IL DILEMMA DEL VIRUS, FRA MALATTIA ED ECONOMIA
La questione Coronavirus (Covid-19) è onestamente spiazzante, soprattutto perché il comune cittadino, di per se scarsamente attrezzato per recepire notizie molto tecniche come quelle legate alla natura ed agli effetti di una determinata nuova patologia, è stato sballottato fra informazioni, non soltanto di natura giornalistica, ma anche provenienti da “addetti ai lavori”, estremamente contrastanti: si è passati dalla quarantena improvvisa per interi paesi al “è poco più di una influenza”, dalla chiusura di attività, scuole, esercizi commerciali, alla riapertura degli stessi senza che, a logica, nulla fosse cambiato nella situazione di fatto. Non parlo nemmeno, per carità cristiana, delle conseguenze sul campionato di calcio e sulle partite in generale perché, se già le persone sono poco razionali di proprio, quando c’entra di mezzo la questione calcio, diventano del tutto incapaci di ragionare serenamente. Se un quadro tanto confuso arriva dalle autorità e dai sanitari, difficile che le persone a casa possano avere idee più chiare, così ciascuno si aggrappa alla verità più compatibile con la propria sensibilità o, se vogliamo, più comoda. In realtà, col passare dei giorni e l’acquisizione di un sempre maggior numero di dati, pare che la versione tranquillizzante del “è giusto poco più di una influenza” fosse eccessivamente ottimistica. Secondo il professor Massimo Galli, primario infettivologo dell’ospedale «Sacco» di Milano «Chi ha cercato di infondere tranquillità, e ne capisco le buone intenzioni, non aveva chiara cognizione di cosa possa causare una malattia come questa. In quarantadue anni di professione non ho mai visto un’influenza capace di stravolgere l’attività dei reparti di malattie infettive e delle rianimazioni di un’intera regione tra le meglio organizzate e preparate alle emergenze d’Italia. Nessun sistema sanitario avanzato può essere predisposto per ricoverare tanti pazienti critici tutti assieme e per di più in regime di isolamento. Venerdì in Lombardia erano 85 i posti letto di rianimazione occupati da malati intubati con diagnosi di Covid-19, una fetta molto importante di quelli disponibili. Va ricordato che gli altri motivi per cui una persona può aver bisogno di un letto in rianimazione non spariscono soltanto perché è arrivato il coronavirus. Gli operatori sono sottoposti ad un carico di lavoro enorme, in condizioni in cui non è permesso distrarsi se si vuole rimanere sani». Già il professor Burioni aveva spiegato in diversi post e video sumedicalfacts.itche, al di là dei livelli di mortalità, significativi ma non altissimi (si stimavano nell’ordine del 2%), quello che rende pericoloso questo virus è l’elevato livello di contagiosità e diffusione (che senza restrizioni si sviluppa in un lasso molto breve di tempo ed in maniera molto concentrata), uniti all’alto numero di ospedalizzazioni che comporta (secondo un post dell’Associazione Nazionale Biotecnologi Italiani nell’ordine del 20% dei casi, enormemente superiore a quello di una normale influenza, con necessità spesso di ricoveri lunghi in rianimazione), binomio in gradi di sovrastare le capacità del sistema sanitario. Del resto, fin dalla fase “Cinese” dell’emergenza, ciò che era emersa chiaramente è proprio l’ingente necessità di posti letto che l’epidemia creava, tanto da indurre le autorità locali alle costruzioni a tempi di record che hanno fatto il giro del mondo. Quindi? Perché all’inizio c’è stata questa corsa alla quarantena e, successivamente, il livello di allarme percepito è via via scemato? L’impressione è che ci si trovi di fronte ad un dilemma di difficile soluzione: da un lato l’esigenza concreta e reale di isolare quanto più possibile un virus che, ormai, non è più riconducibile ad un unico focolare individuato e isolato. Dall’altra la consapevolezza che le uniche misure utili a rallentare la diffusione della malattia, ossia forme spinte di isolamento e quarantena (non è un caso che in Cina, dove si è cercato prima di tutti – e si cerca ancora- di limitare i contagi è stata imposta la quarantena e l’isolamento ad una popolazione paragonabile a quella dell’intera Italia), avrebbero di contro effetti catastrofici sulla vita comune e sull’economia, peggiori forse della stessa circolazione del virus. Di fatto ci siamo svegliati oggi “scoprendo” che le nostre vite, il nostro benessere, sono fortemente legati alla fluidità di circolazione che persone e merci hanno negli anni acquisito e che non siamo in grado di prescindervi, nemmeno per una emergenza sanitaria come queste (perché di emergenza trattasi, nonostante la tranquillità con cui l’avventore medio ne discuta al bancone del bar). E’ la globalizzazione bellezza. Sarà forse l’occasione per ripensare, per necessità oggettive, gli stili di vita quotidiani che ci contraddistinguono? per il momento l’esigenza primaria rimane la gestione quotidiana dell’emergenza, per la quale le uniche cose sensate da fare sono quelle di attenersi alle indicazioni dei medici e delle autorità e, ovviamente, prestare attenzione. Limitare la circolazione del virus è, che ci piaccia o no, una esigenza stringente la cui responsabilità ricade necessariamente in capo a ciascuno di noi.
