli, e tu che fai? accompagni il tuo assistito nell’ufficio del Pm perché questi conduca un’indagine parallela e riservata rispetto a quella in corso con innegabili, inevitabili se non addirittura perseguiti effetti di condizionamento su quello che sarà il di lui contributo dibattimentale?” E prosegue: “Francesco, se non ti conoscessi da decenni, se non riconoscessi in te qualità professionali di eccellenza, se non avessi apprezzato in numerosi altri processi la tua preparazione, la tua competenza, la tua abilità strategica, sarei costretto a pensare che hai smarrito all’improvviso e tutto in una volta il tuo corposo corredo professionale. E allora se non sei così, la ragione che ai miei occhi appare inconfessabile ma assolutamente chiara è la promessa derubricazione dell’imputazione elevata nei confronti del tuo cliente in quella di favoreggiamento, reato allo stato già prescritto, anche a costo di aggravare la posizione di tutti gli altri imputati”. Petrelli ha subito rigettate le accuse del collega, definendole “gravissime, assurde e infondate”. In tutta questa querelle anche Eugenio Pini, difensore di Tedesco, ha presentato una querela alla Procura della Capitale, dopo che ha ricevuto nei giorni scorsi una telefonata dove veniva minacciato di morte.Da quanto ha raccontato il legale, dall’altra parte del telefono, una voce dall’accento siciliano avrebbe minacciato l’avvocato, dicendo: “Lei sa chi mi ricorda? Rosario Livatino”, facendo riferimento al giudice ucciso dalla mafia. “La seguirò, non solo spiritualmente”. Ilaria Cucchi e le dichiarazioni di Francesco Tedesco.A pochi giorni dalle dichiarazioni in aula di Francesco Tedesco, che hanno dissipato ogni dubbio in maniera definitiva sulla morte di Stefano Cucchi e che se non mette fine alla bagarre giudiziaria determina la fine della battaglia di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, che da nove anni si batte affinché la verità sulla morte del fratello venga a galla. In un’intervista sul Fatto Quotidiano, Nicola Minichini intervistato da Silvia D’Onghia, la prima giornalista che ha dato eco alla tragedia della famiglia Cucchi, chiede indietro la dignità che questa storia gli ha tolto, lui fu prima accusato e poi assolto nel primo filone d’inchiesta del caso.E non ha risparmiato nessuno: “lo Stato, la Procura, l’opinione pubblica e la famiglia Cucchi”. Per lui anche la famiglia di Stefano ha la colpa di aver rubato la sua dignità. E continua nel suo sfogo amareggiato: “danneggiati a vita un marchio infame che nessun risarcimento ora ci toglierà”. Oggi Minichini nel processo occupa la sponda opposta e diventa parte offesa, la sua vita è stata sconvolta, come quella della famiglia Cucchi, dal silenzio dei cinque colleghi carabinieri accusati con varie responsabilità, di omicidio preterintenzionale, falso e calunnia.Ilaria Cucchi aveva risposto così a Minichini: “Questo è merito di come è stata gestita la giustizia nei confronti di Stefano Cucchi. Di come è stato gestito il processo a Stefano, un processo che di fatto è stato fatto a Stefano e agli imputati sbagliati. E tutto questo, ricordiamolo, non per colpa mia, non per colpa del mio avvocato, ma per colpa di quelli che oggi sono sul banco degli imputati.Quelli che oggi sappiamo essere i responsabili di quello che finalmente possiamo chiamare un violentissimo pestaggio e dei loro colleghi, tra cui il maresciallo Roberto Mandolini, che li hanno coperti ed hanno testimoniato il falso ben nove anni fa”.E racconta cosa ha provato alle dichiarazioni di Francesco Tedesco: “Personalmente è stato sconvolgente leggere, scritto, dettagliato, tutto ciò che è stato fatto a mio fratello per ridurlo nella maniera in cui io l’ho visto sul tavolo dell’obitorio nove anni fa. E nove anni ci sono voluti per arrivare a queste verità che erano chiare fin dal primo istante ma che non sono state volute vedere”.Ilaria Cucchi ha donato gli ultimi nove anni della sua vita a mantenere la promessa fatta al fratello proprio su quel tavolo dell’obitorio. E adesso che