PER ALBERTO SED IL NAZISMO ERA I NEONATI USATI COME PIATTELLI
Immaginate di essere lui. Alberto Sed, 91 anni. Vi hanno mandato ad Auschwitz. Nel campo avete visto morire madre e due sorelle (una sbranata dai cani delle SS, per divertimento). A 14 anni. Siete sopravvissuti, ma una volta tornati a casa l’orrore che avete visto si manifesta in un blocco: non riuscite a tenere in braccio un neonato. Neanche vostro figlio. Perché dentro di voi farlo vi ricorda di quando, ad Auschwitz, i nazisti vi facevano lanciare in aria i neonati per usarli come piattelli. Immaginatelo. Ecco, siete lui. Siete tornati in Italia con queste ferite. A Roma. Passano gli anni. Pensate che sia tutto finito. E invece no. Invece ogni giorno, nel vostro paese e nella vostra città, c’è qualcuno che vi ricorda che l’ideologia che vi ha dato la dannazione è viva, vegeta. Forte. Ogni giorno. Nelle strade quando camminate, su internet quando navigate, in tv quando l’accendete. Come nel 2013 quando, nella vostra città, tante “persone”, tuoi connazionali, pensarono bene di organizzare una festa di compleanno all’ex capitano delle SS Priebke. Con striscioni, messaggi di auguri. E svastiche. Svastiche ovunque. Lì, a quegli eventi “commemorativi”. Negli stadi. Sul web. Sui muri della tua città. Persino tatuate sulla pelle di persone che incrociate per strada. Tutti vi ricordano che quella cosa non è finita. Tutti osannano quel simbolo, la svastica. Che, per voi, non è soltanto un simbolo d’odio. E’ il simbolo di quelli che hanno ucciso la vostra famiglia. Immaginatelo.