quella promessa si può dire mantenuta quale sarà la nuova battaglia di Ilariache ha risposto: “Questo ho fatto negli ultimi nove anni e questo continuerò a fare. E anche grazie all’associazione che porta il nome di mio fratello cercherò di dare un senso a quella morte e al dolore di Stefano, al sacrificio della nostra famiglia, e quindi portare avanti una battaglia di civiltà assieme all’associazione, non solo per Stefano ma per tutti gli altri “ultimi” che, ahimé, sono sempre di più”. Al Festival di Venezia è stato presentato anche un film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi e lei ha invitato tutti ad andarlo a vedere, dichiarando: “A me farebbe piacere che tutti coloro che sono convinti che i diritti umani siano sacrificabili, in nome di presunti interessi superiori, vadano a vedere il film. Perché quel film è estremamente vero, racconta gli ultimi sei giorni di vita di mio fratello e racconta la storia di un ragazzo che è stato arrestato, che è diventato un ultimo e che di conseguenza è morto nel disinteresse generale di tutti coloro che hanno avuto a che fare con lui in quei sei giorni. Ecco, a queste persone voglio dire che i diritti umani non sono mai, per nessun motivo, sacrificabili. Questo film è estremamente attuale, perché in questo momento mi rendo conto che si sta facendo passare il concetto che il nostro benessere è in qualche modo legato alla violazione dei diritti di qualcun altro”. Si può dedurre che queste parole erano rivolte al ministro dell’Interno Salvini. E alla domanda se le parole di vicinanza espresse dopo le dichiarazioni di Tedesco, ci credesse davvero, ha risposto:“Io trovo molto significativo il fatto che il ministro Salvini abbia riconosciuto che nel momento in cui si sbaglia, chi si macchia di simili reati e indossa una divisa, deve pagare il doppio. Questa presa di posizione è estremamente significativa”. Il 18 ottobre inoltre il quotidiano “Repubblica” ha dato la notizia ufficiale dell’intenzione di dedicare una strada o una piazza a Stefano Cucchi. L’annuncio è stato dato da Ciaccheri, presidente di circoscrizione della Garbatella il noto quartiere romano. Il “mini sindaco” esponente del centrosinistra, ha dichiarato che l’idea è stata accolta dalla sua giunta dopo averne parlato alla sorella di Cucchi, Ilaria, in occasione di un incontro nel corso della proiezione del film “Sulla mia pelle”. Ilaria Cucchi ha offerto la massima disponibilità. Il presidente Ciaccheri incontrerà a breve la famiglia Cucchi per definire il luogo idoneo. Commenti positivi dai consiglieri municipali M5s e dall’ex capogruppo Sel in Campidoglio, Gianluca Peciola, ora Movimento Civico per Roma: “Una bella notizia per la famiglia e per la memoria di Stefano, la scelta dell’VIII Municipio è bella e coraggiosa e un ulteriore sostegno alla battaglia per la verità e la giustizia”. Di parere opposto Carlo Giovanardi che qualche giorno fa ha definito la scelta: “una provocazione politica o ideologica che si scontra non soltanto con le norme in vigore ma anche con il più elementare buonsenso”. La storiaLa storia di Stefano Cucchi è sicuramente la più nota tra quelle contingenti i presunti abusi delle Forze dell’Ordine in carcere. Proprio l’11 ottobre 2018 il processo ha avuto un’importante svolta, dopo che nel corso dell’udienza, il pm Giovanni Musarò ha rivelato che, il 20 giugno 2018, l’agente Francesco Tedesco aveva presentato denuncia in Procura sul pestaggio di Cucchi: nel corso dei tre interrogatori, il carabiniere ha accusato i suoi colleghi. Il geometra romano Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre 2009, a 31 anni, sei giorni dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti.La famiglia di Cucchi ha passato gli ultimi nove anni nelle aule dei vari processi e assistito ad oltre 40 udienze, insieme a perizie, maxi perizie, centinaia di testimoni e decine di consulenti tecnici ascoltati. Il 15 maggio 2018, Riccardo Casamassima, maresciallo dei carabinieri, diventa il principale testimone nel processo contro cinque carabinieri, tre dei quali accusati della morte del geometra romano e ribadisce in aula le sue accuse ai colleghi. L’11 ottobre 2018, durante il processo bis di primo grado, uno dei cinque carabinieri imputati, Francesco Tedesco, confessa e accusa gli altri colleghi del pestaggio del giovane romano. Il carabiniere, Tedesco, nella sua deposizione, rivela dell’esistenza di una nota scritta da lui stesso in cui spiega che cosa era successo a Stefano Cucchi. La nota sarebbe stata inviata alla stazione Appia dei carabinieri e sarebbe stata fatta sparire. Sette anni di processi, 45 udienze, perizie, maxi perizie, 120 testimoni e decine di consulenti tecnici ascoltati. Sono i numeri di uno dei casi più seguiti dall’opinione pubblica italiana e che attende ancora verità. Si chiude l’inchiesta bis iniziata a dicembre 2015 con la richiesta da parte della procura di Roma del rinvio a giudizio di cinque carabinieri coinvolti, tre dei quali devono rispondere di omicidio preterintenzionale pluriaggravato dai futili motivi e dalla minorata difesa della vittima, abuso di autorità contro arrestati, falso ideologico in atto pubblico e calunnia. Fabio Anselmo, il legale che fin dal primo giorno ha seguito la famiglia Cucchi dichiara: “Questa richiesta rappresenta un vero e proprio riscatto dello Stato che finalmente sa inquisire e processare se stesso” e aggiunge: “Il caso Cucchi era diventato l’emblema della frustrazione di una famiglia di normali cittadini rispettosi della legge, rimasti stritolati in meccanismi giudiziari più grandi di loro. Dopo sette anni di vicende giudiziarie, di umiliazioni, dopo aver subito quello che hanno subito loro, con un ragazzo, Stefano, morto di giustizia, è chiaro che siamo di fronte a un momento di fondamentale importanza”. Ilaria Cucchi scriverà di lui:“A Fabio Anselmo importa di mio fratello. Semplicemente questo e non gli importa perché è il nostro avvocato, mio e di Stefano. Gli importa perché gli vuole bene. Come gli voglio bene io”. Le fasi salienti dei processi per ricostruire la storia giudiziaria della morte di Stefano Cucchi.L’accusa della famiglia Cucchi:Secondo i legali della famiglia Cucchi, Stefano fu picchiato violentemente prima ancora dell’udienza di convalida dell’arresto, la mattina del 16 ottobre. Dopo il ricovero all’ospedale Pertini, Stefano non fu accudito e nutrito. Fu lasciato morire di fame e di sete.Stefano Cucchi lavorava come ragioniere nello studio di famiglia, a Roma, nel quartiere Casilino. Le date15 ottobre 2009. Stefano Cucchi, 31 anni, è arrestato dai carabinieri nel parco degli Acquedotti. L’uomo è stato trovato in possesso di 20 grammi di hashish e di alcune pastiglie. 22 ottobre 2009. Stefano viene trovato morto in una stanza all’interno del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove era ricoverato da quattro giorni. Il 31enne pesava 27 chili. Secondo i risultati dell’autopsia Stefano è morto alle tre del mattino. Marzo 2011. Comincia il processo di primo grado. Viene chiesto il rinvio a giudizio per 13 persone: tre infermieri, sei medici, tre agenti di polizia penitenziaria e Claudio Marchiandi, direttore dell’ufficio detenuti. Marchiandi, che aveva chiesto il rito abbreviato, viene rinviato a giudizio. È condannato a due anni per i reati di favoreggiamento, falso e abuso in atti d’ufficio per poi essere assolto in secondo grado ad aprile 2012. Per i medici le accuse sono di falso ideologico, abuso d’ufficio, abbandono di persona incapace, rifiuto in atti d’ufficio, favoreggiamento, omissione di referto. I poliziotti sono accusati di lesioni aggravate e abuso di autorità. 5 giugno 2013. Dopo tre anni di processo è ufficializzata la sentenza di primo grado: assoluzione per gli agenti penitenziari e per gli infermieri coinvolti. Condannati i medici del Pertini per omicidio colposo. 31 ottobre 2014. Tutti gli imputati sono assolti nel processo d’appello per insufficienza di prove. La decisione è dibattuta e contrastata per le alternative che avrebbero potuto adottare i giudici. “Un’assoluzione per assenza di prove”, chiariva Luciano Panzani, presidente della Corte d’appello di Roma, sottolineando che “non c’erano elementi sufficienti per ritenere gli imputati colpevoli di un reato, che però c’è stato”. Gennaio 2015. I giudici della Corte d’appello di Roma depositano le motivazioni della loro sentenza, ma sostengono la possibilità di svolgere nuove indagini. Marzo del 2015. I legali della famiglia Cucchi e la procura di Roma depositano il ricorso in Cassazione contro la sentenza dell’ottobre 2014. Dicembre 2015. La Cassazione accoglie il ricorso, annulla le assoluzioni dei medici ma conferma quelle dei tre agenti di polizia penitenziaria. La procura di Roma avvia una nuova indagine. Viene chiesta una nuova perizia medico legale per stabilire se Stefano abbia subito percosse dai carabinieri e se siano state poste le condizioni per una “corretta ricostruzione dei fatti”. Il legale della famiglia Cucchi definisce: “Quell’episodio è un momento di vergogna incredibile per il nostro paese, ma anche per le stesse istituzioni”, e ricorda l’avvocato Anselmo “Da quel momento siamo ripartiti a testa alta. Abbiamo avuto la fortuna di trovare due testimoni e di mostrare che hanno nascosto verità evidenti”. Aprile 2016. Ilaria Cucchi lancia la petizione per chiedere che il Parlamento e il Governo approvino il reato di tortura, in Italia. La petizione ottiene oltre 200 mila firme in pochi giorni. l’avvocato Anselmo dichiara: “L’Italia ha prima di tutto bisogno di una crescita culturale oltre che di una legge sulla tortura” e ancora “Una legge di questo tipo lascia freddi gli italiani, la consapevolezza necessaria riguarda il rispetto fondamentale dell’essere umano. In Italia il sistema di comunicazione è fallimentare, definisce la famiglia Cucchi e noi legali il partito dell’antipolizia, quando chi rispetta le istituzioni e la polizia sono proprio queste famiglie. Vi è un sistema di scarsissima sensibilizzazione popolare per quello che è il tema delle condizioni di vita dei detenuti nelle nostre carceri. C’è bisogno di crescita e di conoscere, perché i casi Cucchi e Aldrovandi ci hanno dimostrato che può succedere a chiunque”. Ottobre 2016. I periti nominati dal gip Elvira Tamburelli sostengono che la morte di Cucchi è stata “causata da un’epilessia in un uomo con patologia epilettica di durata pluriennale, in trattamento con farmaci anti epilettici”. Gennaio 2017. La procura di Roma chiede il processo con nuovi capi d’accusa a carico dei tre carabinieri: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, che devono rispondere di omicidio preterintenzionale pluriaggravato dai futili motivi e dalla minorata difesa della vittima, abuso di autorità contro arrestati, falso ideologico in atto pubblico e calunnia. Anselmo il legale dei Cucchi dopo che sono trascorsi sette anni dall’inizio dei processi, racconta: “Ricordo perfettamente la fatica, in senso egoistico, di partire da Ferrara e andare a fare un processo il cui esito era già perfettamente noto. Ricordo gli insulti subiti da questa famiglia, è stata una maratona incredibile. È stata una delle prove più dure della mia carriera professionale. Seguire sette anni di processo sapendo che avremmo dovuto perderlo perché non volevamo barattare una mezza verità. Le mezze verità a noi non servono. Abbiamo lavorato per rovesciare il caso, per impedire che ci fosse dato un contentino”. Febbraio 2017. La procura di Roma chiede il rinvio a giudizio di cinque carabinieri. Per tre di loro l’accusa è di omicidio preterintenzionale. Ad altri due carabinieri sono stati contestati i reati di calunnia e falso. 11 ottobre 2018. Francesco Tedesco, uno dei cinque carabinieri imputati nel processo bis di primo grado, ha confessato e accusato gli altri colleghi del pestaggio di Cucchi. Il carabiniere, nella sua deposizione, ha anche rivelato dell’esistenza di una nota scritta da lui stesso in cui spiegava che cosa era successo a Stefano Cucchi. La nota sarebbe stata inviata alla stazione Appia dei carabinieri e sarebbe stata fatta sparire…